giovedì 27 agosto 2015

The Gate: una storia al di là di ogni imbarco



Ancora deve sorgere il sole e quella notte non hai dormito quasi nulla: troppi pensieri per la testa; hai fatto tardi per sistemare le ultime cose, ultimare la preparazione del bagaglio, salutare chi ancora non se n'è andato. L'aria fuori dalle porte dell'aeroporto è fresca e umida, la temperatura minima a quell'ora e il sonno ti danno uno strano senso di nausea; non hai voglia nemmeno di un caffè.
Gli ultimi saluti, gli abbracci di chi ha voluto accompagnarti fino al banco check-in, poi sei solo. All'improvviso le spalle si fanno leggere, alzi il naso sotto a quel tabellone appeso in mezzo alla sala cercando una località lontana il cui nome è riportato sulla tua carta d'imbarco che stringi nella mano destra: il volo è in orario. Ora puoi recarti al controllo sicurezza, non si torna più indietro. Ti senti minuscolo sotto a quel tabellone che vomita informazioni su orari e destinazioni che ti senti di conoscere da sempre: Milano, Abu Dhabi, Roma, Dubai, Quito, Lomé, Maputo, Lima, Madrid, Tunisi, Kinshasa, Lisbona, Stoccolma, Catania, Freetown...

Passato il check-in ritorni, almeno per ancora un po', alla realtà che hai lasciato fuori dalle porte di vetro che ti separano dal mondo che sta fuori; quel mondo che tra poco lascerai per un bel po'. Allora riprendi in mano il telefono, leggi gli ultimi aggiornamenti su Facebook, mandi un saluto per Whatsapp e perché no l'ultimo ''selfettone'' di rito, leggi qualche notizia online e cerchi di distrarti e magari una telefonata inaspettata che ti farà sorridere a lungo. Intorno a te una piccola e insignificante porzione di abitanti del globo si sta spostando per le ragioni più svariate. Ma poi che ne sai?! Come puoi giudicare quella massa di italiani medi che secondo te si sta recando al mare in ferie? Ma la carta d'imbarco che stringi tra le mani riporta il nome di una destinazione che di vacanza e mare dice ben poco: per te lavoro gli altri che se  ne vadano a Sharm o  nella meno esotica Lamezia T.
Ma almeno ti ricordi l'ultima volta che a salire a bordo di un aereo non eri solo?

A me gli aeroporti sono sempre piaciuti. Da sempre esercitano su di me un leggero fascino di cui forse non vale la pena indagare. Da bambino non mi sarebbe dispiaciuto diventare un giorno un assistente di volo... Per me gli aeroporti sono una sorta di ''non-luogo''. In aeroporto la tua nazionalità conta relativamente, sono una sorta di zona franca, una piccola e moderna Babele dove le più disparate genti si incrociano per attimi che durano quanto il tempo di uno scalo.
E io li fisso tutti. Scruto e osservo tutti coloro che mi passano davanti, cerco di indovinare nazionalità, provenienza e destinazione; cerco di immaginarmi cosa c'è oltre al loro viaggio, quel viaggio che in parte stiamo condividendo in quanto io ancora una volta viaggio solo. Ma è tutta una casualità.

Ormai manca una manciata  di minuti all'imbarco: è tempo di ritirare le cuffie, il libro che stai leggendo, estrai il passaporto e ti metti in fila con pazienza e disciplina. Eh sì...perché tu hai viaggiato, hai studiato all'estero: quelli chiassosi e indisciplinati sono sempre gli altri.
Dietro a ogni gate c'è una storia. Siamo frammenti di umanità che circolano alla ricerca del proprio posto nel mondo, quel posto che crediamo di meritare.
Ed era così esattamente un anno fa quando, lasciandomi tutto alle spalle, varcavo un gate per andare dall'altra parte del globo. E già sapevo in cuore mio che ad attendermi, oltre alle porte di quel gate, c'era una parte del mio Cortile.





domenica 22 febbraio 2015

- Perú: Progreso Para Todos -

- Perú: Progreso Para Todos -


Lima, megalopoli di 8 milioni di abitanti con l'agglomerato urbano ne comprende complessivamente 11. 
Undici milioni di persone che ogni giorno si svegliano presto per affrontare un traffico selvaggio e senza senso. La stragrande maggioranza della popolazione non possiede un'auto; ció nonostante le statistiche riportano che ogni anno il numero dell enuove auto immatricolate aumenta del 30%. Ma il numero di patenti emesse rimane pressoché invariato.
Un continuo boom economico e sociale che avanza sulla cittá come un lento tsunami. Da alcuni quartieri semi centrali verso le municipalitá piú periferiche si espande inesorabilmente l'inarrestabile tsunami del consumismo. Lunghe vie di fast food che propongono per lo piú pollo e patatine fritte, nuovi centri commerciali che sorgono a ridosso di case nemmeno ultimate, ovunque odore di fritto misto al pesante smog.
Ma la capitale del Perú é stata, almeno secondo i limeños, la cittá dei giardini fino a pochi decenni fa.
Se domandate a chiunque vi racconteranno che i decenni del terrorismo di Sendero Luminoso furono caratterizzati da un massiccio spostamento di famiglie dalla regione andina e amazzonica verso la capitale. Il controllo dello stato non é mai stato effettivo e nemmeno incisivo, cosí la capitale e ele altre cittá della costa rappresentavano poli attrattivi per chi scappava al terrorismo rosso.
Cosí in meno di 3 decenni la cittá ha visto moltiplicarsi i propri abitanti in maniera spaventosa: negli anni '60 la popolazione raddoppió arrivando a oltre 2 milioni e mezzo. Fino a metá degli anni '50 i limeños erano meno di un milione. L'inettitudine della classe dirigente ha fatto il resto.
Il limeño tipo quando parla con orgoglio della storia nazionale parla di Perú, con ''p'' de patria. Altrimenti fuori da Lima é ''provincia''.
A me la societá limeña ricorda molto l'Italietta mediocre e spendacciona degli anni di Craxi. 

Ma ció che colpisce piú  a Lima come nel resto delle cittá del Sud America sono gli abissali contrasti socio-economici. L'immagine urbana tipica é una donna andina che chiede l'elemosina a lato di un grattacielo sede di diverse multinazionali.
Per me il contrasto piú assordante é l'immagine della propaganda commerciale che promuove un presunto modello di benessere raggiungibile da sempre piú persone. Nei quartieri dalle antiche case basse a uno o due piani sorgonono come funghi palazzoni bianchi da 11- 15 piani. I prezzi degli immobili nuovi triplicano entro i primi 5 anni e le vendite degli appartamenti nuovi si esauriscono prima del completamento dello stesso edifcio.
Il ceto medio a Lima rappresentato dai colletti bianchi é in forte espansione. Un esercito di impiegati che non possiede ancora ma sa che ha il diritto di consumare. Per cui dopo lavoro ci si ferma nel fastfood lungo la strada che ti propone junk food a prezzi non proprio popolari. Il ceto medio inizia a far la spesa ai supermercati nuovi dove anche se non ci si puó riempire il carrello bisogna presenziareogni fine settimana. Fare la spesa in un supermercato peruviano costa praticamente come in un discount europeo. Parecchio se si considera lo stipendio medio. Poi, dato che fai la spesa al supermercato perché fa figo ma non hai l'auto per trasportare la spesa a casa, al tuo servizio il supermercato ti fornisce un baldo giobane mestizo che é ben contento di portarti il carrello fino a casa. Tu, risparmioso padre di famiglia sfili per l'avenida con tua moglie tirata a lucido e i due bimbi al seguito.

Il nuovo paradigma della societá limeña é consumo ergo sum. Tutto si compra per essere consumato in maniera massiva. Io personalmente non riesco a immaginare come puó vivere una popolazione a questi ritmi: 11 milioni di abitanti che ogni giorno esige un piatto a base di carne o di pollo, consuma cibo e bevande confezionate senza pensare nemmeno alla possibilitá di reciclare la confezione di plastica. Plastica ovunque e con vita breve: un sacchetto ti serve per la spesa poi lo butti; una bottigliati serve per dissetarti poi la getti insieme a qualsiasi sorta di rifiuto, magari per strada.
L'ignoranza e l'arroganza di non comprendere che il ricliclo dei rifiuti urbani potrebbe dare reddito piú di quanto si estrae da qualche miniera nella Sierra Andina. 
Mediocritá, arroganza, pigrizia, omologazione al consumo. Aspirazione ad aquistare un suv per circolare in una cittá in cui il traffico é tanto che a certe ore arriveresti a destinazione prima a piedi.
Ogni volta che ti sposti a piedi é un'ulcera perforante. Ti tagliano la strada sulle strisce, fanno slalom tra i pedoni. Se ci si mette in prossimitá di un incrocio non si vedrá nemmeno un'auto con il faro dello stop accesso: nessuno frena, tutti passano in un continuo flusso caotico.
Allora diventi nervoso ogni volta. Allora attraversi con i pugni chiusi pronti a batterli sul cofano dell'auto che ti taglia la strada. E si si fermano per reagire? Magari mi levo il prurito dalle mani.

Altro contrasto al limite della decenza é rappresentato dalla televisione nazionale e dai contenuti dei suoi programmi. Il programma tipo é un talk show dove un branco di bianchi palestrati e fancazzisti passa ore a dibattere sull'ultima relazione di un personaggio famoso. 
Talk show i cui partecipanti hanno un quoziente intellettivo che a Marco Bettello andrebbe l'oscar insieme a Luca Giurato. ( e andatevi a cercare su Youtube chi é M. Betello) ! La conduzione sempre in mano a una gallina da brodo che ha reso benestante qualche chirugo estetico della capitale. In confronto la Venier e Alda D'Eusanio sono ragazze acqua e sapone.
Meno del 40% della popolazione limeña é bianca, eppure in tv non vedi un indigeno. Il paradigma estetico é il tipico gringo, pelle chiara e tratti europei. Eppure la stragarande maggioranza della popolazione é palesemente di discendenza amerinda. 
Mi chiedo perché non sia mai scoppiato un conflitto di carattere etnico.
Ma dalla radio e dalla tv uno spot del governo rassicura con una bombardante propaganda che promette in continuazone: Perú, progreso para todos.




















giovedì 20 novembre 2014

Glicine, gerani e zingarate

Forse ci eravamo abituati che volevamo troppo da queste righe. E qualche volta quando il cuore è pesante e le rive italiane ci mancano ci avrebbe fatto piacere scrivere, ma abbiamo una sorta di ansia da prestazione… come se non ce ne fosse già abbastanza nell’affrontare questa vita.

Però adesso non mi interessa se scriverò bene o male. Ho solo bisogno di sedermi a un tavolino di legno del cortile e scambiare due parole con voi, seduti su sedie di vimini sfilacciato. Un fiasco di vino e sette caffe, uno lungo.

domenica 7 settembre 2014

In punta di piedi

Per combinare qualcosa nella vita, bisogna svegliarsi presto la mattina; ma non è che se uno la mattina si sveglia sempre presto deve combinare per forza qualcosa.
E' capitato in questa magica estate pavese che alle 8:30 del mattino uscissi di casa per la seconda volta nella giornata, diretto all'autobus che (fortunatamente non proprio) tutte le mattine mi ha portato a Milano Famagosta, e senza che questo rappresenti ineluttabilmente un'ipoteca su un futuro affermato e brillante.
Ho passato tutta l'estate a lavorare, tra Pavia e Milano, salvo fugaci (e purtroppo insufficienti) raid per cercare di sopperire alle difficoltà causate dall'impervia geografia dei miei affetti, in alcuni casi irraggiungibili. Il viaggio è diventata un po' una costante da qualche tempo, sopratutto da quando si è reso necessario per colmare un grosso vuoto la cui dimensione corrisponde più o meno alla distanza tra questa penisola e quella iberica, e forse qualcosa in più.

Nel frattempo, a Gaza i palestinesi resistevano ingabbiati come topi all'offensiva israeliana; in Ucraina il conflitto tra filorussi e fascisti mascherati da europeisti faceva tremare le sabbiose fondamenta dell'Europa politica; l'autoproclamatosi Califfato tra Iraq e Siria miete vittime, spaventa e ci ricorda gli errori fatali commessi dall'occidentalismo sfrenato; l'ebola miete vittime tra le superstizioni e i timori di chi guarda l'Africa solo quando rappresenta un pericolo per il proprio giardino immacolato. E mentre gli aerei cadono come ciliege d'estate, mi preparo a far scattare le molle tenute schiacciate per troppi anni sotto il peso del fieri di una vita che spesso sembrava di non poter controllare, ma sempre al servizio di una causa, una sola.
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Pavia ad agosto non mi ha mai entusiasmato, per usare un eufemismo; eppure in questi ormai cinque anni in cui la ridente provincia lombarda è stata il mio domicilio (più o meno) fisso, non c'è stato anno che non mi abbia visto convivere almeno per un po' con le sempre infallibili zanzare padane e con i pochi pavesi superstiti.
Qualche settimana fa i cortigiani di questo blog, non tutti purtroppo, si sono ritrovati sotto il tetto di casa Bertone restituendole l'atmosfera di una volta. In fondo le pareti non fanno una casa in quanto tali, di per sé questi sono luoghi senza spirito, a discapito degli inutili tentativi di far sì che si verifichi il contrario. Di contro, non è difficile ricreare le situazioni familiari, come se fossero state lì pronte a saltare fuori da un divano rosso o dal pensiero di una zingarata, da una discussione sul Medio Oriente o sulla giustizia universale, tutto chiaramente contornato da riproduzioni filmografiche cult e litanie pseudocomiche.
Tutto mi ricorda che da questa città, in realtà, sono andato via un anno fa.
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Insomma, tutto 'sto casino di maldestri tentativi di apparire laconico e nostalgico, sensibile e passionale per dire che smollerò gli ormeggi.
Vado a Lisbona, per approssimativamente due anni, per un Master in Sviluppo e Cooperazione Internazionale. Domani.
Parte di 5 anni rinchiusi in 6 colli affidati
forse avventatamente a Transitalia SpA
E' piuttosto difficile elaborare il modo in cui sto vivendo questa scelta; infatti penso che non lo scriverò e vi risparmierò questa supercazzola. Oscillare dall'entusiasmo puro al peso delle incognite è una spinta non indifferente (ecco, alla fine l'ho fatto) a far sì che tutto vada nel verso giusto, come se fosse possibile controllare questo genere di cose.

Qualche post fa, dicevo che la Guinea Bissau – tra le innumerevoli cose – ha messo una bella pietra sopra a quello che sicuramente nella mia vita non voglio fare. Il che rappresenta senz'altro una scrematura rispetto alle inclinazioni maturate in questi intensissimi anni; e proprio perchè sono passati in un baleno, sono anche stati determinanti nel rendermi quello che sono e nel guidarmi lungo le asperità che mai hanno fatto senitre la propria mancanza. Quello che è arrivato a Pavia non è lo stesso che se ne va, dai chili in più alla voglia di riversare energie e rabbia in sfoghi (quasi) sempre proficui, almeno nelle intenzioni.

Gli anni del Coordinamento sono stati indescrivibili. I compagni, le compagne, le lotte, i compromessi, la fatica, i manifesti, le gambe come molle, la direzione sempre uguale, i compromessi, quelli piuddesinistradete, le pulsioni dei movimenti e la costanza della rappresentanza sono stati di gran lunga l'esperienza più significativa della mia vita; è inevitabile che tutto questo crei la nostalgia più grande nel lasciare questo posto.
Ma è stato proprio questo a orientare le mie scelte fino a questo momento, compresa questa, insieme a tutti poli gravitazionali sparsi sul globo terracqueo; alcuni di essi esercitano una forza incredibile, e assecondarli diventa irrinunciabile, qualsiasi cosa questo comporti.

Mi sto riposizionando nel complesso reticolato delle idee e degli affetti, assecondando le ragioni del cuore, che sono mille e nessuna, a volte travestite di una razionalità che non gli appartiene.
Dopo aver salutato - un po' a random -  i luoghi e le persone che mi hanno accolto in questi anni, da lunedì, dall'altra parte dell'oceano ci sarà di nuovo un altro continente lontano.

Me ne sto andando da qui così come sono arrivato, in punta di piedi; ma seguendo la stessa direzione che mi ha guidato lungo questi bellissimi anni, che hanno caricato delle molle pronte a scattare, proprio come quelle del "dado che cammina". Senza cambiare mai rotta, senza mai rompere la fedeltà verso sé stessi e verso il motivo che crediamo ci abbia messo al mondo, a partire dal momento in cui abbiamo deciso di farne parte. 

Non un passo indietro.
Mai una resistenza rispetto a quello che crediamo sia giusto.

[...] le ragioni del cuore sono le più importanti, bisogna sempre seguire le ragioni del cuore, questo i dieci comandamenti non lo dicono, ma glielo dico io, comunque bisogna stare con gli occhi aperti, nonostante tutto, cuore, sì, sono d'accordo, ma anche occhi bene aperti [...].
--Antonio Tabucchi
dal libro "Sostiene Pereira. Una testimonianza" di Antonio Tabucchi





mercoledì 6 agosto 2014

Il Lento Ritorno


Cari Palle,

Mentre ci avventuravamo verso la Certosa si diceva: “..perché non ridare al nostro piccolo angolo web ancora una speranza..”. Va bene l’immediatezza della messaggistica istantanea ma come mi sono fermato a pensare tornando in Italia voglio fermarmi con voi e condividere qualche pensiero.

Sono in una fase di disordine mentale quindi perdonate lo stile impressionista. 

Abbiamo sempre voluto partire. Andarcene. Esplorare. Scavallare la collina e volare verso l’”Infinito”.
 
Siamo quasi tutti via ormai e chi è rimasto lo fa per ripartire verso sud. Presto. 

Perché siamo partiti? Facile, per spirito di avventura e necessità, per curiosità e rifiuto. Perché rifiutati dalla nostra civiltà in declino. Perché non ci andava di rimanere a spasso in Italia.Negli androni dei nostri cortili pavesi quante ore passate a disprezzare il nostro provinvialismo italiaco..quel desiderio di calma e tranquillità pilatesco, che portava la maggior parte dell’Italiota medio a rintanarsi nel suo mondo piccolo? Quella inerzia complice che aveva portato il Paese in rovina da Craxi in poi.

Siamo partiti senza guardarci indietro. A volte una fuga veloce in patria ma solo per farsi ricarburare la voglia di partire. Un eterno ripartire. 

Eppure no...io questa volta sono tornato. Non ho solo preso un aereo per una fuga a casa. Ho voluto vedere tutto con occhi da straniero. Ed è stato diverso. Tanto.

Da qui in poi forse solo Ciccio mi potrà comprendere del tutto.

Da due anni non vedevo un’estate, o simil tale, italiana...Ah L’Italia, quella puttana che mi aveva scaricato e dalla quale con me ne sono andato incazzato, ancora una volta mi ha riconquistato. E forse ancora sogno un amore impossibile con lei..

Sfortunatamente non è cambiato nulla. I politici sono delle fecce. Non c’è lavoro. La gente si lamenta e subisce. Il futuro è vago.

Ma questa volta la prospettiva era diversa per me. Me lo sono imposto.

 Fortunatamente alcune cose, almeno nelle mie Marche, non sono cambiate. I legami sociali forti (nonostante la macelleria sociale della crisi). Il sorriso. La giovialità. L’ironia e la genialità. L’onestà paesana. L’essere fieramente grezzi.

La voglia profonda di una vita semplice. 

I tre ruote della piaggio che salgono pieni di fieno le colline. I casolari con gli animali da cortile. Gli agriturismi ovunque. La religione del cibo e della vita sana. La terra ed i suoi prodotti. I pettegolezzi piccoli. Il gusto annoiato di una vita semplice. Questo sapore io non lo avevo mai apprezzato, anzi lo avevo sempre ributtato, disgustato ed altezzoso. Io, di cultura e palato fine. Io aspiravo a qualcosa di più grande che desse un senso alla complessità globale.  Ma aveva ragione Bilbo Baggins: It is no bad thing to CELEBRATE a simple life.

Sono nato in un paradiso da difendere e non me ne sono mai accorto. E questa volta non me ne sarei affatto andato...

Sarà il rifiuto del futuro che qui vedo incarnato, maligno e vicino. Sarà l’avanzare funesto di un oriente militarmente ed economicamente aggressivo. Sarà la stanchezza della vita lavorativa metropolitana che macina il tuo tempo e ti espropria del potere di metabolizzare la realtà. Sarà solo la nostalgia ed il bisogno innato di protezione ed amicizia, quella vostra. Sarà solo debolezza.

Ma le mie colline mi hanno riempito di un bisogno estremo di tornare. Perché quel che ho buttato alle spalle ha un valore che non avevo mai compreso. Tornare, perché quello stile di vita ha un senso profondo, non provinciale: quello di attribuire valore al tempo che scorre lentamente..Il tempo l’unica cosa, insieme all’amore, che non si può comprare..

Il miraggio di un mondo lontano che aveva tutto da insegnarci è svanito da tempo in me.. noi popoli del sud dovremmo reinsegnare un po’ al mondo come vivere la vita..con lentezza.. 

Lasciatemi sognare che ci ritroveremo tutti noi, magari non troppo lontano da oggi, in un luogo del mondo dove potremo vivere una vita lenta e semplice..


CDM

martedì 5 agosto 2014

Resurrectio Pueris



Tutti sanno ke il cortile non è morto!
Tutti sanno ke il cortile è vivo e vegeto!
Non sarà affollato, è vero, ma di sicuro non è deserto.
Quello che è veramente morto stasera è il mio internet, il che non mi porta distrazioni di alcun tipo lasciandomi da solo nel mio appartamento tunisino a pensare, ad abbandonarmi nei ricordi con musica paranoica annessa come si conviene fare in questi casi.
Quello che è momentaneamente morto è Ciccio Alè, il ragazzino di 30 anni che tutti sanno ke all’occasione diventa in pochi secondi un 17enne…anche se a volte la ripresa dalle bravate liceali è più lenta.
In questo momento sono Francesco, quello che lavora, quello che si spaccia per una persona seria, quello che torna a casa impolverato.
In verità anche da bambino tornavo a casa impolverato e mamma Rosalba non la prendeva benissimo, ora invece è quasi contenta quando mi vede al pc pieno di polvere al rientro del lavoro.
Certe abitudini sono morte dando vita a nuove abitudini opposte.
Per me stare a Pavia era diventata un abitudine. 
Era un’abitudine lamentarsi del nulla, del freddo, del caldo, di quando fosse monotona, buia, noiosa.
Ero nel centro della pianura padana e sognavo il mare il sole e il caldo.
Paradossale che anche questi pensieri siano morti dando vita a pensieri opposti.
Sarà questa mutazione stile DR Jackil e MR Hyde, sarà il buco dell’ozono o sarà che quando sono riuscito a scappare dal lavoro sono tornato proprio a Pavia, a rivedere il cortile (non prima della mia classica overdose di “magic bowl” organizzata all’ultimo secondo).

Non so quante volte in 1 minuto una persona sbatta le palpebre…io ero a casa bertone e in un battito di ciglia ero in africa a lavoro, il battito dopo ero tornato a casa dopo 7 mesi…poi una serie di battiti e in ognuno c’era qualcuno di voi con lo sguardo attonito, il viso sorridente e una vita da raccontare, una vita dove sono solo un alone presente nelle storie raccontate.
Dagli occhi di Salvo che viaggiano velocemente tra il mio viso e il PC a quelli di Mari che mi vede per la prima volta con quel pizzico di curiosità, dagli sguardi di Mic Bern e Karim complici e bramosi di scoprire cosa sarebbe successo a quelli impregnati ancora di Africa di Gianna, dallo sguardo vispo di Elena Manca a quello un po stonato di Maso, dallo stupore dei poveri folli che pensavano di aver visto il mio sosia aggirarsi per l’università a chi vedendomi non si è mai accorto che non ci sono stato.
Lo sguardo di Elena e Giulia che ti pensano quando vedono quella sedia, gli occhi ebbri di Carletto Bilello e Cecilia (anche se non credo che i miei fossero molto piu sobri), la vicinanza con l’espressione di Davide vittima come me della vita e la morte del proprio alter ego.
A volte mi sforzo a tenere gli occhi aperti per godermi ogni attimo…ma il tempo è poco e devo chiuderli e andare oltre.
Quanti secondi sono passati, quanti me ne restano per finire il minuto, posso sbattere ancora velocemente le palpebre e vedere ancora occhi…quelli rossi di lacrime di mia madre e mio padre, quelli increduli delle mie nipoti e delle mie sorelle, e poi gli amici storici di giu e gli amici di su che vivono giu.
Mi sono rimasti pochi secondi, sbatto ancora più veloce, tipo effetto luce stroboscopica, ora sto cercando uno sguardo e resto deluso ogni volta che apro gli occhi e non lo trovo. Mi scende una lacrima per lo sforzo del battito, vedo appannato, mi sfrego le palpebre con un dito e quando è tutto nitido non c’è piu nessuno, mi accascio, getto un urlo, mi aggrappo al suolo mentre sprofondo sotto terra, giuro di ritornare, mi manca il respiro, ritrovo quello sguardo e col sorriso muoio! 

sabato 19 aprile 2014

Home sweet home




Oggi in Casa Bertone si ironizzava sul parenne casino che regna sovrano, e sul fatto che ogni inquilino lascia-dimentica sempre qualcosa di suo. L'arredamento risulta così l'insieme delle diverse generazioni di frequentatori, ufficiali ed abusivi, che si sono susseguiti nel tempo.
Ad un certo punto un sorriso furbetto illumina il viso di Kycca, di quei sorrisi che nascondono pensieri del tipo "ora sta per succedere una cosa super carina!!!", e mi invita ad andare a cercare sul suo soppalco un fantomatico pacco di robe mie stipate li da tempo immemore.
Con un po' di scetticismo, e dopo qualche acrobazia, riesco a recuperare il famoso e pesantissimo pacco e a portarlo in soggiorno (quello che praticamente è stato "camera mia" da dicembre ad oggi).

Aprire quel maledetto pacco è stato come aprire un vaso di pandora, come fare un viaggio a ritroso nel tempo, ed essere catapultato esattamente 9 mesi fa.
In 9 mesi tante cose possono succedere, puoi fare un figlio per esempio, oppure possono cambiare radicalmente la tua vita e quella di tanti altri. 9 mesi possono essere tanti o pochi, ma se tu e i tuoi più cari amici siete a cavallo tra università e lavoro, beh, 9 mesi possono fare la differenza!

In quel pacco c'erano vestiti che credevo perduti, passioni mai coltivate, oggetti mai usati, di quelli che compri sicuro che prima o poi li tirerai fuori al momento giusto, e che immancabilmente rimangono a fare la muffa dimenticati in qualche angolo della tua mente.. e poi libri, appunti, fotocopie, documenti..

Ad avvolgere tutto questo un profumo d'estate, una sensazione di quotidianeità, il sapore del caffè in bocca (rigorosamente miofino), e sono tornato per un attimo in quei cortili, in un tempo in cui le nostre strade non si erano ancora divise in modo così evidente. L'idea di ritrovarci tutti in terra Latinoamericana era solo una lontana utopia, e gli unici echi lontani venivano da Dubai..

Tante cose sono cambiate da allora, oggi sono l'unico rimasto in Italia, e guardandomi intorno ho avuto l'ennesima conferma che Casa non è un luogo fisico, gli oggetti e gli indirizzi non contano nulla.
Casa mia è fatta dalle persone, dai ricordi e dalle esperienze condivise, è un trampolino di lancio ed un porto sicuro allo stesso tempo. Nonostante sia un non-luogo è costruita su solide fondamenta, non esiste calamità naturale che possa distruggerla. Rispecchia la precarietà e la mobilità alle quali per certi versi siamo obbligati da questo sporco mondo, che ci vuole sparsi per i continenti, ma senza riuscire ad allontanarci.

Per questo nonostante tutto sono sereno, Casa mia può essere ovunque.