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sabato 7 novembre 2015

FEAR AND LOATHING A NYUNZU


In questo momento storico Nyunzu, situata nell’ex provincia del Katanga,  è una delle località più alla moda del Congo. Non c’è il mare, anche se sembra di stare sempre in spiaggia, e stagione delle pioggie permettendo, c’è un sole che spacca le pietre. Non ci sono grandi bellezze paesaggistiche, è una zona pianeggiante dalla vegetazione non particolarmente lussurreggiante. Il piatto tipico è il fou fou, come in molti altri paesi africani, una specie di polenta molto più densa ed elastica, fatta con farina di manioca o mais, insomma un pappone che ti riempie ma dalle proprietà nutritive praticamente nulle. Il terreno sabbioso non facilita la coltivazione, così ortaggi e frutta non sono troppo facili da reperire, eccezion fatta per i manghi che qui abbondano (purtroppo molto più piccoli rispetto a quelli a cui siamo abituati!).

Ciò che fa di questa località l’ombelico del Congo sono i conflitti etnici, numerosi e persistenti, presenti qui e nelle regioni limitrofe. Il che ha stimolato il carrozzone umanitario a dispiegare i propri potenti mezzi, per alleviare le sofferenze anche di queste popolazioni.
I vari tipi di interventi possibili si inseriscono in un continuum che va dall’urgenza allo sviluppo, il progetto al quale lavoro si posiziona all’estremo tendente all’urgenza.

Il progetto ha fatto seguito ad un sanguinoso conflitto etnico scoppiato ad Aprile  tra Pigmei e Bantu, che ha visto sostanzialmente i primi andare a caccia dei secondi, portando quest’ultimi a darsi alla macchia o a cercare riparo a Nyunzu, dove prontamente sono stati installati campi d’accoglienza per le migliaia di rifugiati.




Il detonatore del conflitto non è stato ancora ben definito, ma secondo alcuni analisti ci sono forti tensioni politiche che fomentano questo e ad altri avvenimenti sanguinosi degli ultimi anni. Il Katanga è infatti da sempre una provincia dalle forti velleità indipendentiste, e come spesso accade tali rivendicazioni sono avanzate dalla parte più ricca del paese: miniere di Coltan, Oro e di altri minerali preziosi (chiaramente con relativi appalti a multinazionali estrattiviste straniere specialmente battenti bandiera cinese) si trovano in diverse zone della provincia, molte delle quali nei dintorni di Nyunzu.

Nonostante i mesi ormai trascorsi, le tracce del conflitto sono ancora evidenti. A Nyunzu c’è un numero considerevole di famiglie “deplacé”, le si può scorgere nei grandi stabilimenti delle ex fabbriche cotoniere, ma il grosso della popolazione è ormai rientrato nei villaggi originari. 

Tuttavia, percorrendo l’asse Nyunzu-Manono, la percezione di “normalizzazione” un po’ cambia: la maggior parte delle case (capanne di paglia e fango) dopo esser state bruciate sono ora in via di ricostruzione, e in molti casi ai muri in terra resi neri dalla fuliggine viene aggiunta semplicemente una copertura in legno e paglia. 


Nella maggior parte dei villaggi è ormai rientrata l’80% della popolazione (stima OCHA), ma percorrendo l’asse ci si imbatte (troppo) spesso in siti completamente abbandonati, vuoti, bruciati. Tra le carcasse nere delle case, si trovano sparsi oggetti di vita quotidiana, evidentemente sacrificabili nel momento della fuga. L’erba alta nasconde già i sentieri tracciati dall’uomo, e la natura cerca di riprendere il possesso di case e scuole ormai abbandonate. Lo stacco è abbacinante, nel giro di pochi km si può passare da siti sotto i riflettori del mondo umanitario, con numerose ONG intente ad offrire i propri servizi in ambito sanitario, nutrizionale, educativo, anche attraverso la costruzione di case, scuole e ospedali. A villaggi spettrali, cancellati dalle cartine, se mai vi sono stati, a causa della follia dell’uomo, e non annoverabili tra i “beneficiari” degli aiuti umanitari a causa dell’assenza di popolazione.

In alcuni casi gli abitanti non sono tornati al villaggio semplicemente perchè quelle persone non esistono più, è il caso per esempio del piccolo agglomerato di Tende. 
Sulla rotta che doveva portarci verso un sito indicatoci da OCHA per l’intervento, dopo aver deviato per alcuni km dall’asse principale la strada finiva in un villaggio, distante ancora diversi km dalla nostra destinazione. Preso il capo villaggio come guida siamo allora ripartiti, di fatto avanzando tra le sterpaglie e seguendo un sentiero appena appena praticabile a piedi (cosa che ci è successo più volte durante le prime settimane di lavoro). Dopo poche centinaia di metri improvvisamente la vegetazione si è aperta, intorno a noi colline brulle: erba verdissima e scheletri di alberi, neri e spettrali, costituivano la trama predominante del paesaggio per diversi ettari, in tutte le direzioni. Qua e la alcune foglioline verdi ci testimoniavano che la vita, nonostante tutto, continua. Giusto il tempo di chiedersi quale potesse essere stata la causa del disastro, che scorgiamo in cima alla collina una decine di case, o meglio quello che ne restava: fango secco annerito dal fumo. 
La nostra guida allora ci spiegò che qui vivevano alcune famiglie Bantù, quasi tutte sorprese nel sonno e bruciate vive dalla follia omicida dell’uomo, insieme a ettari di vegetazione circostante. Con dovizia di particolari ci raccontò da dove arrivarono gli assalitori, e in quali capanne viveva ogni famiglia. Dopodiché fu il silenzio.


Di tutto quello che ho potuto vedere fin’ora questa è sicuramente l’immagine che più mi rimarra impressa nella memoria, una cartolina dal Congo per così dire. 

Una distesa infinita di paletti neri, in un mare di verde abbagliante, e la quite opprimente, tutt’intorno un silenzio pesante, pressante, innaturale, come se quel luogo fosse in sospeso tra passato e presente, e dovesse fungere da monumento alla memoria collettiva. In un momento, è stato come se la consapevolezza della dimensione del disastro mi fosse improvvisamente diventata chiara,cristallina, come un velo che cadendo ti lascia finalmente vedere la realtà nuda e cruda.


Un cimitero sconfinato dalle lapidi nere e scarne.



martedì 8 aprile 2014

I Sud sono una invenzione dei Nord

A una settimana dal rientro in Italia, finalmente riesco a prendere il coraggio a due mani per scrivere qualcosa su questo rientro al quale faccio un po' di fatica ad attribuire un qualsiasi odore o sapore. 
Grazie al cazzo - mi direte - è un rientro, mica una zuppa.

Lasciamo un Paese in piena campagna elettorale. “Lo sai che in Guinea Bissau abbiamo due carnevali? Durante il primo sfilano i carri e le maschere, durante il secondo candidati con auto starnazzanti. E ta ngana djintis – ingannano la gente”.
Le elezioni presidenziali e governative si dovevano svolgere a novembre, ma l'iscrizione ai registri elettorali unita al congresso di quello che fino al 94 era il partito unico hanno fatto slittare la data prima a marzo, poi ad aprile; con il sommo rammarico di perdersi questo momento vissuto da tutti come un evento eccezionale, ciascuno schierato col suo e a difenderlo in tutti i kandonga e nelle bancadas. Si presentano in 14 candidati, ma esistono solo 10 partiti. Kumba Yala, presidente nel 2000 dopo aver sconfitto il regime di Nino Viera nella guerra civile e creatore del primo grande partito dall'avvento del multipartitismo e alternativo al PAICG, il Partido de Renovação Social, questa volta sostiene un candidato diverso da quello sostenuto dal suo partito, Nuno Gomes Nabiam. Kumba scompare in circostanze poco chiare, qualche settimana fa; qualcuno dice che se lo sono portato in Nigeria, qualcun altro che è in Guinea Bissau e che verrà processato per un reato non noto. Muore di infarto qualche giorno fa. Nuno Gomes Nabiam indossa lo stesso cappellino tradizionale dell'etnia Balanta che ha sempre contraddistinto il guerrafondaio che si erge a eroe della patria, ora stroncato da un malore - stando alle fonti ufficiali.

Questa volta ci troviamo davanti alle prime elezioni in cui i candidati non hanno raggiunto la fama in quanto fautori dell'indipendenza unilaterale, dichiarata nel 1973. Questa volta c'è candidata l'élite intellettuale. Ma nei villaggi si vota per l'appartenenza etnica, o per un sacco di riso. L'elettorato dell'interno del Paese è un elettorato facile da spostare, molto attaccato ai personaggi storici che hanno segnato la rivoluzione, che continuano a vegliare su un popolo sconquassato dagli strascichi di una guerra che li ha liberati dai tuga, i portoghesi, e che adesso qualcuno ha il coraggio di rimpiangere. Un popolo pacifico che riesce inspiegabilmente ad avere ancora fiducia nei responsabili di guerre civili e colpi di Stato. 
Non scompaiono ancora le figure che hanno condizionato il nascere e gli esiti di una guerra civile inutile e dannosa, che ha lasciato delle ferite ancora aperte e che ha fermato quella che sembrava essere l'emancipazione di un Paese, almeno ai più ottimisti. Bissau ka na diskansa inda – Bissau non si è ancora ripresa.

Non scompaiono i candidati che piacciono all'esercito, la divisione è tra governativi e antigovernativi. Carlos Domingos Gomes detto Kadogo, presidente esiliato dopo essere stato deposto dal colpo di Stato guidato tra gli altri dal colonnello Antonio Indjai (già coinvolto nella guerra civile contro Viera nel '99 e supportato dai separatisti della Casamança senegalese), divide l'opinione pubblica con il suo ipotetico ritorno. Qualcuno tra gli elettori del suo partito – il PAICG – dice che ha fatto il suo tempo (senza neanche essere riuscito a governare pur avendo vinto al secondo turno), che il suo ritorno comporterebbe solo il nascere di nuovi problemi che distoglierebbero l'attenzione dei vigli governanti che amministreranno la cosa pubblica, che non ci sono garanzie per la sua sicurezza, e via giù con le scomode conseguenze di riportare in patria un folle che si è sognato di vincere le elezioni presidenziali. Il suo principale concorrente dell'epoca, Manuel Serifo Nhamadjo e attuale presidente della Repubblica, nel 2012 dopo il ballottaggio sfrutta i malcontenti di una piccola elite militare per salire al potere illegittimamente, avvalendosi dell'inazione che aleggia intorno ad un weak state come la Guinea Bissau. La comunità internazionale rimprovera, l'ECOMIB non riconosce il Governo golpista sin quando lo stesso non piega la testa davanti alla proposta, avanzata dalla comunità di Stati dell'Africa Occiedentale, di formare un Governo di transizione, con le opposizioni dentro in attesa di nuove elezioni. Il risultato è un governo di corrotti pressoché senza opposizione che ritarda il processo elettorale e rifà le strade un mese prima dell'ultimo appuntamento elettorale. 
Grandi intese e trucchetti da sindaci di provincia non sono un unicum della politica italiana.
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All'aereoporto di Bissau ci tocca riaprire le valigie – il controllo è empirico in assenza di scanner – ma il solo fatto che siamo (stati) volontari ha dissuaso i solerti uomini dell'ordine dall'approfondire eccessivamente il contenuto dei nostri bagagli, pieni dei panni regalatici da Raul, dei vestiti sporchi consumati dalla stagione secca, dai pilòn, i pente, le cianfrusaglie e i regali da portare a casa.
Qualche sigaretta di nascosto con i vigliantes nello “stanzino vip”; stavolta il tabacco ha un sapore diverso rispetto a quello fumato in autunno a Malpensa in attesa dell'aereo di andata. Sarà che stavolta una stecca di Marlboro costava sei euro anziché cinquanta.

L'aereoporto di Casablanca aiuta forse a spezzare, non si capisce bene da che parte siamo del Mediterraneo a momenti, tanti turisti dopo tanto tempo, tanti bianchi, il francese, i giardini curati, i pavimenti che riflettono la luce, il fresco, la gente in giacca cravatta e soprabito. Una specie di camera iperbarica.

Il saluto. L'impressione netta di dire arrivederci per poi rivedersi davvero, e continuare da dove ci si è fermati - il che non impedisce alle lacrime di varcare la soglia che le rende visibili. Insieme a qualcuno, senza qualcun' altro, in un altro posto o negli stessi luoghi, ma questa volta poco importa.
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Il viaggio per la Penisola è tutto un sonno.
L'arrivo è un dormiveglia dopo un sonno lungo e pesante, come anche i giorni successivi.
Casa Bertone è la stessa, i divani rossi, i soppalchi, i coinquilini presenti e passati che in qualche modo hanno sempre un posticino tra la polvere e le superfici originarie, e lo stesso vale per gli avventori più affezionati. Per disfare le valigie ci vogliono giorni e molte lavatrici, mentre basta molto meno per riabituarsi ai ritmi e alle abitudini di una casa di studenti. Anche Radio è la stessa, alla sera, durante l'assemblea dei soci. Lo è la gente del Coordinamento, le facce di sempre ma sempre fresche, la plenaria, la cena con un “vecchio” amico.

Le domande erano attese e temute da mesi, ma aiutano a metabolizzare. Qualcuno chiede “Cioè ma davvero te lo volevo proprio chiedere, ci ho pensato per sei mesi, caspita, ma davvero mi vuoi dire che mangiavate riso tutti i giorni?”, qualcun' altro è interessato a sapere com'è sta storia del presidente della ONG in prigione, ma sto stronzo, ma tu pensa un po' che roba.
Io me ne torno a casa con un altro anno da recuperare nella folle corsa all'adempimento degli studi nei sogni di una vita, o nella speranza di fortuna, e con un pezzetto in più a comporre un puzzle senza istruzioni né riferimenti. Con una finestra davanti, al di là della quale si aprono strade nuove e percorsi possibili.
Non ho trovato la ricetta del mondo nuovo e giusto, ma almeno parto dagli ingredienti che ne impediscono la riuscita. Non ho visto le cose funzionare bene, non ho elaborato il sistema definitivo, se penso al “mal d'Africa” di mali me ne vengono in mente tanti tra quelli che affliggono il continente più bistrattato del pianeta.

I panni colorati mi ricordano gli abiti ampi, le tavole rozze, le strade polverose, gli odori forti del mercato di Caracol, i raffazzonati mezzi di locomozione, le folle, i palazzi coloniali, le discussioni accese, la stanchezza ad ogni piè sospinto, i tratti duri, quelli più dolci dei bambini.
Sono immagini che spero non svaniscono, come il briciolo di consapevolezza in più che pesa come un macino nello zaino. Penso di aver capito molto di quello che voglio fare, ma sopratutto di quello che non voglio fare, che farò in modo che non succeda intorno a me, di dove voglio collocarmi nella mappa sconfinata che si articola nel sistema complessissimo in cui viviamo.


Gli amici lontani mandano segnali ad andamenti alterni, la conversazione digitale porta come oggetto “depression international”. Qualcuno di loro è logorato, o almeno pensa di esserlo, qualcun altro è rinvigorito. Io sono ripulito, lavato. Ancora non ho visto il mio Sud.

E nel cortile che ha ispirato i racconti di questi mesi, che ha tenuto insieme i pezzi, ancora non sono riuscito a metterci piede.  

martedì 11 febbraio 2014

Ami n'obi kriòl dritu

In criòlo, i verbi “apprendere” e “imparare” non esistono.
Esiste il verbo “obi”, che significa sia “ascoltare” o “imparare ascoltando”, e il verbo “odja”, che significa “vedere” o “imparare vedendo”. Ci ho messo un po' a capirlo, quando mi dicevano “bu obi criòl dritu!”, ossia “hai imparato bene il criolo!”, smentendo quindi l'affermazione di questi falsi adulatori o semplicemente incoraggianti e cordiali guinieensi. Oppure quella volta in cui Demba, mandinga, rasta, e suonatore di Djimbè mi disse ripetutamente “N'misti obi kil cançon ku viola” - “Voglio imparare a suonare questa canzone con la chitarra” mentre suonavo nel furgone il grande classico “Brigante se more”. Immaginate il disastro, se ho capito “ascoltare” anziché “imparare”.
Credo possa essere interessantissimo chiedersi il perchè non esista un verbo che significhi “apprendere”, il perchè l'apprendimento possa essere semanticamente ristretto ai sensi dell'udito o della vista. Che poi a pensarci bene, non ci sono moltissimi altri modi per imparare le cose se non vedendo e ascoltando, magari è solo un approccio un po' più quantitativo ad un processo mentale che indubbiamente è tra i più affascinanti, oltre che tra i più difficili da formalizzare. E poi sicuramente per tutto ciò che si apprende utilizzando altri organi che non siano occhi e orecchie ci saranno altri verbi suppletivi, quindi diciamo che porsi il problema potrebbe essere una perdita di tempo.

Fatto sta che

Sto dando un corso di inglese. Due per la precisione: uno per studenti e uno per professori.
Nella biblioteca della Cooperativa Escolar Sao Josè, alla cui realizzazione ho minimamente contribuito con un pochino di manodopera tutte le volte che a Bissau sono rimasto qualche giorno dopo il weekend - per motivi che non corrispondono esattamente alla necessità di velocizzare i lavori nella biblioteca -  ho trovato moltissimi libri di inglese dei licei portoghesi dai quali fotocopio materiale ed esercizi da dare ai miei studentelli per esercitarsi un po' a casa.
My niggas
Sono stato a parlare con il direttore della scuola di Quinhamèl, Nino ah e tu ti chiami Bernardo? E allora insieme siamo Joao Bernardo Nino Viera!*
Prima di cliccare sul link consiglio di leggere quanto segue. Le foto che linko le ho trovate scartabellando nell'hard disk della ONG, ritraggono il Viera morto e trucidato dai militari cui sono succeduti gli attuali governanti golpisti. Pensavo di aver trovato una miniera d'oro e di aver scoperto un complotto, invece sono - inspiegabilmente - a disposizione del popolo guineense tutto e non solo. Pertanto ho proceduto a dissolvere qualsivoglia dubbio rispetto alla totale legalità della pubblicazione delle suddette.  
L'evocativo Nino mi ha detto che si, sarebbe proprio bello fare un corso di inglese per gli studenti! Ma potresti aprirlo anche ai professori? Ce ne sono molti che vorrebbero imparare, però il livello è proprio basico basico.
Un po' di studenti li conosco, tutti tra il settimo e il dodicesimo anno di scuola; alcuni l'inglese lo parlano meglio di altri, anche se secondo Nino il livello di insegnamento è talmente basso che tutti i ragazzi hanno gli stessi language skills. In più, ancor prima che arrivasse il giorno in cui si sarebbero aperte le iscrizioni avevo 50 studenti iscritti e 30 professori – nonostante avessi indicato in un cartello scritto in portoghese e criolo affisso a scuola che i posti fossero 10 per corso. Ma chi sono io per negare a questi volenterosi discenti le perle di un pugliese che dice ancora “bicòus” anziché “beacause”!
Pertanto ho pensato, stanti queste condizioni, che fosse sensato dividere gli studenti in due corsi – uno più avanzato e uno più basico. Questo lo avrei fatto solo dopo aver fissato una riunione con gli studenti in cui avrei valutato il livello di ciascuno. Ma che stronzata pazzesca.
Innanzitutto alla riunione si sono presentati la metà degli iscritti, e alcuni professori “che avevano capito male”, uno smargiasso che l'inglese lo sapeva benissimo ma voleva provarci con le tipelle, mostrando a tutti la sua pronuncia ammiccante e la capacità di sostenere la capacità con il titchà più scarso d'Europa. Quando ho cercato di spiegare le mie intenzioni rispetto alla divisione del corso, a parte il James Joyce dell'Africa Nera che continuava ad intervenire in inglese mentre io spiegavo in portoghese affinchè tutti capissero, tutti mi hanno risposto con degli sguardi attoniti e domande fuori posto che mi hanno fatto immediatamente abbandonare l'idea di selezionare gli studenti e decidere improvvisamente che quella sarebbe stata la prima lezione con gli studenti. A parte l'impossibilità di spiegargli che non si dice “shkul” ma “school”, seguivano tutti in religioso silenzio, nel frattempo qualcuno vedeva da fuori quello che succedeva nella Casa da Joventude e origliava curioso, mentre i più impavidi chiedevano di entrare – senza che gli venisse negato, ovviamente.
Tuttavia, leggermente urtato dalla defezione di metà degli studenti iscritti ho aspettato il giorno seguente per la riunione con i professori che, vittima di categorie mentali inapplicabili in questa terra, ho ritenuto più affidabili degli studenti.
Alla riunione sono rimasto solo, non è venuto neanche uno. Qualcuno qui mi ha detto “dovevi farlo a pagamento, e sarebbero venuti tutti”, oppure “ti devi mettere nella testa dell'africano, non incazzarti e fare in modo che si comporti da europeo”. Non intenzionato a fare nessuna delle due cose, la mattina sono andato a scuola incazzato col direttore, che con un “Esquessì!” - “Mi sono dimenticato” ha messo una pezza sul pacco del giorno prima; sono che non si era dimenticato solo di venire alla riunione con gli altri professori iscritti, ma anche di avvisare questi ultimi – un incarico del quale si è autoinvestito, e del quale mi sarei fatto carico volentieri.
Ho deciso di rilassarmi un secondo, e di fare le cose un po' più easy. Le lezioni seguenti hanno visto una partecipazione ben più cospicua, in termini qualitativi e quantitativi – più con gli studenti che con i professori. Alla domanda “how old are you” hanno risposto tutte le volte dicendo un età diversa, raggiungendo una sorta di equilibrio di Nash sul livello di 19 anni; non so se questo accade solo perchè non sanno bene i numeri, o perchè si sono resi conto che tutte le ragazze che ci sono al corso non superano i 19 anni.
Sono tutti estremamente volenterosi quanto timidi, parlano sempre con la mano davanti alla bocca e ridono due ore prima di iniziare a rispondere alle domande. Sono sicuramente vittime di un sistema scolastico di qualità bassissima, copiano forsennatamente dalla lavagna anche senza aver capito nulla di quello che è stato detto. E la cosa impressionante è davvero il fatto che il livello varia assolutamente a prescindere dagli anni di studio della lingua, più al variare del numero di canzoni di Lil'Waine e rasta jamaicani di sorta che ascoltano durante il giorno.
Ho protestato per anni contro il sottofinanziamento dell'istruzione pubblica, contro i tagli dei governi che dal 2005 si sono succeduti nel Belpaese per le mani di Moratti, Fioroni, Gelmini e Tremonti – ma quando sono finito in una discussione tra turisti spagnoli radical chic che facciamo il turismo responsabile, ma come non ce le hai le birrette? No perchè con le noccioline di qua sono proprio buone, e che palle sempre riso, ma non ce l'hai qualcos'altro – i quali sostenevano che il pubblico deve costruire scuole pubbliche e che le scuole private dovrebbero chiudere mi sono proprio incazzato. Perchè qui senza scuole private (alcune sono ex scuole di partito, altre cooperative laiche e alcune realizzate da missioni cattoliche) non ci sarebbe neanche quel poco di istruzione che c'è. I professori delle scuole pubbliche non sono stipendiati da mesi, e a ragion veduta i docenti vanno ad insegnare nelle scuole private – con rette da 2000 franchi al mese, 3 euro – a volte anche lasciando l'impiego pubblico. E le scuole pubbliche sono pienissime, per carità, le scuole private non drenano l'utenza scolastica ma nascono per sopperire alle mancanze dello Stato, contrariamente a quanto succede a nord del Mediterraneo e al di là dell'Oceano Atlantico.
Serve la rivoluzione, certo che serve. Ma senza istruzione non c'è rivoluzione, e se si aspetta che sia questo governo golpista a mandare la gente a scuola, stiamo più che freschi.

La mia ONG chiuderà a fine febbraio. Le ragioni sono molte, la verità è che questa ONG a conduzione familiare altro non è – era – che una microimpresa, dove l'impressione è costantemente quella di lavorare per i benefici di un gruppo ristretto di persone. Io e Sylvia saremo ricollocati per il mese di marzo in altri progetti, e salterà il mio corso senza grandi pretese ma che costituiva l'unica forma di contatto con la comunità di Quinhamèl dal punto di vista lavorativo. Non cambierà la vita a nessuno, magari. Ma questa ONG continuerà a possedere una struttura come la Casa de Joventude, con spazi e strumenti mai utilizzati se non per il corso di cui sopra; e questa ONG non esisterà più, così come molte hanno smesso di esistere fino a questo momento. Tutto questo con i soldi dei contribuenti o con delle donazioni, che costituiscono in questo caso uno spreco di denaro ingiustificabile.
Cosa manca qui perchè qualcosa cominci a funzionare? Forse manca un po' di serietà, forse mancano le presenze istituzionali, la consapevolezza di vivere in una comunità, in un sistema complesso; forse manca gente che si dedichi a questi progetti in modo continuativo, dalla parte di chi finanzia e di chi viene finanziato. Lo stesso Cabral, parlando del suo popolo, sosteneva che una persona non può essere lasciata troppo tempo nello stesso posto, altrimenti comincerà a lavorare male, ad approfittare delle occasioni e a rendere poco.
Ma fa davvero molta rabbia – e questo post è riduttivo da questo punto di vista – vedere come una grossa opportunità venga sprecata non solo ora, ma come sia stata sprecata sino ad ora. E diciamolo, anche vedere come il contributo profuso sino a questo momento da parte mia sarà solo un vano tentativo di raddrizzare qualcosa, se non sarà utilizzato per fini che non condivido del tutto, se non per niente, da persone che non meritano neanche le briciole.

La mentalità africana, i ritmi, quello che vi pare. Ma se “si fa molto meno di quello che si può”, forse è il caso davvero di cominciare a fare il massimo per il solo amore dell'uguaglianza tra gli esseri umani.  


Post Scriptum

Karim, lento coautore di questo blog che con le sue boutades rarefatte ha contribuito al riempimento di queste pagine, domani se ne va in Svezia e malauguratamente non potrò salutarlo come ha fatto lui con me accompagnandomi fino all'aereoporto. In Svezia fa freddo e i pomodori d'inverno col cazzo che crescono, ma so che te ne farai una ragione. Boa viagem!

giovedì 23 gennaio 2014

Dromomania



Detta anche pariomania o nomadismo o nevrosi da vagabondaggio, si manifesta o come un bisogno insopprimibile di fuga dalla dimora abituale o come un'incoercibile tendenza a vagare da un posto all'altro con fughe improvvise che generalmente avvengono senza un rapporto sufficientemente comprensibile con la situazione che lo precede, senza alcun piano e senza una meta prestabilita. Quando non è una reazione a stati di disforia scatenati da circostanze esterne, la d. è interpretata come ...

A voler leggere i dizionari si fa presto a finire nella cartella clinica.
La definirei piuttosto come incessante ricerca dell'essenziale, non necessariamente specificato. Condizione psicopatologica che ha ripreso ad affliggere l'umanità dopo una o due generazioni di sopore.

giovedì 19 dicembre 2013

Patì Buleia - nomeadamente, a greve em Bissau

Mentre in Italia il movimento dei forchettoni impazza nelle grandi e piccole città riempiendo le strade di una pericolosamente eterogenea massa di gente, un po' di padroncini piccolo-borghesi, un po' di gente inginocchiata dalla crisi contro la quale le proteste non sono iniziate il 9 dicembre – con tanto di blocchi degli autotrasporatori che vagamente ricordano il golpe cileno che l'11 settembre del 1973 portò alla morte di Allende e all'inizio della dittatura di Pinochet - insieme a manfrine tipo “non siamo né di destra né di sinistra” che puzzano un po' di rosso-bruno con tanto di applausi a Di Stefano ai comizi, bene, nel frattempo a Bissau noi facciamo

LO SCIOPERO GENERALE

Oddio, lo fanno loro e tutti quelli che sono costretti ad abbandonare le proprie attività a causa dello sciopero, in un posto in cui la logistica e gli equilibri sociali, insieme agli incastri che compongono un sistema complesso come una capitale africana si reggono su filo di una ragnatela.
Scopro che c'è lo sciopero la mattina stessa in cui lo sciopero inizia, ossia lunedì. Ero rimasto a Bissau dopo la deludente celebrazione della giornata dei diritti dell'Uomo di sabato e domenica, la cui unica nota di colore è costituita dalle mirabolanti performance di danze africane al centro culturale francese con un altissimo tasso di salti mortali e capriole per aria, tutto condito da un senso del ritmo che sembra essere presente un po' in chiunque, qui. Il lunedì dunque mi tocca andare ad aprire Cabaz di Terra – il negozio dei prodotti delle ONG che fanno riferimento al Comercio Justo - dopo un sabato sera a suon di capirinhas (costano 500 CFA, meno di un euro) e una domenica per ripigliarsi a mezzo mandioca e patate dolci, tutto rigorosamente fritto (25 CFA l'una, meno di una goleador) e comprato tra le strade terrose del mercato di Caracol.
Fortuna volle che l'unico africano presente nella casa in cui ero ospitato fosse informato della sollevazione generale, così da consigliarmi la mattina stessa di spicciarmi e cominciare a camminare, chè salvo botte di culo mi attendeva un'ora buona di cammino tra mercati e traffico.

Esco di casa in tempo; conosco la strada, mi avvio cercando con lo sguardo tassisti crumiri o macchine mezze vuote a cui chiedere un passaggio. Il tentativo dura pochi minuti, mi rassegno presto e disinnesco il passo da terrone, unico modo per arrivare in tempo a destinazione. Scopro di orientarmi piuttosto bene, grazie ai ripetuti rally per le strade della capitale e ai giri che il lavoro ci obbliga a fare in questa città il cui assetto urbano non dev'essere stato guidato da un piano regolatore scritto da grandi luminari della materia. Attraverso Jerico, raggiungo i lati esterni del mercato di Caracol prima e di Bandim poi. Ci sono poche auto per strada, e molta meno gente del solito. L'ultima strada prima di incontrare l'asfalto è Mindara, famosa per l'alto tasso di assalti e per la puzza di pesce fumato mista a immondizie di sorta. Meticolosamente ammassate al centro della strada tipo spartitraffico. Quando cerco il tizio che di solito mi vende le stecche di Marlboro a 4300 CFA (una stecca costa quanto un pacchetto e mezzo in Italia), mi rendo conto che il suo contentor è chiuso, come il 90% dei grandi contenitori portuali all'interno dei quali vengono ricavate le lojas nella strada-mercato di Mindara.
Raggiunto finalmente il tratto asfaltato che porta a Bissau Vellho, il quartiere storico dove si trova Cabaz, davanti a me appare qualcosa che assomiglia molto a Pavia a ferragosto. Le strade che solitamente strabordano di auto sono quasi vuote, e i pochi passanti si sbracciano per essere caricati dai pick up di passaggio, quasi sempre senza ottenere nulla. Mi rendo conto che, al netto dei taxi e dei toka toka – che oggi non ci sono a causa dello sciopero – le auto private che girano per la città sono pochissime. 
Il sole reso diafano dalle sabbie del Sahel alzate dai venti Sahariani mi accompagna fino a destinazione; per strada non avverto nessuna elettricità, non si incontrano manifestanti né grandi dispiegamenti di forze dell'ordine; la solita polizia che veglia sulla città dalle sedie di plastica piazzate nelle rotonde e le solite camionette dell'Ecowas piene di militari dell'esercito sovranazionale, in maggioranza nigeriani e armati fino ai denti. Di manifestazioni di piazza neanche l'ombra, arrivato al negozio accendo la radio e cerco di capirci qualcosina in più.

Lo sciopero è stato congiuntamente convocato dalla UNTG (Union geral dos trabalhadores da Guiné) e dalla CGSIGB (confederação geral dos sindicatos independentes da Guiné-Bissau); ho cercato notizie sulla storia di questi due sindacati, ma l'unica cosa che ho scoperto è che la UNTG fa parte dell'ultima versione dell'internazionale socialista, la ITUC (International trade union confederation). Sono entrambi sindacati confederali, rappresentano tutte le categorie di lavoratori; di certo esistono anche piccoli sindacati di piccole categorie, di cui è impossibile trovare le sigle.
L'impostazione è molto simile a quella di tutti i Paesi che nella storia hanno avuto un partito di socialista forte, come lo è stato il PAICG di Cabral; in realtà l'unica categoria con la quale questo sindacato si relaziona per via diretta è quella dei lavoratori pubblici, dato che tutto il resto funziona un po' come capita. L'esempio più clamorosamente di questo funzionamento generale guidato apparentemente dal fato è quello dei trasporti, composto principalmente da taxi, Toka Toka e Kandonga.

I taxi sono tutti uguali, Mercedes tipico anni '80 alla Starsky&Hutch, carrozzeria azzura e tetto bianco. Se vuoi fare il tassista te ne compri uno, e se non ti va di guidare tutto il giorno lo affidi a qualcuno che lavora per te (i guineensi si affacciano a questa pratica come gli europei si affacciano alle start-up, per intenderci); i prezzi sono calcolati sulla base del numero dei quartieri che vengono attraversati per raggiungere la destinazione, oltre che sulla gradazione di bianco che ha la tua pelle. Sui taxi giuro che ci faccio un reportage in pieno stile repubblica.it.
Un toka toka
Il Toka Toka è l'equivalente degli autobus urbani, sono piccoli furgoncini giallo-blu abbelliti dalle più disparate suppellettili e aereografie (gettonatissima quella del Che) con panche al centro e sui fianchi; ci entra una quantità di gente e di merci impressionante. Il viaggio costa 100 CFA sempre, ovunque tu vada; esistono delle linee approssimative rese note all'utenza scrivendone direttamente il nome sulla fiancata del mezzo. Gli autisti toka toka non sono famosi per la loro capacità di calcolare gli spazi di movimento né per la loro delicatezza. Il Kandonga, infine, è il trasporto extraurbano. Inizialmente gestiti dal ministero dei trasporti, attualmente sommersi dalla gestione privata dei singoli; il che non vuol dire che lo Stato ha esternalizzato la funzione dei trasporti, bensì che chiunque abbia un autoveicolo con più di 7 posti ci possa attaccare sopra il nome di una città e usarlo per trasportare gente. Nei “paragens”, una specie di autostazioni rudimentali, esiste addirittura una persona che ti fa un biglietto e ti assegna un posto; peccato che per strada il mezzo si fermi per caricare chiunque lo chieda. Il tragitto Bissau-Quinhamèl costa 500 CFA, anche se mi è capitato che me ne chiedessero 10.000 dicendo “Io sono l'ultimo che ci va, o vieni con me o resti qui”. Una supercazzola a cui non ho ceduto, essendo stato educato dai discepoli del conte Mascetti.

I dipendenti pubblici scioperano perchè non ricevono lo stipendio da tre mesi; la paralisi della città, tuttavia, non danneggia il Governo né lo induce a scendere a compromessi. Essendo moltissimi aspetti della vita comune gestiti da un singolo e non da un apparato statale, il blocco dei mezzi di trasporto crea solo problemi ai cittadini e non alla macchina scassata che è questo Paese.
Tuttavia, i sindacati che hanno proclamato lo sciopero hanno fatto leva sui tassisti e autisti vari, aggiungendo alle proprie rivendicazioni quella di ridurre gli abusi di potere della polizia sui trasportatori; capita spesso che i poliziotti fermino i mezzi, si inventino un'infrazione la cui multa vedrà l'importo dimezzato se l'autista è disposto a pagare subito. Chiaramente quei soldi finiscono dritti dritti nella tasca del poliziotto.
La solidarietà è durata solo per i primi due giorni; nonostante i sindacalisti picchettassero le zone nevralgiche per controllare se ci fossero crumiri per le strade, martedì giunge la comunicazione dei sindacalisti che chiede ai solidali scioperanti privati di ritornare alle loro mansioni, causa l'eccessiva confusione creatasi e l'incontrollabile catena di piccole tragedie individuali che l'assenza di mezzi stava creando. Impossibile chiaramente verificare l'erogazione dei “servizi minimi”, benchè “serviço minimo!” sia una delle frasi più invocate nei luoghi di lavoro.

Dopo i primi due giorni di sciopero, in cui i sindacati chiedevano il pagamento dei 3 mesi di arretrato dei dipendenti della funzione pubblica, il controllo dei prezzi dei beni di prima necessità (che con il blocco dei trasporti sono ulteriormente ma temporaneamente aumentati), oltre che la questione della sicurezza sociale, il Governo ha aperto un tavolo di concertazione in cui è stato accordato il pagamento immediato del primo mese di arretrati dei dipendenti.
Si tratta di punti centrali piuttosto trasversali, ed è bello che sia una figura istituzionale a guidare il conflitto di una nazione schiacciata dalla povertà, che ancora si lecca le ferite di una guerra civile finita 10 anni fa e dalla quale il Paese non sembra essersi ancora ripreso. Quello che risulta difficile capire, benchè quello che è successo qui mi sembra ben lontano dal corporativismo che riempie le piazze italiane dal 9 dicembre, è quanto possa essere efficace il ruolo dei sindacati in un Paese in cui i meccanismi della democrazia sono stati importati dall'ex Unione Sovietica, in cui l'organizzazione statale è un perfetto organigramma copincollato dai vecchi Paesi socialisti ma pieno di buchi e di crepe, in cui i legami istituzionali si mischiano con le dinamiche sociali che si creano in assenza dello Stato rattoppando la macchina, che potrà così percorrere qualche altro chilometro fino alla rottura del prossimo pezzo, all'usura della prossima componente.
Ad ogni modo, la situazione sembra essere tesa visto l'ulteriore rinvio delle elezioni; l'adesione forte allo sciopero, che maliziosamente può essere attribuita alla scarsa attitudine di molti al lavoro, è sicuramente un segnale preoccupante. Di certo qui non ci sono i problemi che colpiscono la "vicina" Repubblica Centrafricana, dove il presidente è stato deposto dai ribelli di Seleke, rivendicando le radici musulmane del Paese che pensano bene di recuperare con processi sommari nei villaggi ai presunti oppositori; il popolo guineense è un popolo mansueto, abituato alla convivenza religiosa e decisamente poco fanatico; ma qui e lì sembrano esserci delle molle pronte a scattare, al di là di sensazionalisti allarmi degli osservatori internazionali (nel mio caso, la polizia federale brasiliana) che mettono in guardia da imminenti colpi di stato.
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Le vendite sotto Natale aumentano, la giornata va abbastanza bene e torniamo a casa con un buon gruzzoletto, qualche altra giornata così e siamo a posto anche a gennaio, dice Mariana.
La strada per Quinhamél è quasi sgombra di carri e altri mezzi a motore. Rimangono i tutti i tipi di animali commestibili e non a popolare l'asfalto, e tutte le persone che in mancanza di alternative si muovono a piedi per affrontare chissà quanti chilometri. “Patì buleia!” - gridano tutti vedendo il retro del pickup pieno di cose e non di persone. Patì buleia, in una traduzione poco fedele corrisponde a “dammi un passaggio”. La differenza tra il “passaggio” e la buleia è che se ti fermi per darne una a qualcuno, tutte le persone che ci sono nei paraggi salgono in macchina anche senza sapere dove sei diretto. Mi è capitato di farla solo una volta, alla richiesta da parte di due militari di fermarmi; pensai che se non mi fossi fermato sarei stato rapidamente raggiunto da una scarica di mitra, e che mi stessero fermando per chissà quale ragione di ordine pubblico. Volevano solo essere accompagnati all'ospedale di Quinhamél, dove il fratello di uno dei due era in cura.


Tornando a casa ci fermiamo per recuperare Betti, la cuoca, e Mariana mi invita ad ripartire rapidamente per evitare l'assalto al pickup, ma non ho potuto fare a meno di ricordare la gratitudine di quel militare che qualche settimana prima fu sufficiente perchè la giornata scorresse senza preoccupazioni di sorta. Quella volta anche io avevo contribuito ad oleare ulteriormente un meccanismo che però ha una scadenza ben determinata; quando anche questo si romperà definitivamente, probabilmente l'Africa avrà bisogno di una nuova colonizzazione, o di una nuova – e questa volta vera – riscossa.  

martedì 26 novembre 2013

Si fa molto meno di quello che si potrebbe - Atto II

La sede del PAICG di Cacheu. L'inno del PAICG risuona spesso nei cellulari dei giovani che ascoltano musica per strada

Fino a tre-quattro giorni fa, abbiamo ospitato ad Artissal una riunione “segreta” del comitato della regione di Biombo del PAICG, Partito per l'Autonomia e l'Indipendenza di Capo Verde e della Guinea Bissau; è un partito diciamosocialista, lo stesso che ha condotto all'indipendenza l'intero Paese. Benchè la data delle elezioni non sia ancora stata fissata, i partiti principali stanno andando a congresso, e il PAICG pare essere il favorito.

I Pepel, ossia l'etnia dominante nella mia zona, sono tutti pro PAICG, oltre che la terza etnia più cospicua del Paese. C'era da immaginarselo, dato che l'altro principale partito è fortemente connotato dall'etnia che rappresenta, l'etnia Balanta, ed è nato pochi mesi dopo la fine della guerra civile, nel '99, rivendicando il ruolo determinante dei militari Balanta durante la guerra di indipendenza finita nel '73.

La figura principale del gruppo da noi ospitato è da individuarsi ne “O diretor”. E' il segretario regionale del partito, tutte le volte che si sono riuniti qui in passato arrivava un giorno prima di tutti e andava via un giorno dopo, concedendosi negli intermezzi momenti di “relax” dolcemente accompagnato da una varietà piuttosto ampia di concubine. Ha una voce roca, tipo Al Pacino in “The Godfather”, solo che è nero. Testa pelata, sopracciglia aggrottate, collo corto.

Le riunioni solitamente si svolgono con “o Diretor” che parla a bassa voce, e tutti che ascoltano religiosamente.
Questa volta però bisogna decidere il candidato da proporre al congresso nazionale del partito; lo schema che avevo già visto ripetersi alcune volte ne uscirà mutato.
Sono una quindicina i partecipanti alla riunione della scorsa settimana; pochi giovani, pochissime donne. Molte facce stanche, gli occhi e gli sguardi sono diversi da quelli della gente a cui ormai sono abituato qui; non sono così sorpresi di vedere dei bianchi in giro per il posto, dei bianchi che non conoscono.
Il summit doveva durare un giorno, è durato 5 giorni. Per la giornata annunciata abbiamo predisposto una sala con tappeti in moquette semovibile e aria condizionata. La giornata con i militanti termina, l'accesso ai lavori ovviamente mi è precluso nella maniera più assoluta. Un gruppo ristretto di persone continua le discussioni nei giorni seguenti, si stabiliscono a Quinhamèl passando le giornate in preda a a sbraiti, urla, discussioni concitate; cerco di stare da tutt'altra parte, onde evitare di sembrare lo spione che in questo tipo di situazioni, in realtà, sono.
La gente arriva e se ne va, avvicendandosi con una certa liquidità. “O diretor” ha una stampante che si porta sempre dietro con la quale ogni tanto stampa della roba e la distribuisce. Nei brevi momenti in cui assisto, ora con una scusa ora con un' altra, alle discussioni che adesso non si svolgono più al chiuso ma nell'area ristorante dell'ONG, capto pontificazioni sulle tattiche da tenere per vincere il congresso, ipotesi sulla situazione del partito prima delle elezioni, nomi di persone seguiti da cariche e da considerazioni sulle spartizioni di potere che queste cariche consentono, sugli equilibri da esse determinate.

Mi perdo clamorosamente l'incontro con i giornalisti dell'ultimo giorno, dovendo accogliere dei turisti inglesi di passaggio ad Artissal per andarsene poi a pescare alle Bijagos.
Il giorno dopo all'ambasciata brasiliana non si parlava di altro se non del fatto che gli unici pirla a non aver ancora deciso il candidato segretario (qua lo chiamano diretor) del partito che vincerà sicuramente le elezioni, erano quelli della regione di Biombo.
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Rimane il fatto che qui, fin quando non si va al voto, pare rimanere tutto fermo.

Con elezioni o senza elezioni, le ONG sul territorio qualcosa la dovranno pur fare.
L'altro giorno abbiamo affrontato il discorso con Mariana, la direttrice esecutiva della ONG, tornando in macchina da Bissau. “Embora, existimus”, dice con orgoglio battendo le mani sul coprivolante leopardato - “Nonostante tutto, esistiamo”. Nonostante anche il coprivolante. 
A detta sua, innumerabili sono le organizzazioni che si sono avvicendate sul suolo guineense, la cui esistenza è spesso legata alla presenza di finanziamenti da parte di governi, nazionali e sovranazionali, e istituzioni.

Artissal, al momento, non partecipa a nessun progetto; o meglio, quelli che c'erano si sono esauriti. La fabbrica tessile continua a lavorare e a produrre panni, la ONG continua ad ospitare turisti da tutto il mondo scarrozzandoli tra la balobeira, retta dal regulo del regno di Tor, le isole, e le altre organizzazione per mostrare il lavoro che quotidianamente viene fatto.
Il travaso degli introiti dall'attività turistica a quella di produzione di materiali, purtroppo, non potrà andare avanti per sempre.
Artissal partecipa ad un progetto di organizzazioni locali – Cabaz di Terra - in cui ciascuno vende i propri prodotti, alimentari, artigianali, manifatturieri. La collaborazione è suggellata dalla firma di una carta di principi che tutti si impegnano a rispettare (oh la traduzione del sito l'ho fatta io).
Il 30% del valore di quanto viene venduto viene lasciato a Cabaz, perchè possa autosostenersi; ma tra un barattolo di miele e un panno a otto bande fatto a mano c'è una differenza di prezzo notevole.
Non solo: dopo un lungo lavoro di inventario fatto a partire da quando siamo arrivati qui, abbiamo scoperto (dopo 2 anni che esiste Cabaz!) abbiamo scoperto che solo Artissal cede la percentuale pattuita, mentre gli altri ammortizzano aumentando il prezzo del prodotto della stessa percentuale. Estiquatzi. 
In più, la cessione del 30% probabilmente non è sostenibile dal punto di vista economico (l'ipotesi deriva dal fatto che ancora non esiste una verità univoca su quanto si spenda per produrre un panno, tanto che sono incasinati i conti e tante che sono le entrate e le uscite della ONG su canali differenti).

Artissal ad oggi è l'unica a pagare l'affitto del negozio; ciò rende l'attività praticamente infruttuosa e incapace di creare utili da reinvestire in un'ottica di crescita, e tanti saluti carta di principi.
Eppure esistiamo. Appesi ad un filo ma esistiamo. Ci ingegniamo in tutti i modi per vendere i prodotti; devo dire che il materiale informativo è tanto e ben fatto.
E per quanto la produzione sia rigorosamente popolare, purtroppo non lo è la fascia di consumo; i prodotti del mercato di Bandim sono molto meno costosi, buona parte sono importati, ma qua non c'è troppo da fare gli schizzinosi.

Intanto, qualche giorno fa siamo stati alla delegazione dell'Unione Europea dove Madlaine, funzionare Belga appassionata del lavoro della nostra ONG ci accoglie con piacere e fa di tutto per intercedere presso il delegato e ottenere uno spazio sotto Natale con l'intenzione di farci organizzare una piccola fiera, vendendo alla gente checciàlisordi. All'interno la delegazione dell'Unione Europea, che ha pari dignità rispetto ad un'ambasciata, sembra una casetta scandinava – anche per il freddo derivante dai condizionatori a palla. Qua Mariana conosce tutti, e saluta calorosamente un funzionario che durante la guerra si era barricato con lei in questo angolo del Vecchio Continente, dopo il saccheggio della delegazione stessa e con le bombe che fuori scoppiavano.
La riunione è molto gradevole, l'ambiente è gradevole, c'è anche una stagista italiana. Parliamo per lo più portoghese e francese a tratti, quando Madlaine molla il colpo. Anche i modi di fare sono gradevoli e sono molto europei, anche se messi in pratica da guineensi. Come è guineense la bellissima segretaria di Madlaine, che ci invita ad un'esposizione che si è tenuta oggi e si terrà domani al centro culturale franco-guineense; l'esposizione si concluderà domani con un dibattito sul futuro della Guinea con i temi toccati da Horizon 2020. L'idea è dei bianchi chiaramente, e oggi più di metà degli astanti erano occidentali fricchettoni o funzionari, in cerca di souvenir per il ritorno in patria o di gente con cui fare un po' di pubbliche relazioni. Benche su 4 ore di esposizione, 3 le abbia passate in giro per la regione di Biombo con l'ormai fedelissimo pickup a sbrigare faccende e a scarrozzare gente da una parte all'altra, mi sembra che alle iniziative che si svolgono negli ambienti più istituzionali manchino quelle persone che si pretende di sollevare dalla loro condizione di miseria e sottosviluppo, e che molto spesso sono del tutto ignare di quello che si muove a livello di comunità internazionale - conoscono le ONG che erogano servizi direttamente al cittadino al posto di uno Stato irresponsabile e poco lungimirante.

La prossima settimana ospiteremo un seminario di una settimana con 40 persone dello United Nation Developement Programme; pluri-rimandato, la maggiore preoccupazione al momento è quella di dare da mangiare a tutti. Pagano le Nazioni Unite, e lo UNDP locale deve spendere soldi per chiudere i progetti, quindi in realtà non c'è da formalizzarsi troppo.
Sempre dallo UNDP è uscito un progetto sullo sviluppo degli strumenti di partecipazione democratica, partirà con lo nuovo governo ma il bando scade a dicembre. Mariana vuole parteciparci, e in questi giorni si parla molto di cosa infilare nel progetto per provare a dare una botta di vita alla rete di organizzazioni con cui lavoriamo, e portare a casa il dinherito che può raggiungere il 400.000 USD.
Se il progetto lo vinciamo, puoi rimanere - così hanno detto. E' una settimana che accarezzo l'idea; l'impressione è che si fa molto meno di quello che si potrebbe, si iniziano mille cose al giorno e se ne finisce la metà; le barriere (linguistiche, relazionali, conoscitive) vanno mano a mano abbattendosi, e per quanto il nuovo progetto durerebbe 2 anni, l'idea di farmi altri 6 mesi aspettando quindi un anno per iniziare la specialistica non mi dispiace. Diciamo che ero riuscito ad evitare di sentire la mancanza dell'Europa – e di quello che almeno credo essere il mio mondo – fino ad ora, ma tra le nubi che incombono su quello che ho fatto negli ultimi 3 anni, l'idea di lasciare gli studi per altri 6 mesi e l'ipotesi di partecipare ad una cosa che sembra grossa e interessante qualche pensierino nella testa brulica. 
Volente o nolente, la deadline è la fine dell'anno solare.
Intanto mi preparo al Natale a 30 gradi, e sopratutto a passarlo in luogo in cui mai avrei pensato di passarlo, qualunque esso sarà; in ogni caso non sarà il posto che ho sempre chiamato “casa”.



Note a margine:

- Molti africani pensano che l'Africa l'abbiano scoperta i portoghesi nel XV secolo, alla faccia di Scipione l'Africano e delle aree della cartina definite come "Hic Sunt Leones";
- Molti adolescenti qui non sanno cosa sia un telefono fisso;
- Alcuni consoli dei consolati onorari in GB sono Libanesi, tipo quello della Romania;
- In criolo per dire “persona qualsiasi” si può usare il vocabolo “pekadur”;
- Le suore brasiliane non indossano la “divisa”, e ci provano di brutto

lunedì 18 novembre 2013

Si fa molto meno di quello che si potrebbe - Atto I

L'inspiegabile passione dei guinensi per i calciatori italiani. Ho cercato di spiegare a un mio amico di qui che non può pretendere che lo chiami Alessandro Nesta, ma il post di Sbatti forse è sufficiente perchè incominci a farlo

In ogni caso qualcosa la si fa. E certo non pretendo di risolvere in qualche considerazione il dibattito atavico tra cos'è meglio - tra il poco che intorpidisce e il niente che scioglie le briglie dell'iniziativa.
Rimane l'impressione che in potenza si potrebbero fare un sacco di cose, ma che per un motivo o per un altro, non le si fanno.
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Il barcone per Bubaque, una delle più grandi dell'arcipelago delle Bijagos, incute il timore delle tragedie costiere dell'Italia nostra, anche perchè il viaggio costa solo 3500 franchi CFA e cioè poco più di 5 euro. Sette ore di tragitto – che potrebbero tranquillamente essere meno, se solo il barista non allungasse mazzette al capitano per allungare giro per incassare più proventi dalle bibite.

Le acconciature femminili sono tra le prime cose a catturare l'attenzione; grandi trecce raccolte sulla testa e dreadlocks di ogni dimensione, capelli africani stirati dalla soda caustica o intrecciati con fili sintetici coloratissimi.
Una giovane donna è appoggiata alla ringhiera più esterna della prua, il suo sguardo triste affascina. Chissà chi la aspetta, e chissà chi sta lasciando. Un ragazzo australiano incontrato qualche giorno prima a Bissau è l'unica faccia conosciuta, lo accompagnano delle ragazze danesi che riflettono il sole altissimo del primo pomeriggio. I ragazzi della missione cattolica cantano, ballano e rompono il cazzo per tutto il viaggio, aggiungendosi alle casse che trasmettono musica rap guinense in crioulo - e non mi felicito troppo di riuscirne a comprendere i contenuti. Gli scout guineensi suonano djimbè e ballano per salutare la barca in partenza, e chissà perchè lo fanno. Tutte le volte.

Sono indeciso se girare per il barcone e scambiare parole con gente a caso, o comportarmi da vero “diverso”, tirare fuori Antar di Wu Ming 2 e finire di leggere quello che rimane di questa “storia meticcia” a metà tra l'Italia e l'altra costa del continente nero.
A fare breccia nella mia consapevole diversità è prima la chitarra di Nicholas, poi l'approccio di Adriano, 35enne guineense cresciuto nella missione cattolica italiana, e che lavora nella principale radio del Paese, Radio SolMansi (in criolo Radio solechesorge).
Adriano parla un po' di italiano e mi intrappola in una conversazione piena di birrette e conseguente sudore; evito sempre di dare troppa confidenza, purtroppo qui essere bianchi significa ricevere numerosi approcci e veri e propri assalti; l'impressione è che chiunque – donne o uomini che siano, in cerca di matrimoni o amicizie entrambi destinati a durare “desde agora para sempre” (cit.) - cerchi da te qualcosa in più rispetto alle relazioni normali cui siamo abituati più o meno tutti, lasciando la sensazione poco gradevole di non riuscire a creare rapporti che esistano in virtù di quello che sono: dei rapporti tra persone. Pur diversamente rispetto a quanto succede in Europa con gli africani – o per lo meno in Italia – ogni istante ti ricorda che sei diverso, per quanto ti sforzi di parlare criolo, di aggiungere un sutaque africano al tuo portoghese e di prendere un po' di colore sotto il sole; tutte e tre le cose producono solo effetti disastrosi sul tentativo di omogenizzarsi alle masse, rendendoti solo più diverso e irrimediabilmente buffo.
Per evitare di parlare troppo, inizio a fare domande. Che ne pensi della Guinea Bissau, che ti pare che si possa fare qui per migliorare un po' la situazione.

La Guinea Bissau non produce niente, il riso è pakistano, il pollo europeo, il pesce se lo comprano i cinesi che in cambio non si dedicano al landgrabbing o alla liquidazione di ingenti risorse nelle casse dello Stato, ma costruiscono infrastrutture, ripropongono un'austera statua di Amilcar Cabral che sembra un pupazzo della lego in piombo (la precedente era stata trafugata da una delle piazze principali di Bissau durante la guerra civile, ora probabilmente sarà in casa di qualche mercenario senegalese).
La risposta di Adriano è l'inizio di una lunga conversazione attraverso corruzione, possibilità imprenditoriali inesplorate dai guineensi (la Crystal la vendono tutti a 500 CFA? E io apro un chiosco e la vendo a 400. E vedi i soldonazzi), elezioni imminenti da anni, emigrazione.
Uno dei suoi progetti consta nel dotare il Ministero di Giustizia di stampanti in grado di consegnare passaporti con maggiore rapidità di quanto non lo facciano ora, probabilmente per creare un ostacolo ulteriore alla fuoriuscita di guineensi dal Paese. Per quanto il tentativo di coinvolgimento in questa missione da parte di Adriano non attecchisca granchè su di me, non è il primo a dirmi che dopo le elezioni i soldi per i progetti che possano essere sviluppati da ONG fioccheranno. La comunità internazionale avrà più garanzie da un governo legittimamente eletto, e potrà tornare qui con il suo occhio vigile e con le sue mani bucate a elargire fondi e a gridare “sviluppatevi!”. Ma, benchè la settimana scorsa il settimanale (non esistono quotidiani) “No pintcha” - vicino all'opposizione e con una tiratura di 1000 copie per un Paese che ha la stessa popolazione dell'hinterland milanese - riportasse la notizia di due milioni di euro di finanziamento dall'UE per avviare il processo elettorale entro il primo trimestre del 2014 rimane una grande sfiducia generalizzata nella possibilità di andare al voto in tempi brevi.
Impossibile pagare le birrette con Adriano.


A Bubaque la prima cosa che si vede entrando in paese è un grosso cartello di Mani Tese – una ONG italiana tra le più longeve vicinissima all' “area progressista” della Chiesa Cattolica Romana Apostolica – che a lettere cubitali recita “Bubaque cidade aberta”, citando il capolavoro di Rossellini. Ho conosciuto i cooperanti di MT tempo fa, hanno progetti ovunque in Africa Occidentale. Sono tutti italiani, alcuni di loro sono qui da più di 3 anni; in buona parte dei casi si occupano di riciclaggio e smaltimento di rifiuti. Benchè i consumi in generale siano piuttosto ridotti, e benchè i mercati “na rua” siano poco invitanti ma poco avvezzi al packaging eccessivo, il problema dello smaltimento dei rifiuti esiste eccome. Le strade straripano di plastica, e nei mercati è facile incontrare delle barricate di immondizia destinate alla combustione, la sera stessa. Gli odori che ne derivano sono penetranti e i fumi densi, i braceri di notte sono tra le poche fonti di luce insieme alle luci al led provenienti dai “negozi” aperti tutta la notte. Nei villaggi o tabancas per ogni casa (o gruppo di) si scava un buco, che verrà poi riempito con tutto ciò che ci si aspetterebbe di buttare in un cassonetto. Oltre all'inconveniente relativo alle frequenti visite delle iene, la cui potenza mandibolare giunge sino alle mie orecchie nelle notti in cui i ridenti quadrupedi decidono di farci visita, la questione rappresenta un problema non da poco, benchè non sembra che ci sia grossa consapevolezza in merito. Qua si fa così.

L'esempio di modello di cooperazione di Mani Tese sembra essere vincente: i responsabili dei progetti sono nella maggior parte locali, ci sono anche coordinatori e cooperanti italiani, in Italia si creano partenariati con le Università italiane per studiare metodi e risoluzione di problemi (in questo caso, Ca' Foscari) e le soluzioni vengono implementate da chi lavora sul campo.
Mani Tese ha una barchetta a motore che collega l'isola con il continente, un ufficio tutto bello pitturato e pieno di tavoli e computer senza utilizzatori.
A Bubaque, per ora, si continua a bruciare i rifiuti. E chissà in quanti altri posti.

Esistono moltissime ONG occidentali in questa zona, e un'altra di queste è la IPHD (International Programme for Human Developement, USA). La IPHD funziona così: USA sceglie i progetti e li finanzia, i responsabili dei progetti sono tutti locali o selezionati attraverso bandi in Europa. I coordinatori dei progetti in genere sono parenti di ambasciatori o diplomatici. Se IPHD decide di finanziare la costruzione di una mensa scolastica per incentivare l'affluenza scolastica tra i bambini e sopratutto tra le bambine (il rapporto è 83 bambine scolarizzate per ogni 100 bambini), il team locale fa un sopralluogo, comunica oltreoceano quale sarebbe la soluzione più funzionale per adempiere agli scopi del progetto, e dagli USA arrivano materiali di costruzione e cibo. Mandano pure il riso. C'è chiaramente qualcosa che non va.
In ogni caso, la città è piena di SUV bianchi con i vetri fumè appartenenti alla IPHD, che comunque c'è da dire che monitora con una certa assiduità il buon rendimento dei progetti. E per quanto arrivino dagli USA a peso d'oro, i sacchi di riso spesso spariscono e le mense scolastiche funzionano solo nei giorni in cui arrivano i controlli dei SUV bianchi che scorazzano di villaggio in villaggio.

Buona parte delle ONG qui lavora solo con i progetti, pochissimi sono i progetti autosostenibili economicamente; da questo punto di vista fanno eccezione i progetti come quelli di AIDA, ONG spagnola che si occupa di fornire supporto agli ospedali pubblici (a Bissau ce n'è uno solo, il Simão Mendes) che ho conosciuto durante una conferenza venerdì scorso. Ho capito, oltre al fatto che effettivamente quando gli spagnoli parlano in portoghese non si capisce bene che lingua parlino, che per per quanto si possa fare il possibile e l'impossibile per migliorare le condizioni della gente di un posto dove si muore per una febbre e dove l'HIV viene fatta curare dagli “Iran” e non dai medici, con riti sacrificatori al posto dei retrovirali, i governi mancano moltissimo di responsabilità non supportando nulla dal punto di vista economico. Il progetto di AIDA terminerà a fine anno con i tagli del governo Rajoy alla cooperazione, e le slide che seguono il video riassuntivo del progetto altro non sono che un grosso appello al governo, di cui sono presenti alcuni rappresentanti del Ministero della Salute, e alla comunità internazionale. La cooperazione a un certo punto, per essere portata avanti, deve diventare politica governativa; quando finiscono i progetti, molto spesso insieme ad essi si estinguono delle speranze.






sabato 2 novembre 2013

Lentezza - ovvero come non risolvere i problemi

Operatori portunali impegnati nella raccolta del fagiolo rosso fuoriuscito dal sacco, destinazione Estados Unidos



Passati i primi 30 giorni, sotto la pressione di bookmakers corrotti e senza scrupoli, riporto di seguito il bollettino delle malattie contratte sino ad ora. 

Il paziente riporta una  costipaçao  da cambio di stagione, causante iperproduzione di muco, tosse, e sintomi da raffreddamento con leggerissima febbre. Le attività di digestione e di defecazione risultano del tutto invariate nonostante l'alimentazione estremamente ricca di fibre, nessuna presenza dello storico reflusso gastroesofageo, mentre i focolai di bernardite risultano tuttora attivi, stimolati da continue ed esotiche sollecitazioni.
Si consiglia il test antimalaria, e di guardare per terra nei luoghi molto affollati.

Si, mi sono raffreddato in Guinea Bissau a causa del cambio di stagione, chè se non me lo dicevano che la stagione è cambiata io manco lo sapevo.

In ogni caso pare che qui il primo di novembre, in occasione della ricorrenza che celebra i defunti, piova tutti gli anni; non passa anno che non piova. E' questa la scadenza che determina la fine della stagione delle pioggie, per far posto alla stagione secca, la stagione della polvere al posto del fango, del sole al posto del sole. 

Si tratta di una delle poche cose che si verificano in maniera puntuale qui, insieme all'inizio delle partite di calcio.
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In realtà il senso di questo post, almeno adesso mentre lo sto scrivendo, è quello di tentare di fare un bilancio di questo primo mese, ma non credo nei bilanci nè tantomeno nei presunti risultati che ne deriverebbero, quindi mi limiterò a sproloquiare a ruota libera, al solito.

In Africa, o almeno qui, tutto è un problema.

Già, la difficoltà con cui vengono fronteggiati gli imprevisti è davvero notevole.
Non lamento per nulla il fatto che i ritmi di lavoro siano poco serrati, che programmare qualsiasi cosa risulti praticamente impossibile, che per i più sia normale arrivare ore dopo ad un appuntamento, che si diserti il lavoro con una certa scioltezza. 
Credo sia abbastanza facile adattarsi a un sistema così blando, che lascia spazio all'iniziativa di ciascuno, così come alla perdita di tempo, con il rischio di lasciarsi trasportare dal fluire inerziale del tempo e delle cose. 

Mi riferisco piuttosto che al fatto che, a fronte della sciallitudine più disinvolta nell'approccio alla vita in tutti i suoi aspetti, la propensione a risolvere i problemi risulta essere piuttosto debole.


Aneddoto #1

Un paio di settimane fa si è rotto un generatore. Questa ONG funziona con un paio di generatori, che non possono stare accesi tutti il giorno sia perchè si bevono litri di gasolio (che qui va sui 0,90 €/lt.), sia perchè alla lunga si squagliano. Come Artissal, moltissimi hanno dotato le proprie abitazioni o i propri luoghi di lavoro di pannelli solari che accumulano energia durante il giorno e ricaricano una batteria che viene utilizzata per i consumi notturni. Se si rompe un generatore c'è l'altro, ma se si rompe pure l'altro che si fa?
Questo quesito è riuscito a stimolare la lungimiranza dei responsabili della ONG, che optano in questo caso per la riparazione della macchina.

Con una flemma che manco Piero Fassino, sicuramente indotta anche dal caldo cocente e dall'umidità improponibile, arriva il primo tecnico corredato da aiutante. Assisto alla scena della riparazione; Mariana, grande efficientista, in apprensione per la riparazione (la batteria che accende il generatore è quella di una delle due auto - che se una si rompe, c'è l'altra - e senza batteria l'auto non si accende, e senza auto a Bissau è difficile arrivarci, e a Bissau ci si deve andare più o meno tutti i giorni, per un motivo o per un altro) e Max appoggiato sul generatore, dal lato opposto rispetto al tecnico. 
Il tecnico, senza sapere quale fosse il problema, arriva senza cassetta degli attrezzi. Rovista 5 minuti nello sportellone della macchina che da accesso al motore, mentre ride e scherza con Max. Capisco poco, ma di certo non stanno parlando di quello che c'è da fare in quel momento. Nel frattempo l'aiutante, dopo aver visto Sylvia, apre la seguente discussione


- Kuma i to nom?

- Sylvia.
- A mi 'n'mistiu. A mi 'n'misti casa ku bo.

ossia

- Come ti chiami?
- Sylvia.
- Tu mi piaci. Ti voglio sposare.

Questo mentre il suo capo fingeva di riparare il generatore, nello sgomento dell'ispanica fanciulla, e con Mariana che risponde a tono al suo posto.
Dopo mezzora buona questo Galileo Galilei della meccanica spicciola sostiene di aver fatto tutto quanto era in suo potere, si trattava di una riparazione molto ma molto difficile, fuori dalle sue corde. Aggiunge che avrebbe chiamato un altro tecnico che avrebbe a sua volta fatto la sua parte di lavoro - questa seconda parte, sostiene il Nostro, non era di sua competenza. Incredibile osservare come qua la gente in genere sappia fare una cosa sola. Sono già le 11:00.
Passano decine di minuti, il primo tecnico è ancora appoggiato al generatore e Max è ancora lì a parlarci, con tanto di garzone che nel frattempo rivela di avercela già una moglie, arriva il secondo tecnico.
Lascio immaginare la sfiducia dilagante rispetto alla possibilità di riavere un generatore, in quella mattina sempre più vicina al pomeriggio.
Dopo numerose telefonate e altrettante bestemmie, giunge il secondo tecnico che con un po' di know-how acquisito dalla telefonata ricevuta e un paio di chiavi inglesi in più, sistema il marchignegno liberando così Mariana che finalmente può smettere di sbuffare, fugando ogni timore rispetto alla possibilità di non poter più utilizzare il generatore. La mattinata è persa, ma quantomeno c'è di nuovo un generatore.

Non è il caso più eclatante di scarsa propensione alla rapida risoluzione dei problemi, ma è piuttosto indicativo. Cose da niente possono compromettere un intero meccanismo, tutto è appeso ad un filo di lana e alla minima e frequente disattenzione salta tutto per aria. E come succede credo in tutto il mondo, le responsabilità tendono a gravare su pochi, a volte singoli, tutto il resto è al traino di chi si addossa il peso di tutto.


Aneddoto #2

Artissal ospita da una decina di giorni 6 turisti spagnoli.
Una delle tappe del loro viaggio prevede una visita nella regione di Cacheu, che raggiungeranno in un paio d'ore di macchina – una sola delle due – accompagnati da Max. Il mezzo è un FIAT Ulysse da combattimento, senza uno specchietto e con le porte a scorrimento. Quando si aprivano.

Mentre a Quinhamèl si lavora tranquillamente, con Mariana sempre in tensione per la buona riuscita della parte di viaggio fuori dal suo controllo diretto, arriva la sciagura. Max chiama Mariana perchè o carro incontrò una voragine nel suo cammino, smettendo di funzionare subito dopo l'urto. Come fare, come non fare.
Fu così che mettiamo in piedi un piano pazzesco. Sylvia resta ad Artissal a tenere tutto sotto controllo, e io realizzo il sogno di una vita: guidare un pickup in Africa. Cioè, non una macchina, un pickup, di quelli 5 porte con il vano dietro, il cambio lungo lungo e lo sterzo orizzontale. Non so se mi spiego, tipo A-team. Di quelli che in Italia non se ne vedono eh.

Centodieci all'ora sulla strada Quinhamèl-Bissau, schivando capre, donne equilibriste e dissuasori che sembrano dighe, mentre Mariana telefona disperatamente alla ricerca di un meccanico a Bissau. Già non so la strada, immaginati di guidare verso una città che non sai raggiungere senza che al momento nessuno sappia quale sia la destinazione finale.

Recuperiamo Yussuf, senegalese trapiantato di 40 anni che ne dimostra al massimo 25. E' smilzo, bassino e ha con sè solo un panno sporco di grasso, con dentro gli attrezzi.
Il piano è: arriviamo dove la macchina si è fermata, cediamo il pickup al gruppo – chiaramente non è omologato per trasportare più di 5 persone, ma cazzocene, nel rimorchio ci sono 3 panche di legno e sono più che sufficienti – ripariamo Ulysse e ce ne torniamo a Quinhamèl.

E così fu: Yussuf ripara in mezzo alla strada la macchina, scomparendo tra le valvole e i pezzi del motore. La riparazione però non è sufficiente a risolvere il problema, dunque riportiamo Yussuf all'officina, dove il candore della mia pelle suscita i commenti dei ragazzini apprendisti che ci rimangono di merda quando Mariana in criolo gli intima di starsene zitti.
Sfruttiamo il pomeriggio a Bissau per fare un paio di servizi, accompagnati da un taxi recuperiamo l'auto di Cèsar – che lavora a Bissau in un progetto statunitense di distribuzione alimentare nelle zone con alto tasso di denutrizione nella capitale – e ce ne andiamo gironzolando tutto il pomeriggio in attesa delle 17, per ritirare l'epica ed italianissima autovettura. Nell'arco del pomeriggio siamo stati in una ONG per consegnare fatture, in un albergo di lusso per procurare un nuovo punto vendita per i prodotti del Comercio Justo – credo di aver parlato con un sottosegretario del governo golpista con pantaloncini gialli della LEGEA e maglia del Coordinamento sporca di dentifricio; il nero ero indubbiamente io - poi in un'agenzia viaggi per comprare i biglietti dello scafo che ci avrebbe condotti nel finesettimana alle Bijagos, a colloquio con un rasta che “gestisce” un villaggio di musici in mezzo alla foresta, a lezione di musica in un jardim de crianca – l'equivalente di un asilo – e infine a recuperare la macchina all'officina, con orari shiftatissimi e chiaramente con un'apprensione che manco il travaglio preparto. Cinquemila franchi CFA, e si ritorna a Quinhamel dopo aver recuperato Sofia, nipote di Mariana di 3 anni.

Sono già le 20, stavolta guida Mariana e la strada per Quinhamel non è illuminata se non dalle poche auto che circolano. Impossibile vedere i buchi, se non sai già dove sono.

Facile finirci dentro. Altrettanto facile che la macchina si fermi di nuovo, dopo l'impatto. Un po' meno facile trovare una soluzione, in mezzo al nulla, nella strada che collega due città, e che dopo Quinhamel non ha nulla davanti.