domenica 17 novembre 2013

Il fattore C (CDM)


Cari Palle,
Sono da sei mesi in Medio Oriente. È tempo di tirare un po’ le somme. Sto bene, molto meglio rispetto ai primi mesi di incertezze e dubbi. La vita scorre tranquilla tra weekend di relax e settimane di inteso lavoro. Una vita della quale lamentarsi sarebbe un insulto al precariato o un romantico sussulto giovanile, una critica futile ed ideologica ad una sana vita, chiamamola così, piccolo borghese che nessuno disdegnerebbe. Soprattuto di questi tempi di crisi.
Ma non voglio buttarmi nelle nostre polemiche da bar in cui il senso della vita era nella lotta di classe infarcita da intercalare filogini (gnocca e socialismo per intenderci..) e supercazzole. Vi voglio raccontare brevemente come sono finito qui. La storia alcuni la sanno altri no. Ma i retroscena li ho scoperti solo ieri.
In Francia quando mi fecero firmare il contratto da stagista poco più di un anno fa mi dissero: “ Con la pressione fiscale che vuole introdurre Hollande ed i tagli previsti, ragazzi mio, il contratto è difficile che te lo rinnovano..”. Cominciamo bene. Mi fecero capire che se volevo qualcosa me lo dovevo andare a prendere. Sii proattivo era il motto. Il che non significa sgomita, significa fatti valere per quello che sai fare, dimostralo e non avere timori.
A Febbraio mi minadarono a Nizza per un meeting internazionale e mi fecero capire che lì potevo giocarmi le mie carte. Lo feci presentandomi a tutti i manager possibili. Parlai con i manager di Germania, Spagna, Inghilterra, Francia ma la storia era sempre la stessa: “We are cutting costs and there are no openings..”. Eppure non mi manca nulla, ottimo CV, sei addirittura già dentro l’azienda, il potenziale ti viene riconosciuto da tutti i tuoi colleghi. Perché nessuno mi dà una chance?
Non ho mollato e mi sono allontanato dalla mia zona di conforto, l’Europa, ed ho approcciato altri lidi. Durante un coffee break un gruppo giovane rispetto ai canuti boss ai quali ero abituato si avvicina. Chi sono? Il team del Middle East: Le ore passate a studiare arabo a Tunisi, gli incoraggiamenti dei miei amici libanesi, le sere trascorse a vedere e rivedere Aladin, l-albero genealogico di Karim mi spinsero ad alzare il culo e tentare l’ultima carta. Caso volle che la prima manager che incontrai era spagnola ed un anno di Saragozza a sparlare itagnolo con Giovanni tornò utile. Caso volle che costei mi reindirizzò ad Elena, pezzo grosso della nostra azienda in Medio Oriente che mi disse: “Piacere, mi dispace al momento non abbiamo nulla ma forse tra qualche mese...chi sei? Dove hai studiato? Che sai fare?”. Caso volle che Elena avesse fatto il mio stesso Master a Grenoble e che quindi conoscesse già la mia formazione. Quattro chiacchiere e la promessa che mi avrebbero fatto sapere. Mando il CV.
Passano tre settimane ed il silenzio non è rassicurante. Mando un reminder ad Elena che mi dice: facciamo una chiamata lunedì alle 8. La chiamata dura 13 minuti, non un’intervista ma una presentazione del lavoro. “Ti andrebbe di fare questo lavoro Conte?” Ed io:” Ovviamente sì” omettendo la mia disperazione e la mancanza di alternative. “Va bene ci risentiamo..”.
Come sapete una settimana dopo mi comunicarono che ero stato assunto.  Lo stupore era enorme. Perché me e non altri, perché ero stato assunto quasi senza colloquio? Ieri sera dopo un drink i retroscena sono venuti a galla: “Perché tu? Perché hai perseverato e sei stato l’unico stagista tra i tanti presenti a quel meeting a Nizza che si è presentato ed è stato intraprendente. Non ti ho fatto un colloquio lungo perché avevo ricevuto buoni feedback su di te e mi bastavano. Già ti avevo incontrato poi, non mi serviva altro..però ero in dubbio tra te ed un altro candidato. Poi, il giorno della decisione finale, Joseph (il mio boss a Grenoble) si trovava a Dubai e venne fuori il tuo nome. Mi parlò molto bene di te e quindi io e Gloria ti scegliemmo. Come si chiamava l’altro candidato....Joey, si chiamava Joey..”
Joey è uno dei miei amici più cari di Grenoble. Più bravo di me, lo ammetto. Ieri mi sono sentito un po’ in colpa. Io ho superato inconsapevolmente un mio caro amico che sta cercando in tutti i modi di venire a lavorare a Dubai per una catena fortuita di casualità: il fatto che mi avessero concesso di andare al meeting di Nizza, ed a lui no. Il fatto che io parlassi spagnolo e che avessi fatto lo stesso master di Elena, elementi empatici che non si possono sottovalutare in un processo di selezione. Il caso che Joseph, che a Dubai non aveva mai fatto un business trip si trovasse al posto giusto al momento giusto...

Traiamo le somme: è pur vero che la fortuna aiuta gli audaci ma che sia cieca non si può negare. La vita si gioca in pochi istanti ed in momenti di svolta. Mai lasciarseli scappare. Ma non possiamo calcolare o prevedere nemmeno un centesimo della catena di eventi che conducono le nostre vita. Ci è concesso solo perseverare, perseverare e lavorare bene. Perché l’Italia è l’eccezione che conferma la regola. Il buon lavoro all'estero paga... con un po’ di culo.

sabato 16 novembre 2013

MUCHO GUSTO...


Come sapete in America Latina all`anagrafe tutti devono avere due cognomi, quello del padre e quello della madre, e due nomi. Ció ha dato la possibilitá ai genitori di sbizzarrirsi, e dare qualsiasi tipo di nome ai propri figli. Vi propongo quindi una carrellata dei casi piú incredibili di cui sono venuto a conoscenza.


Spesso i nomi sono specchio della societá, se a Napoli negli anni '90 sono nati un sacco di Diego,Armando e di DiegoArmando, in compenso in Ecuador si possono trovare un sacco di Stalin e Lenin, per non parlare di Adolfo Hitler come da prova fotografica, fino ad arrivare al famoso Hitler Stalin, figlio del signor Hitler Fluver Corral Saldarriaga. Io personalmente ne ho conosciuti un sacco! Ma questo é solo l'inizio. 



La regione piú gravida di soprese é sicuramente Manabí, regione costiera abitata principalmente da afrodiscendenti, dove a quanto pare ai genitori non importa una cippa dei traumi psicologici che un nome bizzarro possa causare ai figli. La cosa é talmente generalizzata che il governo é dovuto intervenire, infatti l'articolo 78 della legga del Registo Civile recita che:


Queda prohibido emplear en la inscripción de un nacimiento, como nombres los que constituyan palabras extravagantes, ridículas o que denigren la personalidad humana o que expresen cosas o nociones, a menos que su uso como nombres se hubiere consagrado tradicionalmente.


Dai nomi per esempio si puó capire il risultato della squadra del cuore del padre: si va dal Dos a Uno Angulo, al Victoria Apretada Obregón Carrera, passando per il piú diplomatico Justo Empate Enríquez.

I nomi possono anche esprimere desideri o buoni auspici, non parlo di parole altisonanti o immaginifiche come i nostri Grazia, Gaia o Benedetta. Qui la gente é molto piú pratica! C'é chi pensa solo ai soldi, possiamo trovare infatti Onedolar (da leggere rigorosamente come é scritto), oppure chi invece pensa che il segreto della felicitá risieda nella macchina che guidi, cosí dovevano pensare i genitori del signor Land Rover García. Oppure, chissá, il nome dipenda da dove é stato concepito il bambino.

Il nome ci puó anche raccontare una storia, di come si é arrivati a consumare l'atto, cosí si potrebbe pensare sia capitato con il signor Exquisita Pílsener, oppure a come si devono essere sentiti i genitori il giorno dopo, e potrebbe essere questo il caso dei signor Alka Seltzer Solórzano e Vick Vaporoup Giler. Non tralasciando peró di dare un giudizio di valore dell'atto in sé, vero signora Cabalgata Deportiva Vera?


Anche il tempo gioca un ruolo importante in questo elenco, inteso sia come calendario ma anche come contestualizzazione geopolitica. Mi spiego meglio, cosa pensate che possa passare per la testa di un genitore che chiama il proprio figlio Martes Trece Santana, Año Bisiesto Owen, o Puente Vacacional Alcívar? 

Evidentemente c'é qualche genitore appassionato di politica e di relazioni internazionali, altrimenti non si spiegherebbe l'esistenza dei signor Conflicto Internacional Loor, Himno Nacional Salgado (sicuramente molto nazionalista), John Kennedy Minda e per non farci mancare nulla pure Richard Nixon Quiñonez!

Ce n'é per tutti, sei un fan sfegatato degli USA? Ecco qua il signor Houston Texas Ponguillo Loor! E se sei pure appassionato di musica eccoti servito un bel Michael Jackson Quiñonez, mentre se invece ti viene fame possiamo servirti un ottimo Burguer King Herrera!

Ce ne sarebbero molti e molti altri ancora, ma voglio lasciarvi con quelli che a me sono piaciuti di piú e che, sicuramente, non necessitano di nessun commentario:

Perfecta Circuncisión Hidalgo

Cristo Crucificado Cañarte

Semen de los Dioses Bazurto Quesada




martedì 12 novembre 2013

Di rivoluzione e di dissenso

People's Recreation Community, Hong Kong - http://www.peoplebookcafe.com/

Dopo aver parlato delle prime impressioni su Hong Kong, credevo che  avrei scritto del mio onesto impiego da fattorino illegale per le frenetiche strade della città e fra i casino di Macao. Invece l'essermi già sfogato con qualcuno ha dissipato questo bisogno, per ora. C'è anche da dire che al momento quel che c'era da consegnare è stato consegnato e di lavoro ce n'è poco. Intanto, la mia stanza funge da magazzino e fra uno scatolone e l'altro puoi trovare un calzino sporco, un obiettivo o il letto.

Oggi voglio parlare invece dello strano posto in cui sono finito stamattina. Nascosta fra un grattacielo e un altro, fra un mega centro commerciale e un negozio della Rolex, un'angusta scala conduce al primo piano di un anonimo palazzo. Qui su una delle due porte campeggia il volto stilizzato di Mao e la scritta Peoples Recreation Community. Entrarvi, lasciandomi alle spalle le gomitate date e ricevute per percorrere qualche metro, i clacson e le luci da epilessia fulminante è una boccata d'ossigeno. Al suo interno fra le pareti tappezzate di libri e  i poster di propaganda comunista tre tavolini ai quali siedono due donne e due uomini, sulla testa più i capelli bianchi di quelli neri. La musica bassa, permette di leggere. Chiedo un tè a una giovane ragazza seduta dietro a un piccolo bancone e comincio a guardarmi intorno.

Qualcuno ha definito questo posto un centro del dissenso. Questo mi viene confermato dalla ragazza che dopo avermi preparato la teiera accetta di scambiare due parole, nonostante l'inglese stentato. Quei libri che riempiono gli scaffali sono infatti libri censurati dal regime cinese, introvabili sul continente. I cinesi vengono qui per sedersi a leggere ciò di cui non è dato loro sapere. In alcuni casi li comprano e portano con se, di nascosto dalle autorità.

Sui due ripiani della sezione inglese titoli quali 'Mao, the unknown story', 'People's pornography', 'The end of the revolution', 'God is red', 'Escape from Camp 14' e 'Bridge to Tibet'.

Dalle facce dei presenti non ho l'impressione di trovarmi in compagnia delle stesse persone in fila davanti Prada o Hermes, ma il campione è piuttosto ridotto per farsi un'idea. Mi stupiscono il gusto, curato e affatto pacchiano, dell'arredamento, la selezione musicale di sottofondo fra cui distinguo delle sempreverdi Spice Girls, il latte in polvere in vendita fra un poster di Mao e una bacheca di orecchini d'argento.

Finisco il mio tè, prendo qualche appunto e chiedo di scattare delle foto. Inaspettatamente mi rispondono letteralmente che sono libero di fare tutte le foto che voglio. Forse dei presenti nessuno viene dalla Cina, forse semplicemente non gliene frega nulla. Non fosse dall'altra parte della cittá, a 6 fermate di metro da casa, ci ritornerei nel pomeriggio, magari dopo aver recuperato una felpa per ripararmi dall'aria condizionata, probabilmente impostata sulla modalità 'freddo polare'.

domenica 10 novembre 2013

In un'auto ci sono un Israeliano, un ebreo Iraniano e un Italo-iracheno...

Suona come l'incipit di una barzelletta berlusconiana, quelle di cattivo gusto, ma si tratta dell'ennesimo viaggio carpooling attraverso le Alpi, da Milano verso Monaco di Baviera.


La mattina del 12 Ottobre ho appuntamento presso Lambrate per un passaggio organizzato. Sapevo già nome e cognome dell'autista; e già sapevo la sua nazionalità poiché da un po' di tempo prima di ogni viaggio eseguo sempre quello che io chiamo il ''controllino''. Una semplice ricerca su google per avere qualche info sulla persona con la quale mi appresto a fare un viaggio di almeno 5 ore. Maschio, nato in Russia ma cresciuto a Tell Aviv, studente a Pavia. A Lambrate si presenta anche un altro tipo milanese; basso, tarchiato capello unto e un po' lungo, barba di 10 giorni e così a colpo d'occhio mi ricorda Piero Ricca. Manco siamo saliti in auto che questo chiede all'autista con lo stesso tono con cui ordinerebbe un kebab: ''sei israeliano? allora sei ebreo? allora parli ebraico''?  Il tipo un po' in imbarazzo risponde sì a tutte e tre i quesiti.
Partiamo. Siamo a Verona quando il milanese, che dirà di chiamarsi Dario solo alla meta, inizia a raccontare che lui va a Monaco tutte le settimane, tutti i venerdì facendo attenzione a giungere in città prima del tramonto, o meglio prima che sorga la prima stella della sera. Parla e racconta, racconta e parla. Dice che ogni fine settimana è invitato a cena dal rabbino capo di Monaco, racconta di conoscere bene ''Frau nn so bene chi,'' Presidentessa della Comunità Ebraica di Germania... (alias le Ceneri di Angela penso io). Deve essere un pezzo grosso pure lui penso io. Oppure è più semplicemente un opportunista, un commerciante che consuma la sua focaccia fredda in piedi in autogrill per nn consumare e spendere mentre io gli noto una catenina al collo con lo scudo di Re David. Dice di essere sposato con una donna ebrea, ha un figlio di 8 anni che vede solo il finesettima e poi il lunedì ''ognuno torna a fare la propria vita.'' Questa vita di carpooling lui la fa da parecchi anni.

L'Austria con la sua aria liberale ci induce a parlare di politica: Il commerciante ebreo, ancora non mi aveva detto di essere iraniano, inizia una discussione partendo dal concetto che Berlusconi ha fatto anche del bene per questo paese. E avrebbe potuto farne ancora se lo avessero lasciato governare. Un esempio su tutti è lo ''scudo fiscale''. Noto un certo malessere da parte dell'Israeliano accanto che su tutto sembra essere un tipo dotato di intelletto. Ma io non reagisco, anzi assecondo trovando addirittura elementi utili a sostenere le tesi del nostro Dario di Pasargade. Ovviamente social-conservatore come buona parte degli ebrei italiani dice che Grillo è un folle e che la sinistra dovrebbe decidersi a lasciar vincere Renzi perchè quello è il destino della politica italiana: la convergenza verso il centro. ( un ritorno alla gloriosa DC insomma).

Poi finalmente la domanda clou: ''Karim..eh? mi suona familiare. Di dove sei?''.Cerco di tergiversare facendo notare a tutti i miei compagni di viaggio le mutevoli tonalità autunnali del paesaggio bavarese, un incanto. Allora decido di giocare la mia carta:''raccontoavolopindarciosenzacaponècoda'', una specialità tutta mia. Incomincio col '73, non tanto per parlare della Guerra del Kippur ma per raccontare dell'arrivo di mio padre in Italia, proprio a Pavia, così da potermi riagganciare all'esperienza di vita del nostro studente israeliano. Con un salto temporale gli dico che io sono amico di un paio di israeliani studenti di medicina, dei quali non ho nemmeno il contatto FB. Mi dicono che il padre di uno di essi è uno stimatissimo primario di Gerusalemme, mi collego allora ad altri nomi fino a sottolineare  il clima liberale nel quale il Dott. Alissa ha scelto di crescere la propria prole, decidendo far  battezzare tutti e tre i figli e far prendere loro i sacramenti benché egli fosse un tempo musulmano. ''Sì ma appena appena sunnita...quel tanto che basta.'' Concludo in fine con qualche affermazione per sostenere il personalissimo punto di vista liberal-berlusconiano del nostro beniamino discendente di Serse. Siamo oramai alle porte di Monaco...
Non mi sono mai venduto così tanto. E così bene.

domenica 3 novembre 2013

Work work, money money. Ovvero, l'altro lato del mondo



Hong Kong, ore 4. Al secondo giorno in citta', il cambio di fuso non mi da tregua. A dispetto delle previsioni, mi sveglio nel cuore della notte e non riesco a riprendere sonno. Fuori la citta' tutta dorme, non passano auto, nessun ubriacone che rompe una bottiglia di vetro, nessuna sirena spiegata di una volante o di un'autoambulanza. Niente, solo il silenzio di una citta' che riposa, perche' domani sara' un altro lunedi, bisognera' fare altri soldi prima che qualcun altro li faccia al posto tuo.

La quiete di Kabala o di Soviepe, quartiere alla periferia di Lome', rivive come il film Babel nella mia testa, mentre cammino per le sfavillanti strade di Hong Kong. La flemma dei pigri venditori di ciarpame ai bordi di strade polverose dell'Africa e il passo rapido di uomini d'affari in giacca, cravatta e occhi a mandorla. L'idea che un'azione degli uni possa cambiare la vita degli altri ha il fascino della complessita' compresa in un istante.

In realta' di occhi a mandorla da queste parti se ne vedono relativamente pochi. Negli ultimi lustri la citta' ha visto un afflusso di imprenditori, commercianti e bassa manovalanza senza precedenti, attirati dal miraggio del paradiso fiscale, dell'iva che non esiste, della continua crescita. Metafora di questa crescita sono i grattacieli tirati su come fossero castelli di carte, da uomini equilibristi su impalcature di bambu'.

Le strade sono dunque affollate di occidentali, indoasiatici, anche cinesi, ma quelli ancora non riesco a distinguerli. Li riconosci solo perche' la domenica li trovi in fila davanti alla vetrina di Hermes, Gucci o Prada. Fremono dalla voglia di spendere milioni di HK dollars, di essere sodomizzati dal consumismo del vicino che li disprezza. 


Io prima di disprezzare loro, le insegne luminose che occupano intere facciate dei grattacieli, il bisogno primario di arricchirsi sacrificando la propria vita, il sessantenne lampadato a cena con una sventola che potrebbe essere sua figlia, aspetto che due giorni siano divenuti due settimane, magari mesi.

sabato 2 novembre 2013

Pisani e Pagode (CDM)


Cari Palle,
Mi sembra che la nostra creatura bloggistica semifaceta stia crescendo e vederla maturare mi rende gaudente. Il sogno di un mondo migliore, la nostaglia, la paura e la curiosità, le debolezze (nonché le frustrazioni) accompagnate da sforzo creativo italico. Che lo sforzo sia con noi, sempre.
Seppure lontani e dispersi nel mondo, non siamo altro che lo specchio del nostro Paese. Nel nostro piccolo siamo quell’Italia in preda a fibrillazioni ed in cerca di un cammino, di un’identità, di un futuro. La maggior parte delle volte senza una meta precisa, trasportati da eventi che non avevamo nemmeno immaginato .
Ciccio a sturare le tubature degli oleodotti Algerini e Tunisi, la sua barba lo proteggerà da Al’Qaeda nel Maghreb Islamico. Bernardinho affetto da Mellonite pigmentosa fotografica ad Artissal, al primo contatto con il futuro mal d’Africa e con o futebol preto. Mellone nel glorioso Esagono in riflessione sull’emarginazione occidentale ed in partenza verso mete ignote..le voci dicono Hong Kong. Michelino che tra una birra, un libro di econometria si imbatte nella Quito animalesca, sfaccettatura dell’umana natura. Ferma lotta nella speranza che il sindacalismo italiano sia ancora un nobile sentiero verso il Sol dell’avvenire. Karim, non pervenuto, che in preda al bradipismo cosmico ancora non ci ha deliziato con una supercazzola degna del nostro Blog. Uno spettacolo emozionante ragazzi.
Permettetemi di alleggerire però i toni. Del resto la leggerezza del primo mondo non è sempre un peccato mortale. Vi racconterò di qualche perla dei miei 6 giorni in Thailandia.
Dopo un mese di lavoro matto e disperatissimo mi sono concesso una scappata in Oriente con il mio vicino siriano. Il mitico Morice. Mia madre quando le ho detto che andavo in Thailandia con un siriano mi fa:”beh, te la sei scelta bene la nazionalità del compagno di viaggio..vedrai che lo fermano alla frontiera e non partite..”. La mamma non ha sempre ragione. Hanno fermato me pensando che il mio passaporto (ridotto malissimo dopo 9 onorati anni di carriera) fosse contraffatto. Morice col suo sgargiante passaporto con chip di ultima generazione è passato liscio. Ma tutto bene, siamo partiti ed arrivati a Bangkok.

All'arrivo in Thailandia: Immaginate infrastrutture migliori delle nostre. Immaginate un verde lussureggiante. Colore che quasi avevo dimenticato a Dubai. Immaginate il nostro buon vecchio Brandi nel sud est asiatico. Federico sta cercando di stanziarsi a Bangkok, prima città al mondo per flusso di turisti, procacciando contatti per la Bocconi e collaborando con una rivista che fa recensioni per lounge bar ed alberghi. Il nostro gaudente vegetariano fruisce di questi luoghi da recensire a sbafus, e le signore ringraziano. Brandi è stato sempre un passo davanti a tutti. Nel frattempo tesse contatti con funzionari ONU dato che Bangkok è un Hub per le agenzie. L'ho trovato benissimo e scorgere un pezzo del nostro cortile addirittura nel sud est asiatico, ragazzi, è stata un'emozione bellissima. Grande Federico davvero.


Oltre a questo permettetemi di raccontarvi due aneddoti: l'incontro con un ristoratore italiano da 25 in Thailandia ed un funerale buddista.
Siamo a Pattaya, la località di mare più vicina a Bangkok dove ci siamo recati per andare un po' in spiaggia. Ma, da foche quali siamo, abbiamo scelto di andare in Thailandia durante la stagione delle piogge..altro che fuga dei cervelli dall'Italia. il mio non è fugato, è disperso. Quindi si passano le piovose giornate finali ingolfandosi gaudenti di pesce e cucina Thai (eccellente) e si visitano templi buddisti. Una delle prime sere però la voglia di pizza è troppo e perciò ci rechiamo al ristorante italiano “La Torre” che si trova dietro il nostro albergo. Bello, accogliente quasi chic. Il proprietario è un panzone, con la faccia da mafioso con annessa catena e pelo sporgente, che espone una foto del Mussolini Benito, in arte Duce, vicino alla cucina. Io dico a Morice che forse è un mafioso che ha riciclato i soldi nella ristorazione fuori dall'Italia. Possibile no? S'avvicina mi guarda e mi dice “Boia co' sta faccia non poi esse che italiano, o dimmi 'npo' 'osa vòi dammangiare”. È Pisano, il mio fiuto da detective fa caà. Vi lascio immaginare come ore ed ore passate davanti ai video del Nido del cuculo con voi siano scorse in un secondo. Lasciatemi credere che si chiamasse Silvestro.
Ordino una pizza quattro stagioni. Si rivolge a Morice “E te 'osa vòi?”. Morice che in italiano sa dire solo “Bella Figa” non carpisce la richiesta. “No guardi lui è Siriano”. E l'oste: “Ah musulmano... allora lui qui avrà, grossi problemi...”. Ecco che mamma aveva ragione. “Tutte le donne qui so' maiale! Ahahahahahaha”. Sospiro di sollievo. Un vero pisano. Morice mostra la croce che ha sul petto (più piccola di quella del proprietario) e tutto si risolve in una risata. Peccato che quella battuta nascondesse una triste verità. Pattaya è una meta di turismo sessuale. Cinquantenni canuti e lampadati ovunque, prostitute ad ogni angolo, polizia per locali e polizia per turisti, tutto scritto in inglese e russo per gli utilizzatori finali. Non proprio il paradiso tropicale e buddista che cercavo. Ammetto che il degrado sociale ed umano che ho visto in quel luogo dopo un po' mi ha fatto rimpiangere la superficiale Dubai. Ragazzi vi prego. Se verso la crisi di mezza età vi dirò che vado in Thailandia, vi prego, abbattetemi.
Morice intanto lotta con il suo difetto genetico arabico: la non resistenza al biondo. E visto che a Pattaya quasi ci sono tante russe quante tailandesi non sa dove girarsi, come trattenersi. La comunità russa è enorme in quella zona. Scritte in cirillico ovunque e bionde famigliuole che scorrazzano nelle zone della puttanesca night life cittadina con figli piccoli annessi. Osservandoli ho realizzato che chi dice che 70 anni di comunismo hanno degradato la società russa forse ha ragione. Anche la “laboriosità” delle russe a Dubai sembra confermare questa diceria. Vladimir Ilic Ulianov può tranquillamente rivoltarsi nel mausoleo.
Insomma, lo spettacolo sociale che abbiamo visto a Pattaya non è stato affatto edificante. Anzi, a tratti vomitevole. Per fortuna i templi tra Bangkok e Pattaya mi hanno riempito le piovose giornate. Bellissimi, unici, meravigliosi. Mi hanno regalato un grande senso di pace e serenità di cui avevo davvero bisogno. Il caos di Dubai e Bangkok erano troppo per me.
Durante una di queste visite ci siamo imbattuti in una preghiera di gruppo. Una schiera di monaci di arancio vestiti e di fronte a loro delle persone molto composte ed assorte. La gentilezza, il garbo e la grazia sono parte integrante dello spirito tailandese ed appena hanno scorto due “falang” (stranieri) ci hanno invitato ad unirci. Noi timidamente ci siamo seduti ad osservare. Qualche sorriso, stupore e benevolenza ci hanno accompagnato. Ad un certo punto ci accorgiamo che in alto a sinistra della sala c'è un bara. Io e Morice siamo stupiti. Nessuno piange ed anzi le persone sembrano serene. La preghiera si conclude ed i monaci conducono gli astanti verso un tabernacolo intorno al quale fanno diversi giri. Tutte le persone reggono un filo bianco di cotone, dal quale sono tutte collegate. La cerimonia si conlude con delle offerte alla famiglia ed ai monaci che solo di elemosina vivono. Nessuno piangeva.
Io non conosco quelle forme liturgiche, né conosco abbastanza il buddismo, ma so che nella cultura buddista locale si crede nella reincarnazione dello spirito. Forse per quello non piangevano. La persona cara viveva ancora, altrove, e se il cammino era stato retto la sua prossima vita sarà milgiore o addirittura verrà liberato dal Samsara. Perché disperarsi? Io non credo alla reincarnazione. Rimango fedele alla scienza occidentale. Ma mi sono ormai convinto che le nostre azioni ci rendono immortali, nel bene e nel male, dato che volontariamente o meno si ripercuotono con un effetto a catena su decine e decine di persone presenti e future. E di tante imperscrutabili vicende umano siamo figli noi, tutti collegati da un filo di compassione. Tutti alla ricerca della felicità.

Il Conte


Lentezza - ovvero come non risolvere i problemi

Operatori portunali impegnati nella raccolta del fagiolo rosso fuoriuscito dal sacco, destinazione Estados Unidos



Passati i primi 30 giorni, sotto la pressione di bookmakers corrotti e senza scrupoli, riporto di seguito il bollettino delle malattie contratte sino ad ora. 

Il paziente riporta una  costipaçao  da cambio di stagione, causante iperproduzione di muco, tosse, e sintomi da raffreddamento con leggerissima febbre. Le attività di digestione e di defecazione risultano del tutto invariate nonostante l'alimentazione estremamente ricca di fibre, nessuna presenza dello storico reflusso gastroesofageo, mentre i focolai di bernardite risultano tuttora attivi, stimolati da continue ed esotiche sollecitazioni.
Si consiglia il test antimalaria, e di guardare per terra nei luoghi molto affollati.

Si, mi sono raffreddato in Guinea Bissau a causa del cambio di stagione, chè se non me lo dicevano che la stagione è cambiata io manco lo sapevo.

In ogni caso pare che qui il primo di novembre, in occasione della ricorrenza che celebra i defunti, piova tutti gli anni; non passa anno che non piova. E' questa la scadenza che determina la fine della stagione delle pioggie, per far posto alla stagione secca, la stagione della polvere al posto del fango, del sole al posto del sole. 

Si tratta di una delle poche cose che si verificano in maniera puntuale qui, insieme all'inizio delle partite di calcio.
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In realtà il senso di questo post, almeno adesso mentre lo sto scrivendo, è quello di tentare di fare un bilancio di questo primo mese, ma non credo nei bilanci nè tantomeno nei presunti risultati che ne deriverebbero, quindi mi limiterò a sproloquiare a ruota libera, al solito.

In Africa, o almeno qui, tutto è un problema.

Già, la difficoltà con cui vengono fronteggiati gli imprevisti è davvero notevole.
Non lamento per nulla il fatto che i ritmi di lavoro siano poco serrati, che programmare qualsiasi cosa risulti praticamente impossibile, che per i più sia normale arrivare ore dopo ad un appuntamento, che si diserti il lavoro con una certa scioltezza. 
Credo sia abbastanza facile adattarsi a un sistema così blando, che lascia spazio all'iniziativa di ciascuno, così come alla perdita di tempo, con il rischio di lasciarsi trasportare dal fluire inerziale del tempo e delle cose. 

Mi riferisco piuttosto che al fatto che, a fronte della sciallitudine più disinvolta nell'approccio alla vita in tutti i suoi aspetti, la propensione a risolvere i problemi risulta essere piuttosto debole.


Aneddoto #1

Un paio di settimane fa si è rotto un generatore. Questa ONG funziona con un paio di generatori, che non possono stare accesi tutti il giorno sia perchè si bevono litri di gasolio (che qui va sui 0,90 €/lt.), sia perchè alla lunga si squagliano. Come Artissal, moltissimi hanno dotato le proprie abitazioni o i propri luoghi di lavoro di pannelli solari che accumulano energia durante il giorno e ricaricano una batteria che viene utilizzata per i consumi notturni. Se si rompe un generatore c'è l'altro, ma se si rompe pure l'altro che si fa?
Questo quesito è riuscito a stimolare la lungimiranza dei responsabili della ONG, che optano in questo caso per la riparazione della macchina.

Con una flemma che manco Piero Fassino, sicuramente indotta anche dal caldo cocente e dall'umidità improponibile, arriva il primo tecnico corredato da aiutante. Assisto alla scena della riparazione; Mariana, grande efficientista, in apprensione per la riparazione (la batteria che accende il generatore è quella di una delle due auto - che se una si rompe, c'è l'altra - e senza batteria l'auto non si accende, e senza auto a Bissau è difficile arrivarci, e a Bissau ci si deve andare più o meno tutti i giorni, per un motivo o per un altro) e Max appoggiato sul generatore, dal lato opposto rispetto al tecnico. 
Il tecnico, senza sapere quale fosse il problema, arriva senza cassetta degli attrezzi. Rovista 5 minuti nello sportellone della macchina che da accesso al motore, mentre ride e scherza con Max. Capisco poco, ma di certo non stanno parlando di quello che c'è da fare in quel momento. Nel frattempo l'aiutante, dopo aver visto Sylvia, apre la seguente discussione


- Kuma i to nom?

- Sylvia.
- A mi 'n'mistiu. A mi 'n'misti casa ku bo.

ossia

- Come ti chiami?
- Sylvia.
- Tu mi piaci. Ti voglio sposare.

Questo mentre il suo capo fingeva di riparare il generatore, nello sgomento dell'ispanica fanciulla, e con Mariana che risponde a tono al suo posto.
Dopo mezzora buona questo Galileo Galilei della meccanica spicciola sostiene di aver fatto tutto quanto era in suo potere, si trattava di una riparazione molto ma molto difficile, fuori dalle sue corde. Aggiunge che avrebbe chiamato un altro tecnico che avrebbe a sua volta fatto la sua parte di lavoro - questa seconda parte, sostiene il Nostro, non era di sua competenza. Incredibile osservare come qua la gente in genere sappia fare una cosa sola. Sono già le 11:00.
Passano decine di minuti, il primo tecnico è ancora appoggiato al generatore e Max è ancora lì a parlarci, con tanto di garzone che nel frattempo rivela di avercela già una moglie, arriva il secondo tecnico.
Lascio immaginare la sfiducia dilagante rispetto alla possibilità di riavere un generatore, in quella mattina sempre più vicina al pomeriggio.
Dopo numerose telefonate e altrettante bestemmie, giunge il secondo tecnico che con un po' di know-how acquisito dalla telefonata ricevuta e un paio di chiavi inglesi in più, sistema il marchignegno liberando così Mariana che finalmente può smettere di sbuffare, fugando ogni timore rispetto alla possibilità di non poter più utilizzare il generatore. La mattinata è persa, ma quantomeno c'è di nuovo un generatore.

Non è il caso più eclatante di scarsa propensione alla rapida risoluzione dei problemi, ma è piuttosto indicativo. Cose da niente possono compromettere un intero meccanismo, tutto è appeso ad un filo di lana e alla minima e frequente disattenzione salta tutto per aria. E come succede credo in tutto il mondo, le responsabilità tendono a gravare su pochi, a volte singoli, tutto il resto è al traino di chi si addossa il peso di tutto.


Aneddoto #2

Artissal ospita da una decina di giorni 6 turisti spagnoli.
Una delle tappe del loro viaggio prevede una visita nella regione di Cacheu, che raggiungeranno in un paio d'ore di macchina – una sola delle due – accompagnati da Max. Il mezzo è un FIAT Ulysse da combattimento, senza uno specchietto e con le porte a scorrimento. Quando si aprivano.

Mentre a Quinhamèl si lavora tranquillamente, con Mariana sempre in tensione per la buona riuscita della parte di viaggio fuori dal suo controllo diretto, arriva la sciagura. Max chiama Mariana perchè o carro incontrò una voragine nel suo cammino, smettendo di funzionare subito dopo l'urto. Come fare, come non fare.
Fu così che mettiamo in piedi un piano pazzesco. Sylvia resta ad Artissal a tenere tutto sotto controllo, e io realizzo il sogno di una vita: guidare un pickup in Africa. Cioè, non una macchina, un pickup, di quelli 5 porte con il vano dietro, il cambio lungo lungo e lo sterzo orizzontale. Non so se mi spiego, tipo A-team. Di quelli che in Italia non se ne vedono eh.

Centodieci all'ora sulla strada Quinhamèl-Bissau, schivando capre, donne equilibriste e dissuasori che sembrano dighe, mentre Mariana telefona disperatamente alla ricerca di un meccanico a Bissau. Già non so la strada, immaginati di guidare verso una città che non sai raggiungere senza che al momento nessuno sappia quale sia la destinazione finale.

Recuperiamo Yussuf, senegalese trapiantato di 40 anni che ne dimostra al massimo 25. E' smilzo, bassino e ha con sè solo un panno sporco di grasso, con dentro gli attrezzi.
Il piano è: arriviamo dove la macchina si è fermata, cediamo il pickup al gruppo – chiaramente non è omologato per trasportare più di 5 persone, ma cazzocene, nel rimorchio ci sono 3 panche di legno e sono più che sufficienti – ripariamo Ulysse e ce ne torniamo a Quinhamèl.

E così fu: Yussuf ripara in mezzo alla strada la macchina, scomparendo tra le valvole e i pezzi del motore. La riparazione però non è sufficiente a risolvere il problema, dunque riportiamo Yussuf all'officina, dove il candore della mia pelle suscita i commenti dei ragazzini apprendisti che ci rimangono di merda quando Mariana in criolo gli intima di starsene zitti.
Sfruttiamo il pomeriggio a Bissau per fare un paio di servizi, accompagnati da un taxi recuperiamo l'auto di Cèsar – che lavora a Bissau in un progetto statunitense di distribuzione alimentare nelle zone con alto tasso di denutrizione nella capitale – e ce ne andiamo gironzolando tutto il pomeriggio in attesa delle 17, per ritirare l'epica ed italianissima autovettura. Nell'arco del pomeriggio siamo stati in una ONG per consegnare fatture, in un albergo di lusso per procurare un nuovo punto vendita per i prodotti del Comercio Justo – credo di aver parlato con un sottosegretario del governo golpista con pantaloncini gialli della LEGEA e maglia del Coordinamento sporca di dentifricio; il nero ero indubbiamente io - poi in un'agenzia viaggi per comprare i biglietti dello scafo che ci avrebbe condotti nel finesettimana alle Bijagos, a colloquio con un rasta che “gestisce” un villaggio di musici in mezzo alla foresta, a lezione di musica in un jardim de crianca – l'equivalente di un asilo – e infine a recuperare la macchina all'officina, con orari shiftatissimi e chiaramente con un'apprensione che manco il travaglio preparto. Cinquemila franchi CFA, e si ritorna a Quinhamel dopo aver recuperato Sofia, nipote di Mariana di 3 anni.

Sono già le 20, stavolta guida Mariana e la strada per Quinhamel non è illuminata se non dalle poche auto che circolano. Impossibile vedere i buchi, se non sai già dove sono.

Facile finirci dentro. Altrettanto facile che la macchina si fermi di nuovo, dopo l'impatto. Un po' meno facile trovare una soluzione, in mezzo al nulla, nella strada che collega due città, e che dopo Quinhamel non ha nulla davanti.