Detta anche pariomania o nomadismo o nevrosi da vagabondaggio, si manifesta o come un bisogno insopprimibile di fuga dalla dimora abituale o come un'incoercibile tendenza a vagare da un posto all'altro con fughe improvvise che generalmente avvengono senza un rapporto sufficientemente comprensibile con la situazione che lo precede, senza alcun piano e senza una meta prestabilita. Quando non è una reazione a stati di disforia scatenati da circostanze esterne, la d. è interpretata come ...
A voler leggere i dizionari si fa presto a finire nella cartella clinica.
La definirei piuttosto come incessante ricerca dell'essenziale, non necessariamente specificato. Condizione psicopatologica che ha ripreso ad affliggere l'umanità dopo una o due generazioni di sopore.
Studenti, proteste e scontri alla Sapienza - Diretta video.
In audio cori che un po' di anni fa, quando ancora frequentavo lo stadio, si cantavano sulle gradinate di cemento senza nemmeno pensare a cosa si stesse dicendo. Sono giorni di proteste strane, preoccupanti, eterogenee che neanche in Siria.
Poi, dall'altra parte del pianeta, c'è lui che freddo, deciso e senza timori ci ha insegnato come un africano può fare la supercazzola del secolo. Se la copertina non fosse già stata mandata in stampa, sarebbe dovuto essere Person of the Year 2013. Altro che Bergoglio, questo è il nostro guru.
Alla rabbia che Ferma nel suo ultimo post ha manifestato in punta di strofa io posso orgogliosamente anteporre una mobilità sociale e spaziale di tutto rispetto. Da incamiciato fattorino irregolare in Estremo Oriente ad aspirante cooperante a Roma, dalle comode poltrone della Lufthansa a un pullman stipato di settantenni turbocattoliche con le quali gioire dei miracoli della vita.
Ora la pace di Lecce, le biblioteche senza internet da tre mesi, con i loro stravaganti orari di apertura (9-14; 15-16.30), la pietra di Porta Napoli, i rustici, i ciceri e tria, le piacevoli attese di un'ora in posta e Matteo Renzi in tv.
Mi chiedo che idea si possa fare un cinese di questo posto. Un cinese, preso non proprio a caso, ma ultimamente li vedo ovunque. Mi sembra si stiano moltiplicando, cosa che probabilmente non è neppure del tutto falsa. Di certo c'è che è un popolo strano, come altro definireste voi una dozzina di elementi di suddetto popolo, che si recano al parchetto sotto casa, con corpi macchina, obiettivi grandangolari, tele, flash, e altre attrezzature fotografiche da far impallidire McCurry, per fotografare un fagiano?
Qualcuno mi farebbe giustamente notare che i signori in foto più che cinesi, sono hongkonghesi, cosa ben diversa. Bene, parlando di questi ultimi ci sono ancora un paio di cose che mi hanno stupito nelle poche settimane che ho passato a Hong Kong, prima di dover rientrare in tutta fretta, ricevuta la telefonatina da Roma. Primo fra tutti il prezzo che una persona può arrivare a pagare per un appartamento in quel posto. Qualche giorno prima di risalire sull'aereo sono stato ospite di alcuni amici: un bell'appartamento in parquet al 36esimo piano, con una vetrata oltre la quale lo skyline di Hong Kong si riflette nell'acqua della baia. Gran bello, non c'è che dire. Bene, quando mi hanno detto il prezzo a cui i proprietari intendono venderlo, l'ho dovuto convertire in lire, cosa un po' strana se non hai 80 anni e non sei nel 2000. 2.400.000 euro per un'ottantina di metri quadri. Qualche giorno fa, mentre camminavo per il centro di Roma, facevo dei confronti. Forse non hanno molto senso, però sono convinto che devi avere qualche rotella fuori posto se, dopo aver visto Roma, scegli di spendere quella cifra per vivere ad Hong Kong.
Fra l'altro, in quei lussuosi appartamenti vivono e lavorano donne che, in qualunque lingua si parli, a Hong Kong chiamano maid. Donne, quasi sempre filippine, che non ricevono un trattamento più decoroso di quello che ricevono le loro controparti a Dubai. Certo non viene da pensarlo il martedì mattina, quando le vedi all'uscita dalle scuole in attesa dei figli dei manager e delle avvocatesse in tailleur. E' durante il fine settimana che inizi a domandarti cosa ci facciano quelle donne ai bordi delle strade, rinchiuse come polli in cartoni ripiegati a creare piccoli loculi. Qui passano il loro tempo aspettando di poter rientrare nella casa in cui durante la settimana lavorano. Forse in Estremo Oriente anche questa inciviltà chiamano settimana corta.
Un giorno avevo ingenuamente deciso di andare alla ricerca di un po' di storia in quel posto. Avevo letto di un luogo, verso il confine con la Cina, che aveva conservato le sembianze delle antiche walled city, piccoli agglomerati di case circondati da recinzioni murarie. Dopo un'ora di metro e svariati km a piedi, costeggiando per un tratto un campo di addestramento del glorioso esercito, arrivo finalmente all'agognata meta. Credevo di essermi sbagliato, invece era proprio quella la declinazione che Hong Kong avava dato alla parola storia: quattro muri, una porta di ingresso e all'interno palazzine che avranno avuto al più 40 anni. Se non del tutto soddisfatto, potevo almeno dire di averci provato. In più ero riuscito ad allontanarmi per qualche ora da quel mondo frenetico e inarrestabile del centro.
L'alternativa, se proprio questo è ciò che si vuole fare a Hong Kong, è respirare una boccata di storia e tradizione in pieno centro, a Sheung Wan, dove un piccolo tempio Man Mo costruito nel 1847 ha resistito indomito ai grattacieli.
Di seguito, qualche foto scattata fra il mercato di Yau Ma Tei e Mong Kok, luogo di perdizione per i nerd e i maniaci degli aggeggini elettronici.
Dopo aver parlato delle prime impressioni su Hong Kong, credevo che avrei scritto del mio onesto impiego da fattorino illegale per le frenetiche strade della città e fra i casino di Macao. Invece l'essermi già sfogato con qualcuno ha dissipato questo bisogno, per ora. C'è anche da dire che al momento quel che c'era da consegnare è stato consegnato e di lavoro ce n'è poco. Intanto, la mia stanza funge da magazzino e fra uno scatolone e l'altro puoi trovare un calzino sporco, un obiettivo o il letto.
Oggi voglio parlare invece dello strano posto in cui sono finito stamattina. Nascosta fra un grattacielo e un altro, fra un mega centro commerciale e un negozio della Rolex, un'angusta scala conduce al primo piano di un anonimo palazzo. Qui su una delle due porte campeggia il volto stilizzato di Mao e la scritta Peoples Recreation Community. Entrarvi, lasciandomi alle spalle le gomitate date e ricevute per percorrere qualche metro, i clacson e le luci da epilessia fulminante è una boccata d'ossigeno. Al suo interno fra le pareti tappezzate di libri e i poster di propaganda comunista tre tavolini ai quali siedono due donne e due uomini, sulla testa più i capelli bianchi di quelli neri. La musica bassa, permette di leggere. Chiedo un tè a una giovane ragazza seduta dietro a un piccolo bancone e comincio a guardarmi intorno.
Qualcuno ha definito questo posto un centro del dissenso. Questo mi viene confermato dalla ragazza che dopo avermi preparato la teiera accetta di scambiare due parole, nonostante l'inglese stentato. Quei libri che riempiono gli scaffali sono infatti libri censurati dal regime cinese, introvabili sul continente. I cinesi vengono qui per sedersi a leggere ciò di cui non è dato loro sapere. In alcuni casi li comprano e portano con se, di nascosto dalle autorità.
Sui due ripiani della sezione inglese titoli quali 'Mao, the unknown story', 'People's pornography', 'The end of the revolution', 'God is red', 'Escape from Camp 14' e 'Bridge to Tibet'.
Dalle facce dei presenti non ho l'impressione di trovarmi in compagnia delle stesse persone in fila davanti Prada o Hermes, ma il campione è piuttosto ridotto per farsi un'idea. Mi stupiscono il gusto, curato e affatto pacchiano, dell'arredamento, la selezione musicale di sottofondo fra cui distinguo delle sempreverdi Spice Girls, il latte in polvere in vendita fra un poster di Mao e una bacheca di orecchini d'argento.
Finisco il mio tè, prendo qualche appunto e chiedo di scattare delle foto. Inaspettatamente mi rispondono letteralmente che sono libero di fare tutte le foto che voglio. Forse dei presenti nessuno viene dalla Cina, forse semplicemente non gliene frega nulla. Non fosse dall'altra parte della cittá, a 6 fermate di metro da casa, ci ritornerei nel pomeriggio, magari dopo aver recuperato una felpa per ripararmi dall'aria condizionata, probabilmente impostata sulla modalità 'freddo polare'.
Hong Kong, ore 4. Al secondo giorno in citta', il cambio di fuso non mi da tregua. A dispetto delle previsioni, mi sveglio nel cuore della notte e non riesco a riprendere sonno. Fuori la citta' tutta dorme, non passano auto, nessun ubriacone che rompe una bottiglia di vetro, nessuna sirena spiegata di una volante o di un'autoambulanza. Niente, solo il silenzio di una citta' che riposa, perche' domani sara' un altro lunedi, bisognera' fare altri soldi prima che qualcun altro li faccia al posto tuo.
La quiete di Kabala o di Soviepe, quartiere alla periferia di Lome', rivive come il film Babel nella mia testa, mentre cammino per le sfavillanti strade di Hong Kong. La flemma dei pigri venditori di ciarpame ai bordi di strade polverose dell'Africa e il passo rapido di uomini d'affari in giacca, cravatta e occhi a mandorla. L'idea che un'azione degli uni possa cambiare la vita degli altri ha il fascino della complessita' compresa in un istante.
In realta' di occhi a mandorla da queste parti se ne vedono relativamente pochi. Negli ultimi lustri la citta' ha visto un afflusso di imprenditori, commercianti e bassa manovalanza senza precedenti, attirati dal miraggio del paradiso fiscale, dell'iva che non esiste, della continua crescita. Metafora di questa crescita sono i grattacieli tirati su come fossero castelli di carte, da uomini equilibristi su impalcature di bambu'.
Le strade sono dunque affollate di occidentali, indoasiatici, anche cinesi, ma quelli ancora non riesco a distinguerli. Li riconosci solo perche' la domenica li trovi in fila davanti alla vetrina di Hermes, Gucci o Prada. Fremono dalla voglia di spendere milioni di HK dollars, di essere sodomizzati dal consumismo del vicino che li disprezza.
Io prima di disprezzare loro, le insegne luminose che occupano intere facciate dei grattacieli, il bisogno primario di arricchirsi sacrificando la propria vita, il sessantenne lampadato a cena con una sventola che potrebbe essere sua figlia, aspetto che due giorni siano divenuti due settimane, magari mesi.