giovedì 27 marzo 2014

Il cortile verso l'ombelico del mondo

Ultima notte prima di partire. Alle quattro e qualcosa si esce di casa direzione Linate. Da lì Amsterdam e poi via verso Lima. Finisco di fare la valigia e scrivere gli ultimi messaggi di saluto verso le due. Al di là di alcuni bei messaggi mandati o ricevuti devo ammettere che a sto giro non sentivo granché la partenza. Non la percepivo come una cosa solenne. Sarà anche per il fatto che non c’era la pioggia di Neruda, che mi aveva battezzato il giorno della partenza per il Guatemala.

Si parte, si va all’aereoporto, un abbraccio troppo rapido coi genitori, forse per non lasciar trasparire le emozioni. Mi incontro verso il banco accettazioni con gli altri ragazzi che partono con me. Tutti sorridenti e festaioli, forti del partire con un bel gruppo che nel giro di pochi giorni è già riuscito a formarsi.

Ecco, io la doccia alle 3 e mezza me la ero già fatta, però era bella calda. Per quella fredda c’ha pensato la signora dell’alitalia. Le nostre risate impiegano qualche tempo per scemare e capire che la questione è grave. Il biglietto di ritorno è per un periodo superiore ai 6 mesi, periodo massimo di permanenza senza visto, e quindi non possiamo partire. Panico paura! Altro che la sessione “come rispondere agli imprevisti” che abbiamo seguito con scarso interesse durante la formazione. Nel frattempo mi arriva un messaggio. La ragazza che partiva da Alghero ha trovato nebbia e non è potuta partire. Nebbia ad Alghero???? Eh, a quanto pare il mondo oggi è contro di noi.

Tornando a noi, proviamo a parlamentare a modo nostro, poi si decide di tirare giù dal letto il coordinatore. Lui con la bocca impastata prova a parlare con la tipa che a un certo punto esclama alla cornetta “con che autorità chiedo circa i visti”?!?!? e mi ripassa il telefono dicendomi “guardi parlateci voi”. Situazione surreale. Veniamo mandati alla biglietteria alitalia per poter comprare un biglietto di ritorno entro i sei mesi. Nel frattempo il tempo è passato rapido. Avete ragione, questo racconto non ha niente al cardiopalma. Arrivo al dunque. Il tipo della biglietteria ci dice “ok, vi sposto il biglietto senza sovrattassa”. Ma scusi, la sua collega aveva detto… “lasciate perdere quella là”. Fuga!!! Si parte!! Via ad Amsterdam. Ci incontriamo con quelli venuti da Roma e Venezia mentre la sarda si orienta ancora nella famosa nebbia di Sassari.

Saliamo sull’aereo della KLM. Posti liberi per 130 passeggeri. Yahooo!! Io inizio a sentire che la febbre sale. Vaccino della febbre gialla di merda. E per fortuna che m’hanno detto che non dava effetti collaterali. Febbre, mal di pancia, dolor de cabeza… mi approprio di tre posti, 5 cuscini e n+1 coperte. Non riesco a dormire e sicuramente il cibo terrorista che ci danno non aiuta a far calmare la mia nausea. Finalmente riesco a trovare il sonno dopo un bel po’ di ore di tentativi. Sbam!! Varie cose mi cadono addosso e mi sveglio di soprassalto. “Holy shit”, esclama la hostess nel guardare tutto il mio vassoio cadutole di mano e rovesciatosi sopra di me. Nel frattempo il resto della ciurma ha ben deciso di sfruttare a fondo l’open bar della klm. Io sempre da schifo invece. Cerco di consolarmi con la televisione di bordo e mentre c’è chi si spara “12 anni schiavo”, io punto sul vecchio Tom & Jerry, sentendomi un po’ bambino malato. Finalmente Lima. Dall’aereo, momento del tramonto, il sole è bellissimo. Sembra che sia sott’acqua, immerso nel pacifico. A sinistra, invece, scorre un paesaggio marziano. Tutto desertico e agglomerati urbani molto strani. Più si va avanti e più si infittiscono fino a diventare una distesa immensa. Casette ovunque che già a guardarle dall’aereo capisci il degrado che può caratterizzarle. In ogni caso, guardando sta città così grande, mi dico “per fortuna che vado sulle Ande”.

Arrivati all’aereoporto non trovo ad aspettarci Janet, la signora della ong che doveva venire a prenderci. Ciò nonostante vengo assalito subito da un surreale Giovanni Mellone in camicia bianca che a stento contiene la gioia colpendomi la testa. Se fosse stato un assalitore mi avrebbe spogliato senza problemi! Invece era solo un’ottima sorpresa!

Ieri, primo giorno a Lima, ci hanno fatto fare formazione di vario tipo. Un incontro con un tipo con due palle così che ha parlato della lotta per la difesa dei diritti umani durante questi 30 anni. Poi un inquadramento politico-storico del peru e, nel pomeriggio, sessione di tradizioni, favole, cibi e balli locali. Abbiamo bevuto la Chicha che a me sapeva tanto del malto che qualche volta in fabbrica rimaneva in dei posti difficili da pulire e fermentava emanando un gran tanfo. Comunque, ne ho bevuta parecchia! E poi le foglie di coca, con la tipa che ci teneva a dirci che non è droga ma una pianta medicinale… tutto molto bello comunque!



Ora sono già al secondo giorno a lima. Sono le sette di mattina e mi sono svegliato un po’ prima per prendermi del tempo per me. La febbre è andata via. Ancora non sono uscito da queste mura della struttura dove stiamo facendo formazione. Oggi teoricamente andremo a visitare alcune delle zone rurali dove opera la Ong cosi finalmente inizio a vedere il Peru. 

Il cortile è continuamente in movimento

giovedì 20 marzo 2014

La deriva dei continenti



La prima volta che varcai l'invisibile linea che separa i continenti avevo 22 anni. Fu allora che iniziai a confrontarmi con le peripezie burocratiche che animano gli uffici immigrazione di un mondo e che chi nasce e cresce nell'area Schengen non immagina. Quella volta andai in Togo e lì restai quattro mesi, dando nel frattempo una fugace visita a un paio di altri paesi dell'Africa occidentale.

Quando ero a Lomè spesso ripensavo con nostalgia a casa, scrivevo a parenti ed amici molto più di quanto non faccia oggi, assuefatto come sono al cambiamento. Più che la distanza è il cambiamento a giocare un ruolo in questo mio ragionamento.

Una notte, mentre mi rigiravo come una tarantolata fra delle lenzuola umide feci un sogno così realistico da rimanere fino a oggi impresso nella memoria come un evento davvero accaduto. Ancora ricordo infatti come fosse ieri quella volta che ebbi la possibilità (non so come, né perché) di lasciare Lomè per un fine settimana e ritornare a Lecce. Qui rividi i miei, mi feci preparare il mio piatto preferito, ritornai per un paio di giorni alle vecchie abitudini, la vecchia routine. Non misi neanche il naso fuori di casa tanto era grande il desiderio di sfruttare al massimo quelle poche ore che mi erano date; e per me questo significava rimanere a casa.

La mattina riaprendo gli occhi ci misi qualche secondo a capire dove mi trovassi, cosa fosse successo. Una cosa che però non ricordo è se fosse più la felicità per essere stato un paio di giorni a casa o la delusione di non esserci stato davvero. Forse più semplicemente quella di non esserci rimasto un po' di più.

A distanza di qualche anno da quel fine settimana, che fu forse solo una notte come tante, ieri sera mi è capitata una cosa simile. Uscito dalla oficina, col solito sole rosso acceso e i roghi serali di colline di rifiuti a disegnare scenari apocalittici lungo Calle Izaguierre, ho preso il bus come ogni giorno, quello che taglia Lima o che comunque, di solito, mi porta a casa. Ancor prima di aver percorso metà del tragitto però sono sceso alla fermata dell'aeroporto. Qui, dopo mezzora, ho avuto il mio pezzo di casa. Non voglio perdermi in discorsi tediosi su quel che si prova a vedere un amico arrivare nella tua nuova terra sapendo che ci rimarrà anche lui per un bel pezzo. Noi due sappiamo e questo basta. Spero che questo camuno riceva dal Perù quello che sto avendo io. Condivideremo l'attesa di quelli che ancora non hanno fatto il grande passo verso l'emisfero australe.

mercoledì 12 marzo 2014

Matrix è un Sistema Neo (CDM)



Cari palle,

La miagiornatatipo inzia con abluzioni e tragitto casa lavoro.  10-15 minuti nel traffico. Di lusso. Arrivo in ufficio e scarico la merda, pardon le mail, e fino a sera smazzo i cazzi burocratici della mia multinazionale. Et voilà.Mi sono adagiato. Mi cullo e mi logoro nell’attesa di maggio, quando avrò maturato un anno di esperienza e mi rimetterò sul mercato. Attendendo Godot,  la settimana scorsa duepiccoli momenti hanno riacceso il mio pensiero irrequieto e mi hanno sbattuto in facciala mia involuzione.

Tra le mail martedì c’era un’iniziativa patrocinata dalla multinazionale. In una settimana l’azienda ha sganciato un milione di dollari in microcredito e cooperazione attraverso Kiva....è buffo pensare che io esattamente 10 anni fa stavo facendo il passaporto per partire per Nairobi..beffardo direi.Ho fatto il mio dovere di opulento occidentale facendo la mia donazione. Mi consola pensare che aiuti a ripulire il mio karma. E mentre cliccavo la mente si è liberata per un istante, sognando quel mondo migliore che intendevo costruire. Sono tornato per un attimo un sognatore dai bruttissimi pantaloni colorati a righe e l’orecchino..

Ho capito perché finché non ho varcato le porte del mondo del lavoro ero diverso: avevo un sogno e credevo che quella goccia che lasciavo nell’oceano avesse un valore. Ero un illuso ma ero felice.

Irrequieto continuo a viaggiare tra il passato e le mie scelte quando l’altoparlante annuncia che una grossa banca d’affari oggi è si è dislocata nel nostro ufficio per smazzare i nostri cazzi burocratici e per procacciare acquirenti con allettanti polizze sulla vita (e la tastatio testiculorum è dovuta..).

Risolvo i miei di scazzi con la banca ed inaspettatamente col procacciatoreinnanzi a me si instaura una discussione macroeconomica sull’Eurocrisi. Lui inizia a raccontarmi la sua visione del mondo della finanza ed io la mia. Penso di addentrarmi in un sentiero pericoloso e pieno di insidie in cui lo squalo finanziere esalterà la genialità del capitalismo finanziario e le sue sfavillanti possibilità.

Errore. Siamo d’accordo sulla follia della diseguaglianza, sull’oasi di folle ambizione che è questa città, sui flussi disgustosi di capitali che fluttuano nel nulla senza creare valore, anzi affamando o impoverendo milioni di persone. L’ingiustizia del sistema ci indigna entrambe e parecchio.

Poi ci guardiamo e capiamo che è il nostro è solo un impeto filantropico, sterile, radical chic.A noi fa comodo che sia così. Noi siam quelli che raccattano le rimanenze di coloro che smazzano le carte del capitalismo. Facciamo chiacchiere da bar. Capiamo ma non agiamo, assistiamo e mungiamo la vacca, perché noi siamo dalla parte “giusta” della globalizzazione.Ci accomuna la consapevolezza di essere di una squadra che non sappiamo che criticare..ma nel cui spogliatoio non gridiamo. Non sappiamo come farlo e troppi alla porta non aspettano altro che fotterci la maglia. Quindi tacciamo. Gli stringo la mano e mi congedo confuso. Ritorno mesto al mio desk.

Il lavavetri davanti alla mia finestra mi riporta alla realtà. Morpheus me lo aveva detto già nel 2000. Mi aveva detto com’era diviso il mondo. Matrix mi aveva insegnato come funziona il sistema. So a memoria le parole di Morpheus.“The matrix is a system Neo..”

Ho viaggiato in 4 continenti per diventare “dipendent by the system”?
Io sono il nemico che volevo combattere? Forse no..
Morpheus mi hai insegnato che il mondo era diviso tra rivoluzionari e conservatori.
Ma io non sono nessuno dei due.
Io sono un uomo qualunque..



domenica 2 marzo 2014

Bronzo, argento e oro



Da un lato all'altro della camera ora pendono quattro stracci i quali io, restituendo loro un po' di dignità, vorrei chiamare magliette. E' un vecchio rimedio che chi ha frequentato il soppalco di Via Brichetti qualche anno fa ricorderà. Una sottospecie di soluzione d'arredo in mancanza di oggetti d'arredo. Questa camera non è molto più ampia di quel soppalco, affacciandomi alla finestra di notte non c'è un'anonima stazione della Bassa padana persa nella nebbia, ma le luci di un quartiere, Magdalena, lungo le cui avenidas i grattacieli vengono su come funghi, come a Hong Kong. Proprio uno di questi grattacieli fra qualche mese oscurerà le basse e colorate case di Calle Daniel Hernandez e delle altre calles che si ramificano alle spalle di Avenida Brasil. Da un tredicesimo piano ce n'è di strade da vedere.

La speranza è dunque che almeno qui in Perù non costruiscano alla stessa velocità di chi, sull'altra sponda del Pacifico, tira su 30 piani in 6 mesi. E' rassicurante il fatto che cercando su internet bambù in Perù, trovi soltanto un ristorante cinese.

Senza che nemmeno me ne sia reso conto intanto un mese è passato. L'iniziale entusiasmo è divenuto consapevolezza. Quella di trovarmi in un luogo che prima di prendere e pretendere ti dà delle opportunità. Sentirsi derubato di undici ore di libertà ogni giorno, costretto a una scrivania con le catene della busta paga, è d'altronde un inevitabile corrispettivo per tutto quello che in coscienza si è voluto lasciar dietro.

Non era soltanto oro tutto quel che luccicava. Queste undici ore sono un bel pezzo di bronzo finito dritto nei denti. Come una vecchia amica mi ha detto, il sentimento di inadeguatezza dietro una scrivania è comune a tanti. Nonostante questo, resta la bellezza di Lima, la sua elegante anarchia, il fermento e l'eccitazione per i nuovi progetti oggi supposti, proposti a un amico, e domani realizzati.

Ci sarebbe anche dell'argento da qualche parte, l'hanno lasciato alcuni zingari passati di qua. Non essendo come loro molto incline al nero sulle dita, aspetto di capire se sia anche quello oro o, viceversa, bronzo.

venerdì 14 febbraio 2014

Un cortile senza tempo

Guardo in basso mentre comincio a scendere le scale. Nero. Da quando sono piccolo per me la parola pece è prima di tutto le scale della casa del nonno. Un tempo tante case avevano i pavimenti così, ma oggi è difficile trovarne così vintage e ben invecchiati.

Esco a fare due passi e prendo aria. La piazza trasuda fascismo. I nonni, gli altri però, mi hanno raccontato di quando venne a parlare il duce, e si affacciò dal terrazzo e la piazza era piena piena e tutti quanti si urlava festanti… “Chissà perche lo facevamo”.

Cammino. Passo il ponte e mi fermo a mangiare un panino salsiccia e caciocavallo. Cammino. C’è un vento bastardo e non c’è in giro un cane. Avevo prenotato il biglietto per scendere qua prima di partire per la nuova esperienza, così potevo salutare il nonno, che poi non ci si vedeva più per un anno. Lui m’ha fatto lo scherzetto e ha deciso di spegnersi qualche giorno prima della data in cui dovevo vederlo ed ora mi trovo qua, a vagare per la città in cui tante volte m’ha accompagnato bar bar a mangiare gelati d’ogni sorta. E penso, anche se non ci riesco molto.

La piazza della cattedrale. Quanto l’hanno fatta brutta. Cammino. Riguardo in basso. Pietra di una certa età. Il ponte vecchio, questo sì che è bello.
Sono buffe le coincidenze. In questa città s’è laureato uno dei pazzi di questo blog, ma io ancora non lo conoscevo. L’ho conosciuto solo tempo dopo, in un arido incontro nella città che accumuna tutti noi, per poi costruirci qualcosa di importante oltre manica. A volte bisogna spostarsi in un mare più grande per capire che si può nuotare insieme. A proposito di mare, lui sta una manciata di km più a sud, oltre quella massa d’acqua che da questa città non si vede, ma che è poco distante. Altro continente, altro giro. Altro erasmus, altra coppia del blog che s’è conosciuta. Che casino!

Cammino. Cazzo che nostalgia, se foste qua cari coglioni sarebbe un gran bello alzare un calice parlando tutti insieme senza riuscire a finire neanche un puto discurso. Ieri v’ho pensati. Il cimitero è una delle zone più suggestive e caratteristiche di questa città. Camminando nel viale centrale sembra di stare in una città senza tempo, come una sorta di Minas Tirith. Durante le operazioni camminavo un po’ distante dai miei e mi guardavo attorno. Avevo paura che da un qualche angolo comparisse qualcuno di voi pronto a fare la supercazzola: “caro paolo, siamo fratelli nel dolore”. Ho tirato un sospiro di sollievo a vedere che le mattonelle del cimitero avevano lasciato spazio all’asfalto dell’esterno e che nessuno di voi si fosse palesato.

Ho fatto due volte il medesimo giro, conscio che tanto nessuno m’avrebbe visto. Mani dietro la schiena e passo da vecchio. Tra un mese tutto sarà diverso. Volevo pensare ma non so cosa ne sia uscito, però di colori sotto alle suole ne son passati. Per fortuna c’è sempre un cortile cui tornare e dove stare in infradito. Poco importa se sia solo virtuale. Vorrà dire che avremo i piedi alati!


Avrei voluto scrivere tutto questo al momento in cui ero nella bell’isola ma la tecnologia non m’ha assistito. Lo finisco adesso, in aula esagoni. Dietro la porta a vetri si distingue la sagoma di un uomo. Non entra subito, esita. Mi viene da ridere. Sicuro a quest’ora è Sbatti che prima di entrare legge e rilegge il suo nome per la sessione di laurea che ci sarà tra due settimane. Si apre la porta e….no, nessuna ragazza bellissima cazzo. Era proprio Sbatti. Allora è proprio vero. Ci sarà da festeggiare. In cortile ci sarà musica sino all’alba.

martedì 11 febbraio 2014

Ami n'obi kriòl dritu

In criòlo, i verbi “apprendere” e “imparare” non esistono.
Esiste il verbo “obi”, che significa sia “ascoltare” o “imparare ascoltando”, e il verbo “odja”, che significa “vedere” o “imparare vedendo”. Ci ho messo un po' a capirlo, quando mi dicevano “bu obi criòl dritu!”, ossia “hai imparato bene il criolo!”, smentendo quindi l'affermazione di questi falsi adulatori o semplicemente incoraggianti e cordiali guinieensi. Oppure quella volta in cui Demba, mandinga, rasta, e suonatore di Djimbè mi disse ripetutamente “N'misti obi kil cançon ku viola” - “Voglio imparare a suonare questa canzone con la chitarra” mentre suonavo nel furgone il grande classico “Brigante se more”. Immaginate il disastro, se ho capito “ascoltare” anziché “imparare”.
Credo possa essere interessantissimo chiedersi il perchè non esista un verbo che significhi “apprendere”, il perchè l'apprendimento possa essere semanticamente ristretto ai sensi dell'udito o della vista. Che poi a pensarci bene, non ci sono moltissimi altri modi per imparare le cose se non vedendo e ascoltando, magari è solo un approccio un po' più quantitativo ad un processo mentale che indubbiamente è tra i più affascinanti, oltre che tra i più difficili da formalizzare. E poi sicuramente per tutto ciò che si apprende utilizzando altri organi che non siano occhi e orecchie ci saranno altri verbi suppletivi, quindi diciamo che porsi il problema potrebbe essere una perdita di tempo.

Fatto sta che

Sto dando un corso di inglese. Due per la precisione: uno per studenti e uno per professori.
Nella biblioteca della Cooperativa Escolar Sao Josè, alla cui realizzazione ho minimamente contribuito con un pochino di manodopera tutte le volte che a Bissau sono rimasto qualche giorno dopo il weekend - per motivi che non corrispondono esattamente alla necessità di velocizzare i lavori nella biblioteca -  ho trovato moltissimi libri di inglese dei licei portoghesi dai quali fotocopio materiale ed esercizi da dare ai miei studentelli per esercitarsi un po' a casa.
My niggas
Sono stato a parlare con il direttore della scuola di Quinhamèl, Nino ah e tu ti chiami Bernardo? E allora insieme siamo Joao Bernardo Nino Viera!*
Prima di cliccare sul link consiglio di leggere quanto segue. Le foto che linko le ho trovate scartabellando nell'hard disk della ONG, ritraggono il Viera morto e trucidato dai militari cui sono succeduti gli attuali governanti golpisti. Pensavo di aver trovato una miniera d'oro e di aver scoperto un complotto, invece sono - inspiegabilmente - a disposizione del popolo guineense tutto e non solo. Pertanto ho proceduto a dissolvere qualsivoglia dubbio rispetto alla totale legalità della pubblicazione delle suddette.  
L'evocativo Nino mi ha detto che si, sarebbe proprio bello fare un corso di inglese per gli studenti! Ma potresti aprirlo anche ai professori? Ce ne sono molti che vorrebbero imparare, però il livello è proprio basico basico.
Un po' di studenti li conosco, tutti tra il settimo e il dodicesimo anno di scuola; alcuni l'inglese lo parlano meglio di altri, anche se secondo Nino il livello di insegnamento è talmente basso che tutti i ragazzi hanno gli stessi language skills. In più, ancor prima che arrivasse il giorno in cui si sarebbero aperte le iscrizioni avevo 50 studenti iscritti e 30 professori – nonostante avessi indicato in un cartello scritto in portoghese e criolo affisso a scuola che i posti fossero 10 per corso. Ma chi sono io per negare a questi volenterosi discenti le perle di un pugliese che dice ancora “bicòus” anziché “beacause”!
Pertanto ho pensato, stanti queste condizioni, che fosse sensato dividere gli studenti in due corsi – uno più avanzato e uno più basico. Questo lo avrei fatto solo dopo aver fissato una riunione con gli studenti in cui avrei valutato il livello di ciascuno. Ma che stronzata pazzesca.
Innanzitutto alla riunione si sono presentati la metà degli iscritti, e alcuni professori “che avevano capito male”, uno smargiasso che l'inglese lo sapeva benissimo ma voleva provarci con le tipelle, mostrando a tutti la sua pronuncia ammiccante e la capacità di sostenere la capacità con il titchà più scarso d'Europa. Quando ho cercato di spiegare le mie intenzioni rispetto alla divisione del corso, a parte il James Joyce dell'Africa Nera che continuava ad intervenire in inglese mentre io spiegavo in portoghese affinchè tutti capissero, tutti mi hanno risposto con degli sguardi attoniti e domande fuori posto che mi hanno fatto immediatamente abbandonare l'idea di selezionare gli studenti e decidere improvvisamente che quella sarebbe stata la prima lezione con gli studenti. A parte l'impossibilità di spiegargli che non si dice “shkul” ma “school”, seguivano tutti in religioso silenzio, nel frattempo qualcuno vedeva da fuori quello che succedeva nella Casa da Joventude e origliava curioso, mentre i più impavidi chiedevano di entrare – senza che gli venisse negato, ovviamente.
Tuttavia, leggermente urtato dalla defezione di metà degli studenti iscritti ho aspettato il giorno seguente per la riunione con i professori che, vittima di categorie mentali inapplicabili in questa terra, ho ritenuto più affidabili degli studenti.
Alla riunione sono rimasto solo, non è venuto neanche uno. Qualcuno qui mi ha detto “dovevi farlo a pagamento, e sarebbero venuti tutti”, oppure “ti devi mettere nella testa dell'africano, non incazzarti e fare in modo che si comporti da europeo”. Non intenzionato a fare nessuna delle due cose, la mattina sono andato a scuola incazzato col direttore, che con un “Esquessì!” - “Mi sono dimenticato” ha messo una pezza sul pacco del giorno prima; sono che non si era dimenticato solo di venire alla riunione con gli altri professori iscritti, ma anche di avvisare questi ultimi – un incarico del quale si è autoinvestito, e del quale mi sarei fatto carico volentieri.
Ho deciso di rilassarmi un secondo, e di fare le cose un po' più easy. Le lezioni seguenti hanno visto una partecipazione ben più cospicua, in termini qualitativi e quantitativi – più con gli studenti che con i professori. Alla domanda “how old are you” hanno risposto tutte le volte dicendo un età diversa, raggiungendo una sorta di equilibrio di Nash sul livello di 19 anni; non so se questo accade solo perchè non sanno bene i numeri, o perchè si sono resi conto che tutte le ragazze che ci sono al corso non superano i 19 anni.
Sono tutti estremamente volenterosi quanto timidi, parlano sempre con la mano davanti alla bocca e ridono due ore prima di iniziare a rispondere alle domande. Sono sicuramente vittime di un sistema scolastico di qualità bassissima, copiano forsennatamente dalla lavagna anche senza aver capito nulla di quello che è stato detto. E la cosa impressionante è davvero il fatto che il livello varia assolutamente a prescindere dagli anni di studio della lingua, più al variare del numero di canzoni di Lil'Waine e rasta jamaicani di sorta che ascoltano durante il giorno.
Ho protestato per anni contro il sottofinanziamento dell'istruzione pubblica, contro i tagli dei governi che dal 2005 si sono succeduti nel Belpaese per le mani di Moratti, Fioroni, Gelmini e Tremonti – ma quando sono finito in una discussione tra turisti spagnoli radical chic che facciamo il turismo responsabile, ma come non ce le hai le birrette? No perchè con le noccioline di qua sono proprio buone, e che palle sempre riso, ma non ce l'hai qualcos'altro – i quali sostenevano che il pubblico deve costruire scuole pubbliche e che le scuole private dovrebbero chiudere mi sono proprio incazzato. Perchè qui senza scuole private (alcune sono ex scuole di partito, altre cooperative laiche e alcune realizzate da missioni cattoliche) non ci sarebbe neanche quel poco di istruzione che c'è. I professori delle scuole pubbliche non sono stipendiati da mesi, e a ragion veduta i docenti vanno ad insegnare nelle scuole private – con rette da 2000 franchi al mese, 3 euro – a volte anche lasciando l'impiego pubblico. E le scuole pubbliche sono pienissime, per carità, le scuole private non drenano l'utenza scolastica ma nascono per sopperire alle mancanze dello Stato, contrariamente a quanto succede a nord del Mediterraneo e al di là dell'Oceano Atlantico.
Serve la rivoluzione, certo che serve. Ma senza istruzione non c'è rivoluzione, e se si aspetta che sia questo governo golpista a mandare la gente a scuola, stiamo più che freschi.

La mia ONG chiuderà a fine febbraio. Le ragioni sono molte, la verità è che questa ONG a conduzione familiare altro non è – era – che una microimpresa, dove l'impressione è costantemente quella di lavorare per i benefici di un gruppo ristretto di persone. Io e Sylvia saremo ricollocati per il mese di marzo in altri progetti, e salterà il mio corso senza grandi pretese ma che costituiva l'unica forma di contatto con la comunità di Quinhamèl dal punto di vista lavorativo. Non cambierà la vita a nessuno, magari. Ma questa ONG continuerà a possedere una struttura come la Casa de Joventude, con spazi e strumenti mai utilizzati se non per il corso di cui sopra; e questa ONG non esisterà più, così come molte hanno smesso di esistere fino a questo momento. Tutto questo con i soldi dei contribuenti o con delle donazioni, che costituiscono in questo caso uno spreco di denaro ingiustificabile.
Cosa manca qui perchè qualcosa cominci a funzionare? Forse manca un po' di serietà, forse mancano le presenze istituzionali, la consapevolezza di vivere in una comunità, in un sistema complesso; forse manca gente che si dedichi a questi progetti in modo continuativo, dalla parte di chi finanzia e di chi viene finanziato. Lo stesso Cabral, parlando del suo popolo, sosteneva che una persona non può essere lasciata troppo tempo nello stesso posto, altrimenti comincerà a lavorare male, ad approfittare delle occasioni e a rendere poco.
Ma fa davvero molta rabbia – e questo post è riduttivo da questo punto di vista – vedere come una grossa opportunità venga sprecata non solo ora, ma come sia stata sprecata sino ad ora. E diciamolo, anche vedere come il contributo profuso sino a questo momento da parte mia sarà solo un vano tentativo di raddrizzare qualcosa, se non sarà utilizzato per fini che non condivido del tutto, se non per niente, da persone che non meritano neanche le briciole.

La mentalità africana, i ritmi, quello che vi pare. Ma se “si fa molto meno di quello che si può”, forse è il caso davvero di cominciare a fare il massimo per il solo amore dell'uguaglianza tra gli esseri umani.  


Post Scriptum

Karim, lento coautore di questo blog che con le sue boutades rarefatte ha contribuito al riempimento di queste pagine, domani se ne va in Svezia e malauguratamente non potrò salutarlo come ha fatto lui con me accompagnandomi fino all'aereoporto. In Svezia fa freddo e i pomodori d'inverno col cazzo che crescono, ma so che te ne farai una ragione. Boa viagem!

martedì 28 gennaio 2014

Lima, l'anarchica




"Cristo!". Quasi mi scappa un grido. All'ultimo secondo il ragazzo schiva il paraurti e con un salto continua la sua corsa sul marciapiede. L'autista è impassibile, l'autobus continua la sua serpentina  fra le auto. Sembra la favola della gabbianella e il gatto, il pullman di dieci tonnellate che credeva di essere un vespino. 
Di quei gatti le strade di Lima sono piene. Nessuno si arrendere a non essere nato pennuto.

Proprio in autobus nascono questi appunti, dalla necessità di trarre qualcosa dalle 2/3 ore che ogni giorno devo trascorrervi per andare al lavoro e a sera di nuovo a casa, nel quartiere residenziale di Magdalena del Mar.

Fuori ormai è buio, l'aria, dopo un pomeriggio afoso, è fresca. Alcune saracinesche si abbassano, i primi piani degli antichi palazzi coloniali del centro si animano. Molti ospitano le sale di ristoranti e bar. Dalle finestre esce ogni sorta di musica, si mischia all'incessante clacson. I cartelloni che minacciano pesanti multe agli autisti  che ne facciano uso eccessivo hanno meno credibilità delle campagne dei governi africani contro la corruzione.

Io non devo avere un aspetto troppo gradevole, ma non sono a una cena di partito e poi mi sento davvero bene. Il mercato di Puente Camote da cui la sera parte il primo autobus ridiretto verso sud ricorda vagamente le immagini della Siria mandate dai telegiornali. Carcasse di vecchie auto arrugginite, case stonacate coi mattoni a vista, cani randagi che giocano fra i bambini. Tutto sfumato da una fitta polvere sollevata da ogni pneumatico che attraversa la strada di terra. Ancora la sento fra i denti e nei capelli. Il quartiere di San Martìn de Porres, nato dalla migrazione degli anni '80 è ancora un cantiere aperto. E' nato dalla fuga dalle campagne, si è sviluppato nel rifiuto della città. Un mondo a sé stante, al rifiuto ha risposto con la diffidenza. 

Oggi San Martin accentua quel vago spirito di anarchia che aleggia sulla città. Me ne sono innamorato subito. Forse è solo la passione iniziale, andrà spegnendosi con l'esperienza, i tradimenti e le fregature. Sarò solo un altro arresosi alla schiavitù della busta paga, alla tortura poco remunerativa del lavoro, sedotto da questo spirito di anarchia che impregna l'aria fino al cancelletto di casa, oltre il quale l'acqua dello scarico scende giù come in Europa. Altro che defecazione all'aperto.