venerdì 10 gennaio 2014

Tunisi, parte 1



Per la prima volta torno a casa a un orario decente e riesco a dedicare un po' di tempo alla scrittura creativa, riesco a farmi trasportare dalle emozioni che solo un viaggio in una terra straniera riesce a darti e a metterli nero su bianco sul mio pc. riesco a far sentire la mia voce, la mia presenza, il mio pensiero ai miei amici lontani e a quei pochi disperati che non si arrendono e continuano a leggere questo blog (come Lucia per esempio <3 ).
La mia avventura in Tunisia è appena cominciata, posso dare ancora solo le prime impressioni quindi vanno prese molto con le pinze e magari il mio entusiasmo iniziale si smorzerà col tempo.
quindi con tutto il cuore inizio a dirvi che la città in cui mi trovo è il paese dei sogni!!!
Ragazzi non so in che posti siete stati in vita vostra ma questo è veramente un sogno...un bellissimo sogno...un bellissimo sogno di merda!

Sfax è la seconda città più grande della tunisia, polo industriale per eccellenza e sede del più grande porto commerciale della Tunisia.
Detta cosi sembra una cosa coi controcazzi, il problema è che per raggiungere questi primati hanno dovuto risparmiare tantissimo sull'asfalto e sulle licenze di guida.

ora lo so che mi attacchereste il pippone che non c'erano neanche in sudamerica e in africa nera...ma immaginate Monaco di Baviera con le strade semi sterrate, con l'aggravante che qui i limiti di velocità sono visti dai tunisini come numeri da giocare al lotto e che i semafori sono decorazioni natalizie permanenti. dove non esiste la destra e la sinistra ne i sensi di marcia. credetemi quando vi dico ste cose...non costringetemi a mettere il bollo TUTTO VERO!

al momento sono in Hotel ma tra qualche giorno sarò in un appartamento e credo che le mie disponibilità di connessione saranno altamente ridotte. il wifi è una tecnologia ancora troppo costosa...al massimo trovi un cavo eternet a cui attaccarti se hai culo!

parliamo del lavoro? beh ragazzi qui il sogno si è avverato davvero! mi pagano per fare supercazzole (e qui vale la pena di usare il bollo) TUTTO VEROOOOOOOOOOOOOOOOO!
immaginate di svegliarvi un giorno e trovarvi nella più grande azienda tunisina di costruzione di impianti metalmeccanici vestito in giacca e camicia (mellone tu fai uno sforzo in più per immaginare la scena) e questi ti cominciano a fare domande sulla produzione di condotti, di spoollaggio, di pollici fabbricabili, di certificazioni di saldatura...che gli dici che non ne capisci un cazzo? no! e allora il gioco è fargli capire che non sono un incompetente e finora (non molto facilmente lo ammetto) non me la sto cavando male, e anche il mio boss se ne è accorto dandomi addirittura la gestione di una fase della fabbricazione dopo avergli spiegato come io avrei gestito la cosa...mannaggia a me che non so stare zitto...la mia dose di lavoro è immediatamente raddoppiata.

i Tunisini con cui lavoro sono molto simpatici e disponibili, ma quando si parla di lavoro provano sempre a fare i furbi giocando sulle date di consegna ecc. quindi ci si incazza, si urla, si contratta, si scrive, si firma e si torna a ridere.

ora scappo a cenare. vi scriverò sicuramente di più molto presto, domenica andrò a Tunisi e se tutto va bene avrò mezza giornata per girare un po'.

vi abbraccio
Ciccio

giovedì 26 dicembre 2013

Nel dubbio antani!

Considerando che Mellone è uno di poche parole, leggere due righe in cui diceva che dovevo essere io a scrivere dei giorni che abbiamo passato insieme l'ho visto quasi come un pippone, tanto che in silenzio ho risposto come solo Garibaldi a Teano ha saputo fare: Obbedisco

La vita di ogni giorno è fatta da da una routine di suoni a cui siamo talmente abituati da non farci quasi piu caso riducendoli al limite del percepibile, come il rumore della macchina mentre guidiamo o il ticchettio dei tasti del computer mentre scriviamo.
La cosa particolare di questa storia dei rumori è che è tarata su una particolare frequenza...cioè, noi non sentiamo solo il ticchettio del nostro computer o il rumore della nostra macchina. Provate a scrivere con il pc di un'altra persona, quel piccolo rumore all'inizio verrà percepito come estraneo, senza contare come le mani inizieranno a muoversi in quella tastiera diversa dalla vostra.
Col tempo ci si abitua anche a quei rumori che una volta erano estranei, anzi, quello che una volta era estraneo diventa il tuo quotidiano, diventa la routine. Poi un giorno mentre stai camminando risenti un vecchio suono. uno di quelli da routine...non è più quotidiano, ma nemmeno estraneo.
Per un secondo quel suono vi farà pensare a dove eravate quando lo sentivate, alle altre persone che erano assuefatte come voi. Un suono può essere la porta per un viaggio piacevole.

ci sono voluti 3 voli intercontinentali, uno spostamento inter regionale e uno intra regionale (per non considerare l'enorme sforzo che ho fatto io per alzarmi dal divano rosso e andare a rispondere al citofono di chi arrivava paragonabile a un viaggio su giove) ma ce l'abbiamo fatta.

Sarebbe stato bello essere tutti insieme ancora sotto il tetto di Casa Bertone, tutti e sette con Kycca che fa da Maestro di Cerimonia a bere,mangiare e bere.
Purtroppo eravamo solo in sei. Dopo le mazzate dell'anno scorso qualcuno ha scelto VOLONTARIAMENTE di disertare il nostro randez-vous.


Ho subito capito che cosa mi aspettava quando nel giro di 2ore avevamo fatto impazzire una cameriera e eravamo in pista di decollo a suon di bottiglie di mirto, amari del capo, creme di limoncello al magma e, lo confesso, una leggerissima incontinenza da risate.

Si sa quando si è insieme agli amici ci si dimentica del tempo e GiòFerma ha trovato questo modo originale di scandire il tempo e ricordarci della sua esistenza: Le scorregge (Petus Camunis)
Ma come vi ho detto ci si abitua ai suoni...anche a quelli di Ferma, e dall'arrivo di sabato alla partenza di lunedi non li sentivo praticamente piu...

Brindisi di benvenuto, di riconciliazione, di beviamoci su, di perchè stiamo brindando sono stati gli eterni protagonisti della fase prepartenza...e l'ultimo è stato fatto da me e Ferma alle 10 del mattino con dell'ottimo Jegermeister, anche se visto che stavamo per partire per un'impresa sarebbe stato meglio del montenegro.

ufficiale, si parte!!! io e ferma prendiamo la prima macchina raccattiamo mellone e ci incontriamo con karim ilardi e sbatti: un piano semplice, lineare, regolare...abbiamo perso circa 30 minuti a rincorrerci per pavia prima di ritrovarci nello stesso posto...si parla di 11 lauree in 6 persone...vabè

per motivi logistici si va purtroppo con 2 macchine una delle quali guidata da ferma che regala subito la prima emozione ai due copiloti uscendo fuori strada e rischiando il cappottamento del veicolo perchè doveva cancellare le foto dalla macchina fotografica.

la prima tappa è chiara a tutti, si va a Zelate di Bereguardo a rendere i nostri omaggi a uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano: Guido "dogui" Nicheli, o come tutti lo conosciamo, il cumenda!

http://www.youtube.com/watch?v=5T8huEXcYAQ

troviamo subito il cimitero e come benvenuto troviamo la merda di animale più gossa che io abbia mai visto e decidiamo di ornarla con dei fiorellini da campo! il cimitero è grande piu o meno come casa bertone e riusciamo a non trovare la tomba del nostro beniamino...11 lauree...
per fortuna troviamo qualcuno da supercazzolare a dovere ma che ci spiega dov'è la tomba e li entriamo in meditazione mistica davanti all'epitaffio "see you later"...un'altra categoria. foto di rito e partenza per l'oltre po pavese dopo una intensa conversazione con una badante dell'est che cercava lavoro in cui le proponevamo lauti compensi in cambio di palpate e cotolette per un anziano nobile pavese.

Dove siamo finiti non lo so, ma sappiate che era un posto dove avevano fatto un museo delle bambole.
perchè la gente dovrebbe farci un museo con le bambole e non potrebbe giocarci?? semplice: non esistono bambini. l'età media è 69 anni. Sbatti si esibisce in una supercazzola carpiata citofonale a un funzionario del comune per farci aprire il museo che non ha assolutamente gradito e ci ha impedito di entrare nel tempio del ludico.

la fame inizia a farsi sentire raccattiamo al volo un bel due di picche da 2 sventole che hanno la tessera fidaty dell'inps e che quando sono nate pagavano ancora col baratto e partiamo in cerca di cibo. non ci sono i bambini...figurati se c'è da mangiare. l'unico che troviamo è un tizio su un camion in collina che prova a venderci un prosciutto.

nonostante l'orario troviamo ospitalità presso una trattoria che ci fa mangiare e bere vino. (nell'attesa del primo una vita da pezzente regala emozioni con pane olio sale e chili di parmiggiano della serie mangio finche è gratis.)
tutto il personale della trattoria è stato gentilissimo con noi...ma vuoi per l'orario, vuoi per le supercazzole a ripetizione quando siamo usciti hanno chiuso immediatamente e pur di levarsi dal cazzo quei sei rompicoglioni hanno pure regalato la gazzetta a Ferma.

dopo una lunga conversazione con un vecchio leghista del posto che chiama ancora i propri figli bambini, nonostante questi siano già nonni, aver dato del terrone a mellone piu e piu volte e averci raccontato della sua magistrale carriera accademica (in cui è stato costretto a ripetere ben 3 volte la prima elementare, e reiterando piu volte questo concetto sbandierando 4 dita davanti ai nostri occhi) partiamo ancora per mete sconosciute.

non so dirvi come siamo arrivati alla penultima tappa della zingarata, ma quando abbiamo visto la chiesa abbiamo avuto tutti la stessa idea...la supercazzola dell'abbattimento!!
Crick dell'auto usati per le misurazioni, giubbottini catarifrangenti, canne di bamboo di 2 metri e mezzo, e un povero vecchio li a guardare inerme l'abbattimento della chiesa e della sua casa.

scappiamo per cercare un posto dove goderci il tramonto e ci ritroviamo in una specie di santuario completamente abbandonato bellissimo da dove si gode una vista bellissima sulle colline dell'oltre po e riusciamo a trovare un momento per prenderci bellamente per il culo tra di noi (visto che fino a quel momento c'eravamo troppo impegnati a prendere per il culo gli altri).

alla fine del tramonto torniamo a casa, anche se karim vuole bere qualcosa sulle rive del po e si ferma con la macchina sotto il ponte della becca, il ponte meno sicuro al mondo (dati istat)

dovrei scrivere qualcosa di chiusura...ma come si fa? cosa dovrei scrivere? non è una questione di retorica ma la mia zingarata è iniziata anni fa e ancora non è finita. come si fa a chiudere qualcosa che non è chiusa?

lascio chiudere al Perozzi. uso le sue parole perchè io, di meglio, non so fare!!

http://www.youtube.com/watch?v=KUz6qSK4qfk





giovedì 19 dicembre 2013

Patì Buleia - nomeadamente, a greve em Bissau

Mentre in Italia il movimento dei forchettoni impazza nelle grandi e piccole città riempiendo le strade di una pericolosamente eterogenea massa di gente, un po' di padroncini piccolo-borghesi, un po' di gente inginocchiata dalla crisi contro la quale le proteste non sono iniziate il 9 dicembre – con tanto di blocchi degli autotrasporatori che vagamente ricordano il golpe cileno che l'11 settembre del 1973 portò alla morte di Allende e all'inizio della dittatura di Pinochet - insieme a manfrine tipo “non siamo né di destra né di sinistra” che puzzano un po' di rosso-bruno con tanto di applausi a Di Stefano ai comizi, bene, nel frattempo a Bissau noi facciamo

LO SCIOPERO GENERALE

Oddio, lo fanno loro e tutti quelli che sono costretti ad abbandonare le proprie attività a causa dello sciopero, in un posto in cui la logistica e gli equilibri sociali, insieme agli incastri che compongono un sistema complesso come una capitale africana si reggono su filo di una ragnatela.
Scopro che c'è lo sciopero la mattina stessa in cui lo sciopero inizia, ossia lunedì. Ero rimasto a Bissau dopo la deludente celebrazione della giornata dei diritti dell'Uomo di sabato e domenica, la cui unica nota di colore è costituita dalle mirabolanti performance di danze africane al centro culturale francese con un altissimo tasso di salti mortali e capriole per aria, tutto condito da un senso del ritmo che sembra essere presente un po' in chiunque, qui. Il lunedì dunque mi tocca andare ad aprire Cabaz di Terra – il negozio dei prodotti delle ONG che fanno riferimento al Comercio Justo - dopo un sabato sera a suon di capirinhas (costano 500 CFA, meno di un euro) e una domenica per ripigliarsi a mezzo mandioca e patate dolci, tutto rigorosamente fritto (25 CFA l'una, meno di una goleador) e comprato tra le strade terrose del mercato di Caracol.
Fortuna volle che l'unico africano presente nella casa in cui ero ospitato fosse informato della sollevazione generale, così da consigliarmi la mattina stessa di spicciarmi e cominciare a camminare, chè salvo botte di culo mi attendeva un'ora buona di cammino tra mercati e traffico.

Esco di casa in tempo; conosco la strada, mi avvio cercando con lo sguardo tassisti crumiri o macchine mezze vuote a cui chiedere un passaggio. Il tentativo dura pochi minuti, mi rassegno presto e disinnesco il passo da terrone, unico modo per arrivare in tempo a destinazione. Scopro di orientarmi piuttosto bene, grazie ai ripetuti rally per le strade della capitale e ai giri che il lavoro ci obbliga a fare in questa città il cui assetto urbano non dev'essere stato guidato da un piano regolatore scritto da grandi luminari della materia. Attraverso Jerico, raggiungo i lati esterni del mercato di Caracol prima e di Bandim poi. Ci sono poche auto per strada, e molta meno gente del solito. L'ultima strada prima di incontrare l'asfalto è Mindara, famosa per l'alto tasso di assalti e per la puzza di pesce fumato mista a immondizie di sorta. Meticolosamente ammassate al centro della strada tipo spartitraffico. Quando cerco il tizio che di solito mi vende le stecche di Marlboro a 4300 CFA (una stecca costa quanto un pacchetto e mezzo in Italia), mi rendo conto che il suo contentor è chiuso, come il 90% dei grandi contenitori portuali all'interno dei quali vengono ricavate le lojas nella strada-mercato di Mindara.
Raggiunto finalmente il tratto asfaltato che porta a Bissau Vellho, il quartiere storico dove si trova Cabaz, davanti a me appare qualcosa che assomiglia molto a Pavia a ferragosto. Le strade che solitamente strabordano di auto sono quasi vuote, e i pochi passanti si sbracciano per essere caricati dai pick up di passaggio, quasi sempre senza ottenere nulla. Mi rendo conto che, al netto dei taxi e dei toka toka – che oggi non ci sono a causa dello sciopero – le auto private che girano per la città sono pochissime. 
Il sole reso diafano dalle sabbie del Sahel alzate dai venti Sahariani mi accompagna fino a destinazione; per strada non avverto nessuna elettricità, non si incontrano manifestanti né grandi dispiegamenti di forze dell'ordine; la solita polizia che veglia sulla città dalle sedie di plastica piazzate nelle rotonde e le solite camionette dell'Ecowas piene di militari dell'esercito sovranazionale, in maggioranza nigeriani e armati fino ai denti. Di manifestazioni di piazza neanche l'ombra, arrivato al negozio accendo la radio e cerco di capirci qualcosina in più.

Lo sciopero è stato congiuntamente convocato dalla UNTG (Union geral dos trabalhadores da Guiné) e dalla CGSIGB (confederação geral dos sindicatos independentes da Guiné-Bissau); ho cercato notizie sulla storia di questi due sindacati, ma l'unica cosa che ho scoperto è che la UNTG fa parte dell'ultima versione dell'internazionale socialista, la ITUC (International trade union confederation). Sono entrambi sindacati confederali, rappresentano tutte le categorie di lavoratori; di certo esistono anche piccoli sindacati di piccole categorie, di cui è impossibile trovare le sigle.
L'impostazione è molto simile a quella di tutti i Paesi che nella storia hanno avuto un partito di socialista forte, come lo è stato il PAICG di Cabral; in realtà l'unica categoria con la quale questo sindacato si relaziona per via diretta è quella dei lavoratori pubblici, dato che tutto il resto funziona un po' come capita. L'esempio più clamorosamente di questo funzionamento generale guidato apparentemente dal fato è quello dei trasporti, composto principalmente da taxi, Toka Toka e Kandonga.

I taxi sono tutti uguali, Mercedes tipico anni '80 alla Starsky&Hutch, carrozzeria azzura e tetto bianco. Se vuoi fare il tassista te ne compri uno, e se non ti va di guidare tutto il giorno lo affidi a qualcuno che lavora per te (i guineensi si affacciano a questa pratica come gli europei si affacciano alle start-up, per intenderci); i prezzi sono calcolati sulla base del numero dei quartieri che vengono attraversati per raggiungere la destinazione, oltre che sulla gradazione di bianco che ha la tua pelle. Sui taxi giuro che ci faccio un reportage in pieno stile repubblica.it.
Un toka toka
Il Toka Toka è l'equivalente degli autobus urbani, sono piccoli furgoncini giallo-blu abbelliti dalle più disparate suppellettili e aereografie (gettonatissima quella del Che) con panche al centro e sui fianchi; ci entra una quantità di gente e di merci impressionante. Il viaggio costa 100 CFA sempre, ovunque tu vada; esistono delle linee approssimative rese note all'utenza scrivendone direttamente il nome sulla fiancata del mezzo. Gli autisti toka toka non sono famosi per la loro capacità di calcolare gli spazi di movimento né per la loro delicatezza. Il Kandonga, infine, è il trasporto extraurbano. Inizialmente gestiti dal ministero dei trasporti, attualmente sommersi dalla gestione privata dei singoli; il che non vuol dire che lo Stato ha esternalizzato la funzione dei trasporti, bensì che chiunque abbia un autoveicolo con più di 7 posti ci possa attaccare sopra il nome di una città e usarlo per trasportare gente. Nei “paragens”, una specie di autostazioni rudimentali, esiste addirittura una persona che ti fa un biglietto e ti assegna un posto; peccato che per strada il mezzo si fermi per caricare chiunque lo chieda. Il tragitto Bissau-Quinhamèl costa 500 CFA, anche se mi è capitato che me ne chiedessero 10.000 dicendo “Io sono l'ultimo che ci va, o vieni con me o resti qui”. Una supercazzola a cui non ho ceduto, essendo stato educato dai discepoli del conte Mascetti.

I dipendenti pubblici scioperano perchè non ricevono lo stipendio da tre mesi; la paralisi della città, tuttavia, non danneggia il Governo né lo induce a scendere a compromessi. Essendo moltissimi aspetti della vita comune gestiti da un singolo e non da un apparato statale, il blocco dei mezzi di trasporto crea solo problemi ai cittadini e non alla macchina scassata che è questo Paese.
Tuttavia, i sindacati che hanno proclamato lo sciopero hanno fatto leva sui tassisti e autisti vari, aggiungendo alle proprie rivendicazioni quella di ridurre gli abusi di potere della polizia sui trasportatori; capita spesso che i poliziotti fermino i mezzi, si inventino un'infrazione la cui multa vedrà l'importo dimezzato se l'autista è disposto a pagare subito. Chiaramente quei soldi finiscono dritti dritti nella tasca del poliziotto.
La solidarietà è durata solo per i primi due giorni; nonostante i sindacalisti picchettassero le zone nevralgiche per controllare se ci fossero crumiri per le strade, martedì giunge la comunicazione dei sindacalisti che chiede ai solidali scioperanti privati di ritornare alle loro mansioni, causa l'eccessiva confusione creatasi e l'incontrollabile catena di piccole tragedie individuali che l'assenza di mezzi stava creando. Impossibile chiaramente verificare l'erogazione dei “servizi minimi”, benchè “serviço minimo!” sia una delle frasi più invocate nei luoghi di lavoro.

Dopo i primi due giorni di sciopero, in cui i sindacati chiedevano il pagamento dei 3 mesi di arretrato dei dipendenti della funzione pubblica, il controllo dei prezzi dei beni di prima necessità (che con il blocco dei trasporti sono ulteriormente ma temporaneamente aumentati), oltre che la questione della sicurezza sociale, il Governo ha aperto un tavolo di concertazione in cui è stato accordato il pagamento immediato del primo mese di arretrati dei dipendenti.
Si tratta di punti centrali piuttosto trasversali, ed è bello che sia una figura istituzionale a guidare il conflitto di una nazione schiacciata dalla povertà, che ancora si lecca le ferite di una guerra civile finita 10 anni fa e dalla quale il Paese non sembra essersi ancora ripreso. Quello che risulta difficile capire, benchè quello che è successo qui mi sembra ben lontano dal corporativismo che riempie le piazze italiane dal 9 dicembre, è quanto possa essere efficace il ruolo dei sindacati in un Paese in cui i meccanismi della democrazia sono stati importati dall'ex Unione Sovietica, in cui l'organizzazione statale è un perfetto organigramma copincollato dai vecchi Paesi socialisti ma pieno di buchi e di crepe, in cui i legami istituzionali si mischiano con le dinamiche sociali che si creano in assenza dello Stato rattoppando la macchina, che potrà così percorrere qualche altro chilometro fino alla rottura del prossimo pezzo, all'usura della prossima componente.
Ad ogni modo, la situazione sembra essere tesa visto l'ulteriore rinvio delle elezioni; l'adesione forte allo sciopero, che maliziosamente può essere attribuita alla scarsa attitudine di molti al lavoro, è sicuramente un segnale preoccupante. Di certo qui non ci sono i problemi che colpiscono la "vicina" Repubblica Centrafricana, dove il presidente è stato deposto dai ribelli di Seleke, rivendicando le radici musulmane del Paese che pensano bene di recuperare con processi sommari nei villaggi ai presunti oppositori; il popolo guineense è un popolo mansueto, abituato alla convivenza religiosa e decisamente poco fanatico; ma qui e lì sembrano esserci delle molle pronte a scattare, al di là di sensazionalisti allarmi degli osservatori internazionali (nel mio caso, la polizia federale brasiliana) che mettono in guardia da imminenti colpi di stato.
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Le vendite sotto Natale aumentano, la giornata va abbastanza bene e torniamo a casa con un buon gruzzoletto, qualche altra giornata così e siamo a posto anche a gennaio, dice Mariana.
La strada per Quinhamél è quasi sgombra di carri e altri mezzi a motore. Rimangono i tutti i tipi di animali commestibili e non a popolare l'asfalto, e tutte le persone che in mancanza di alternative si muovono a piedi per affrontare chissà quanti chilometri. “Patì buleia!” - gridano tutti vedendo il retro del pickup pieno di cose e non di persone. Patì buleia, in una traduzione poco fedele corrisponde a “dammi un passaggio”. La differenza tra il “passaggio” e la buleia è che se ti fermi per darne una a qualcuno, tutte le persone che ci sono nei paraggi salgono in macchina anche senza sapere dove sei diretto. Mi è capitato di farla solo una volta, alla richiesta da parte di due militari di fermarmi; pensai che se non mi fossi fermato sarei stato rapidamente raggiunto da una scarica di mitra, e che mi stessero fermando per chissà quale ragione di ordine pubblico. Volevano solo essere accompagnati all'ospedale di Quinhamél, dove il fratello di uno dei due era in cura.


Tornando a casa ci fermiamo per recuperare Betti, la cuoca, e Mariana mi invita ad ripartire rapidamente per evitare l'assalto al pickup, ma non ho potuto fare a meno di ricordare la gratitudine di quel militare che qualche settimana prima fu sufficiente perchè la giornata scorresse senza preoccupazioni di sorta. Quella volta anche io avevo contribuito ad oleare ulteriormente un meccanismo che però ha una scadenza ben determinata; quando anche questo si romperà definitivamente, probabilmente l'Africa avrà bisogno di una nuova colonizzazione, o di una nuova – e questa volta vera – riscossa.  

giovedì 12 dicembre 2013

Hong Kong, ultimo atto

Studenti, proteste e scontri alla Sapienza - Diretta video.

In audio cori che un po' di anni fa, quando ancora frequentavo lo stadio, si cantavano sulle gradinate di cemento senza nemmeno pensare a cosa si stesse dicendo. Sono giorni di proteste strane, preoccupanti, eterogenee che neanche in Siria.

Poi, dall'altra parte del pianeta, c'è lui che freddo, deciso e senza timori ci ha insegnato come un africano può fare la supercazzola del secolo. Se la copertina non fosse già stata mandata in stampa, sarebbe dovuto essere Person of the Year 2013. Altro che Bergoglio, questo è il nostro guru. 


Alla rabbia che Ferma nel suo ultimo post ha manifestato in punta di strofa io posso orgogliosamente anteporre una mobilità sociale e spaziale di tutto rispetto. Da incamiciato fattorino irregolare in Estremo Oriente ad aspirante cooperante a Roma, dalle comode poltrone della Lufthansa a un pullman stipato di settantenni turbocattoliche con le quali gioire dei miracoli della vita.

Ora la pace di Lecce, le biblioteche senza internet da tre mesi, con i loro stravaganti orari di apertura (9-14; 15-16.30), la pietra di Porta Napoli, i rustici, i ciceri e tria, le piacevoli attese di un'ora in posta e Matteo Renzi in tv.

Mi chiedo che idea si possa fare un cinese di questo posto. Un cinese, preso non proprio a caso, ma ultimamente li vedo ovunque. Mi sembra si stiano moltiplicando, cosa che probabilmente non è neppure del tutto falsa. Di certo c'è che è un popolo strano, come altro definireste voi una dozzina di elementi di suddetto popolo, che si recano al parchetto sotto casa, con corpi macchina, obiettivi grandangolari, tele, flash, e altre attrezzature fotografiche da far impallidire McCurry, per fotografare un fagiano?

Qualcuno mi farebbe giustamente notare che i signori in foto più che cinesi, sono hongkonghesi, cosa ben diversa. Bene, parlando di questi ultimi ci sono ancora un paio di cose che mi hanno stupito nelle poche settimane che ho passato a Hong Kong, prima di dover rientrare in tutta fretta, ricevuta la telefonatina da Roma. Primo fra tutti il prezzo che una persona può arrivare a pagare per un appartamento in quel posto. Qualche giorno prima di risalire sull'aereo sono stato ospite di alcuni amici: un bell'appartamento in parquet al 36esimo piano, con una vetrata oltre la quale lo skyline di Hong Kong si riflette nell'acqua della baia. Gran bello, non c'è che dire. Bene, quando mi hanno detto il prezzo a cui i proprietari intendono venderlo, l'ho dovuto convertire in lire, cosa un po' strana se non hai 80 anni e non sei nel 2000. 2.400.000 euro per un'ottantina di metri quadri. Qualche giorno fa, mentre camminavo per il centro di Roma, facevo dei confronti. Forse non hanno molto senso, però sono convinto che devi avere qualche rotella fuori posto se, dopo aver visto Roma, scegli di spendere quella cifra per vivere ad Hong Kong.


Fra l'altro, in quei lussuosi appartamenti vivono e lavorano donne che, in qualunque lingua si parli, a Hong Kong chiamano maid. Donne, quasi sempre filippine, che non ricevono un trattamento più decoroso di quello che ricevono le loro controparti a Dubai. Certo non viene da pensarlo il martedì mattina, quando le vedi all'uscita dalle scuole in attesa dei figli dei manager e delle avvocatesse in tailleur. E' durante il fine settimana che inizi a domandarti cosa ci facciano quelle donne ai bordi delle strade, rinchiuse come polli in cartoni ripiegati a creare piccoli loculi. Qui passano il loro tempo aspettando di poter rientrare nella casa in cui durante la settimana lavorano. Forse in Estremo Oriente anche questa inciviltà chiamano settimana corta.

Un giorno avevo ingenuamente deciso di andare alla ricerca di un po' di storia in quel posto. Avevo letto di un luogo, verso il confine con la Cina, che aveva conservato le sembianze delle antiche walled city, piccoli agglomerati di case circondati da recinzioni murarie. Dopo un'ora di metro e svariati km a piedi, costeggiando per un tratto un campo di addestramento del glorioso esercito, arrivo finalmente all'agognata meta. Credevo di essermi sbagliato, invece era proprio quella la declinazione che Hong Kong avava dato alla parola storia: quattro muri, una porta di ingresso e all'interno palazzine che avranno avuto al più 40 anni. Se non del tutto soddisfatto, potevo almeno dire di averci provato. In più ero riuscito ad allontanarmi per qualche ora da quel mondo frenetico e inarrestabile del centro.


L'alternativa, se proprio questo è ciò che si vuole fare a Hong Kong, è respirare una boccata di storia e tradizione in pieno centro, a Sheung Wan, dove un piccolo tempio Man Mo costruito nel 1847 ha resistito indomito ai grattacieli.



Di seguito, qualche foto scattata fra il mercato di Yau Ma Tei e Mong Kok, luogo di perdizione per i nerd e i maniaci degli aggeggini elettronici.






 






mercoledì 4 dicembre 2013

Schizzinosi d'oro

Oggi sono stato al colloquio per fare il servizio civile internazionale.
Nove persone, tutti laureati o laureandi, tutti cercando di concorrere per quella manciata di posti e chissà quanti altri come noi.
Siamo stati insieme tutto il giorno, abbiamo chiacchierato e scherzato tanto e mi son trovato a mio agio, ma tra un dialogo e l’altro ci siamo detti quello che si fa nella vita. I pochi che hanno un lavoro è un lavoro che non c’entra nulla con le proprie peculiarità, aspirazioni o percorso di studio. La paga di una viene utilizzata quasi interamente per spostarsi da casa a lavoro. Un altro che ha accettato un posto a tre euro l’ora e via dicendo per gli altri.
Io mi son trovato nella condizione di essere il privilegiato per il lavoro ben retribuito che ho.
Mi fa incazzare tutto questo perché sono migliaia i coetanei che sanno che questo quadretto non è retorica ma è la prassi e la vivono tutti i giorni sulla propria pelle. E mi fa incazzare ancora di più pensare a tutti quelli che hanno dato ragione, in passato come oggi, a delle leggi, a delle spinte politiche e culturali che ci additavano come gli schizzinosi, come quelli che dovevano essere flessibili, come quelli che ostacolavano il futuro. Come quelli che la causa di questo era l’università pubblica. Erano gli sprechi. Erano le auto blu. Erano i bamboccioni.
In questi anni tutto è andato maledettamente veloce ma ciò che è successo aveva uno scopo ben preciso e cioè il tagliarci le gambe ed il futuro.  Nel frattempo ci facevano abbaiare contro dei casi nazionali, come quelli degli schizzinosi, bamboccioni, sprechi bla bla bla senza mai parlare dei problemi del sistema, solo problemi spot. E non sono stati i grandi nemici lontani i colpevoli. No! Tutto è stato avallato da quello che la maggior parte degli italiani vedono allo specchio, noi col nostro esser diventati intransigenti con tutto e quindi avallando tutto. Pensiamoci la prossima volta che soffiamo sulle vele di una polemica sterile o quando ci annoiamo ad ascoltare delle critiche un pò più complesse a una legge scellerata.
Oggi al colloquio la commissione non ci credeva che con gli altri candidati ci fosse stato un clima disteso e non concorrenziale. Forse non sempre siamo come ci immaginano, per fortuna.
E andiamo ancora di Bertoli. Mi sorprende come sappia dire sempre tutto.
Romba il potere che detta le regole
cade la voce della libertà
mentre sui conti dei lupi economici
non resta il sangue di chi pagherà
Italia d’oro frutto del lavoro cinta dall’alloro
trovati una scusa tu se lo puoi
Italia nera sotto la bandiera vecchia vivandiera te ne sbatti di noi
mangiati quel che vuoi fin quando lo potrai
tanto non paghi mai

martedì 26 novembre 2013

Si fa molto meno di quello che si potrebbe - Atto II

La sede del PAICG di Cacheu. L'inno del PAICG risuona spesso nei cellulari dei giovani che ascoltano musica per strada

Fino a tre-quattro giorni fa, abbiamo ospitato ad Artissal una riunione “segreta” del comitato della regione di Biombo del PAICG, Partito per l'Autonomia e l'Indipendenza di Capo Verde e della Guinea Bissau; è un partito diciamosocialista, lo stesso che ha condotto all'indipendenza l'intero Paese. Benchè la data delle elezioni non sia ancora stata fissata, i partiti principali stanno andando a congresso, e il PAICG pare essere il favorito.

I Pepel, ossia l'etnia dominante nella mia zona, sono tutti pro PAICG, oltre che la terza etnia più cospicua del Paese. C'era da immaginarselo, dato che l'altro principale partito è fortemente connotato dall'etnia che rappresenta, l'etnia Balanta, ed è nato pochi mesi dopo la fine della guerra civile, nel '99, rivendicando il ruolo determinante dei militari Balanta durante la guerra di indipendenza finita nel '73.

La figura principale del gruppo da noi ospitato è da individuarsi ne “O diretor”. E' il segretario regionale del partito, tutte le volte che si sono riuniti qui in passato arrivava un giorno prima di tutti e andava via un giorno dopo, concedendosi negli intermezzi momenti di “relax” dolcemente accompagnato da una varietà piuttosto ampia di concubine. Ha una voce roca, tipo Al Pacino in “The Godfather”, solo che è nero. Testa pelata, sopracciglia aggrottate, collo corto.

Le riunioni solitamente si svolgono con “o Diretor” che parla a bassa voce, e tutti che ascoltano religiosamente.
Questa volta però bisogna decidere il candidato da proporre al congresso nazionale del partito; lo schema che avevo già visto ripetersi alcune volte ne uscirà mutato.
Sono una quindicina i partecipanti alla riunione della scorsa settimana; pochi giovani, pochissime donne. Molte facce stanche, gli occhi e gli sguardi sono diversi da quelli della gente a cui ormai sono abituato qui; non sono così sorpresi di vedere dei bianchi in giro per il posto, dei bianchi che non conoscono.
Il summit doveva durare un giorno, è durato 5 giorni. Per la giornata annunciata abbiamo predisposto una sala con tappeti in moquette semovibile e aria condizionata. La giornata con i militanti termina, l'accesso ai lavori ovviamente mi è precluso nella maniera più assoluta. Un gruppo ristretto di persone continua le discussioni nei giorni seguenti, si stabiliscono a Quinhamèl passando le giornate in preda a a sbraiti, urla, discussioni concitate; cerco di stare da tutt'altra parte, onde evitare di sembrare lo spione che in questo tipo di situazioni, in realtà, sono.
La gente arriva e se ne va, avvicendandosi con una certa liquidità. “O diretor” ha una stampante che si porta sempre dietro con la quale ogni tanto stampa della roba e la distribuisce. Nei brevi momenti in cui assisto, ora con una scusa ora con un' altra, alle discussioni che adesso non si svolgono più al chiuso ma nell'area ristorante dell'ONG, capto pontificazioni sulle tattiche da tenere per vincere il congresso, ipotesi sulla situazione del partito prima delle elezioni, nomi di persone seguiti da cariche e da considerazioni sulle spartizioni di potere che queste cariche consentono, sugli equilibri da esse determinate.

Mi perdo clamorosamente l'incontro con i giornalisti dell'ultimo giorno, dovendo accogliere dei turisti inglesi di passaggio ad Artissal per andarsene poi a pescare alle Bijagos.
Il giorno dopo all'ambasciata brasiliana non si parlava di altro se non del fatto che gli unici pirla a non aver ancora deciso il candidato segretario (qua lo chiamano diretor) del partito che vincerà sicuramente le elezioni, erano quelli della regione di Biombo.
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Rimane il fatto che qui, fin quando non si va al voto, pare rimanere tutto fermo.

Con elezioni o senza elezioni, le ONG sul territorio qualcosa la dovranno pur fare.
L'altro giorno abbiamo affrontato il discorso con Mariana, la direttrice esecutiva della ONG, tornando in macchina da Bissau. “Embora, existimus”, dice con orgoglio battendo le mani sul coprivolante leopardato - “Nonostante tutto, esistiamo”. Nonostante anche il coprivolante. 
A detta sua, innumerabili sono le organizzazioni che si sono avvicendate sul suolo guineense, la cui esistenza è spesso legata alla presenza di finanziamenti da parte di governi, nazionali e sovranazionali, e istituzioni.

Artissal, al momento, non partecipa a nessun progetto; o meglio, quelli che c'erano si sono esauriti. La fabbrica tessile continua a lavorare e a produrre panni, la ONG continua ad ospitare turisti da tutto il mondo scarrozzandoli tra la balobeira, retta dal regulo del regno di Tor, le isole, e le altre organizzazione per mostrare il lavoro che quotidianamente viene fatto.
Il travaso degli introiti dall'attività turistica a quella di produzione di materiali, purtroppo, non potrà andare avanti per sempre.
Artissal partecipa ad un progetto di organizzazioni locali – Cabaz di Terra - in cui ciascuno vende i propri prodotti, alimentari, artigianali, manifatturieri. La collaborazione è suggellata dalla firma di una carta di principi che tutti si impegnano a rispettare (oh la traduzione del sito l'ho fatta io).
Il 30% del valore di quanto viene venduto viene lasciato a Cabaz, perchè possa autosostenersi; ma tra un barattolo di miele e un panno a otto bande fatto a mano c'è una differenza di prezzo notevole.
Non solo: dopo un lungo lavoro di inventario fatto a partire da quando siamo arrivati qui, abbiamo scoperto (dopo 2 anni che esiste Cabaz!) abbiamo scoperto che solo Artissal cede la percentuale pattuita, mentre gli altri ammortizzano aumentando il prezzo del prodotto della stessa percentuale. Estiquatzi. 
In più, la cessione del 30% probabilmente non è sostenibile dal punto di vista economico (l'ipotesi deriva dal fatto che ancora non esiste una verità univoca su quanto si spenda per produrre un panno, tanto che sono incasinati i conti e tante che sono le entrate e le uscite della ONG su canali differenti).

Artissal ad oggi è l'unica a pagare l'affitto del negozio; ciò rende l'attività praticamente infruttuosa e incapace di creare utili da reinvestire in un'ottica di crescita, e tanti saluti carta di principi.
Eppure esistiamo. Appesi ad un filo ma esistiamo. Ci ingegniamo in tutti i modi per vendere i prodotti; devo dire che il materiale informativo è tanto e ben fatto.
E per quanto la produzione sia rigorosamente popolare, purtroppo non lo è la fascia di consumo; i prodotti del mercato di Bandim sono molto meno costosi, buona parte sono importati, ma qua non c'è troppo da fare gli schizzinosi.

Intanto, qualche giorno fa siamo stati alla delegazione dell'Unione Europea dove Madlaine, funzionare Belga appassionata del lavoro della nostra ONG ci accoglie con piacere e fa di tutto per intercedere presso il delegato e ottenere uno spazio sotto Natale con l'intenzione di farci organizzare una piccola fiera, vendendo alla gente checciàlisordi. All'interno la delegazione dell'Unione Europea, che ha pari dignità rispetto ad un'ambasciata, sembra una casetta scandinava – anche per il freddo derivante dai condizionatori a palla. Qua Mariana conosce tutti, e saluta calorosamente un funzionario che durante la guerra si era barricato con lei in questo angolo del Vecchio Continente, dopo il saccheggio della delegazione stessa e con le bombe che fuori scoppiavano.
La riunione è molto gradevole, l'ambiente è gradevole, c'è anche una stagista italiana. Parliamo per lo più portoghese e francese a tratti, quando Madlaine molla il colpo. Anche i modi di fare sono gradevoli e sono molto europei, anche se messi in pratica da guineensi. Come è guineense la bellissima segretaria di Madlaine, che ci invita ad un'esposizione che si è tenuta oggi e si terrà domani al centro culturale franco-guineense; l'esposizione si concluderà domani con un dibattito sul futuro della Guinea con i temi toccati da Horizon 2020. L'idea è dei bianchi chiaramente, e oggi più di metà degli astanti erano occidentali fricchettoni o funzionari, in cerca di souvenir per il ritorno in patria o di gente con cui fare un po' di pubbliche relazioni. Benche su 4 ore di esposizione, 3 le abbia passate in giro per la regione di Biombo con l'ormai fedelissimo pickup a sbrigare faccende e a scarrozzare gente da una parte all'altra, mi sembra che alle iniziative che si svolgono negli ambienti più istituzionali manchino quelle persone che si pretende di sollevare dalla loro condizione di miseria e sottosviluppo, e che molto spesso sono del tutto ignare di quello che si muove a livello di comunità internazionale - conoscono le ONG che erogano servizi direttamente al cittadino al posto di uno Stato irresponsabile e poco lungimirante.

La prossima settimana ospiteremo un seminario di una settimana con 40 persone dello United Nation Developement Programme; pluri-rimandato, la maggiore preoccupazione al momento è quella di dare da mangiare a tutti. Pagano le Nazioni Unite, e lo UNDP locale deve spendere soldi per chiudere i progetti, quindi in realtà non c'è da formalizzarsi troppo.
Sempre dallo UNDP è uscito un progetto sullo sviluppo degli strumenti di partecipazione democratica, partirà con lo nuovo governo ma il bando scade a dicembre. Mariana vuole parteciparci, e in questi giorni si parla molto di cosa infilare nel progetto per provare a dare una botta di vita alla rete di organizzazioni con cui lavoriamo, e portare a casa il dinherito che può raggiungere il 400.000 USD.
Se il progetto lo vinciamo, puoi rimanere - così hanno detto. E' una settimana che accarezzo l'idea; l'impressione è che si fa molto meno di quello che si potrebbe, si iniziano mille cose al giorno e se ne finisce la metà; le barriere (linguistiche, relazionali, conoscitive) vanno mano a mano abbattendosi, e per quanto il nuovo progetto durerebbe 2 anni, l'idea di farmi altri 6 mesi aspettando quindi un anno per iniziare la specialistica non mi dispiace. Diciamo che ero riuscito ad evitare di sentire la mancanza dell'Europa – e di quello che almeno credo essere il mio mondo – fino ad ora, ma tra le nubi che incombono su quello che ho fatto negli ultimi 3 anni, l'idea di lasciare gli studi per altri 6 mesi e l'ipotesi di partecipare ad una cosa che sembra grossa e interessante qualche pensierino nella testa brulica. 
Volente o nolente, la deadline è la fine dell'anno solare.
Intanto mi preparo al Natale a 30 gradi, e sopratutto a passarlo in luogo in cui mai avrei pensato di passarlo, qualunque esso sarà; in ogni caso non sarà il posto che ho sempre chiamato “casa”.



Note a margine:

- Molti africani pensano che l'Africa l'abbiano scoperta i portoghesi nel XV secolo, alla faccia di Scipione l'Africano e delle aree della cartina definite come "Hic Sunt Leones";
- Molti adolescenti qui non sanno cosa sia un telefono fisso;
- Alcuni consoli dei consolati onorari in GB sono Libanesi, tipo quello della Romania;
- In criolo per dire “persona qualsiasi” si può usare il vocabolo “pekadur”;
- Le suore brasiliane non indossano la “divisa”, e ci provano di brutto

lunedì 18 novembre 2013

Si fa molto meno di quello che si potrebbe - Atto I

L'inspiegabile passione dei guinensi per i calciatori italiani. Ho cercato di spiegare a un mio amico di qui che non può pretendere che lo chiami Alessandro Nesta, ma il post di Sbatti forse è sufficiente perchè incominci a farlo

In ogni caso qualcosa la si fa. E certo non pretendo di risolvere in qualche considerazione il dibattito atavico tra cos'è meglio - tra il poco che intorpidisce e il niente che scioglie le briglie dell'iniziativa.
Rimane l'impressione che in potenza si potrebbero fare un sacco di cose, ma che per un motivo o per un altro, non le si fanno.
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Il barcone per Bubaque, una delle più grandi dell'arcipelago delle Bijagos, incute il timore delle tragedie costiere dell'Italia nostra, anche perchè il viaggio costa solo 3500 franchi CFA e cioè poco più di 5 euro. Sette ore di tragitto – che potrebbero tranquillamente essere meno, se solo il barista non allungasse mazzette al capitano per allungare giro per incassare più proventi dalle bibite.

Le acconciature femminili sono tra le prime cose a catturare l'attenzione; grandi trecce raccolte sulla testa e dreadlocks di ogni dimensione, capelli africani stirati dalla soda caustica o intrecciati con fili sintetici coloratissimi.
Una giovane donna è appoggiata alla ringhiera più esterna della prua, il suo sguardo triste affascina. Chissà chi la aspetta, e chissà chi sta lasciando. Un ragazzo australiano incontrato qualche giorno prima a Bissau è l'unica faccia conosciuta, lo accompagnano delle ragazze danesi che riflettono il sole altissimo del primo pomeriggio. I ragazzi della missione cattolica cantano, ballano e rompono il cazzo per tutto il viaggio, aggiungendosi alle casse che trasmettono musica rap guinense in crioulo - e non mi felicito troppo di riuscirne a comprendere i contenuti. Gli scout guineensi suonano djimbè e ballano per salutare la barca in partenza, e chissà perchè lo fanno. Tutte le volte.

Sono indeciso se girare per il barcone e scambiare parole con gente a caso, o comportarmi da vero “diverso”, tirare fuori Antar di Wu Ming 2 e finire di leggere quello che rimane di questa “storia meticcia” a metà tra l'Italia e l'altra costa del continente nero.
A fare breccia nella mia consapevole diversità è prima la chitarra di Nicholas, poi l'approccio di Adriano, 35enne guineense cresciuto nella missione cattolica italiana, e che lavora nella principale radio del Paese, Radio SolMansi (in criolo Radio solechesorge).
Adriano parla un po' di italiano e mi intrappola in una conversazione piena di birrette e conseguente sudore; evito sempre di dare troppa confidenza, purtroppo qui essere bianchi significa ricevere numerosi approcci e veri e propri assalti; l'impressione è che chiunque – donne o uomini che siano, in cerca di matrimoni o amicizie entrambi destinati a durare “desde agora para sempre” (cit.) - cerchi da te qualcosa in più rispetto alle relazioni normali cui siamo abituati più o meno tutti, lasciando la sensazione poco gradevole di non riuscire a creare rapporti che esistano in virtù di quello che sono: dei rapporti tra persone. Pur diversamente rispetto a quanto succede in Europa con gli africani – o per lo meno in Italia – ogni istante ti ricorda che sei diverso, per quanto ti sforzi di parlare criolo, di aggiungere un sutaque africano al tuo portoghese e di prendere un po' di colore sotto il sole; tutte e tre le cose producono solo effetti disastrosi sul tentativo di omogenizzarsi alle masse, rendendoti solo più diverso e irrimediabilmente buffo.
Per evitare di parlare troppo, inizio a fare domande. Che ne pensi della Guinea Bissau, che ti pare che si possa fare qui per migliorare un po' la situazione.

La Guinea Bissau non produce niente, il riso è pakistano, il pollo europeo, il pesce se lo comprano i cinesi che in cambio non si dedicano al landgrabbing o alla liquidazione di ingenti risorse nelle casse dello Stato, ma costruiscono infrastrutture, ripropongono un'austera statua di Amilcar Cabral che sembra un pupazzo della lego in piombo (la precedente era stata trafugata da una delle piazze principali di Bissau durante la guerra civile, ora probabilmente sarà in casa di qualche mercenario senegalese).
La risposta di Adriano è l'inizio di una lunga conversazione attraverso corruzione, possibilità imprenditoriali inesplorate dai guineensi (la Crystal la vendono tutti a 500 CFA? E io apro un chiosco e la vendo a 400. E vedi i soldonazzi), elezioni imminenti da anni, emigrazione.
Uno dei suoi progetti consta nel dotare il Ministero di Giustizia di stampanti in grado di consegnare passaporti con maggiore rapidità di quanto non lo facciano ora, probabilmente per creare un ostacolo ulteriore alla fuoriuscita di guineensi dal Paese. Per quanto il tentativo di coinvolgimento in questa missione da parte di Adriano non attecchisca granchè su di me, non è il primo a dirmi che dopo le elezioni i soldi per i progetti che possano essere sviluppati da ONG fioccheranno. La comunità internazionale avrà più garanzie da un governo legittimamente eletto, e potrà tornare qui con il suo occhio vigile e con le sue mani bucate a elargire fondi e a gridare “sviluppatevi!”. Ma, benchè la settimana scorsa il settimanale (non esistono quotidiani) “No pintcha” - vicino all'opposizione e con una tiratura di 1000 copie per un Paese che ha la stessa popolazione dell'hinterland milanese - riportasse la notizia di due milioni di euro di finanziamento dall'UE per avviare il processo elettorale entro il primo trimestre del 2014 rimane una grande sfiducia generalizzata nella possibilità di andare al voto in tempi brevi.
Impossibile pagare le birrette con Adriano.


A Bubaque la prima cosa che si vede entrando in paese è un grosso cartello di Mani Tese – una ONG italiana tra le più longeve vicinissima all' “area progressista” della Chiesa Cattolica Romana Apostolica – che a lettere cubitali recita “Bubaque cidade aberta”, citando il capolavoro di Rossellini. Ho conosciuto i cooperanti di MT tempo fa, hanno progetti ovunque in Africa Occidentale. Sono tutti italiani, alcuni di loro sono qui da più di 3 anni; in buona parte dei casi si occupano di riciclaggio e smaltimento di rifiuti. Benchè i consumi in generale siano piuttosto ridotti, e benchè i mercati “na rua” siano poco invitanti ma poco avvezzi al packaging eccessivo, il problema dello smaltimento dei rifiuti esiste eccome. Le strade straripano di plastica, e nei mercati è facile incontrare delle barricate di immondizia destinate alla combustione, la sera stessa. Gli odori che ne derivano sono penetranti e i fumi densi, i braceri di notte sono tra le poche fonti di luce insieme alle luci al led provenienti dai “negozi” aperti tutta la notte. Nei villaggi o tabancas per ogni casa (o gruppo di) si scava un buco, che verrà poi riempito con tutto ciò che ci si aspetterebbe di buttare in un cassonetto. Oltre all'inconveniente relativo alle frequenti visite delle iene, la cui potenza mandibolare giunge sino alle mie orecchie nelle notti in cui i ridenti quadrupedi decidono di farci visita, la questione rappresenta un problema non da poco, benchè non sembra che ci sia grossa consapevolezza in merito. Qua si fa così.

L'esempio di modello di cooperazione di Mani Tese sembra essere vincente: i responsabili dei progetti sono nella maggior parte locali, ci sono anche coordinatori e cooperanti italiani, in Italia si creano partenariati con le Università italiane per studiare metodi e risoluzione di problemi (in questo caso, Ca' Foscari) e le soluzioni vengono implementate da chi lavora sul campo.
Mani Tese ha una barchetta a motore che collega l'isola con il continente, un ufficio tutto bello pitturato e pieno di tavoli e computer senza utilizzatori.
A Bubaque, per ora, si continua a bruciare i rifiuti. E chissà in quanti altri posti.

Esistono moltissime ONG occidentali in questa zona, e un'altra di queste è la IPHD (International Programme for Human Developement, USA). La IPHD funziona così: USA sceglie i progetti e li finanzia, i responsabili dei progetti sono tutti locali o selezionati attraverso bandi in Europa. I coordinatori dei progetti in genere sono parenti di ambasciatori o diplomatici. Se IPHD decide di finanziare la costruzione di una mensa scolastica per incentivare l'affluenza scolastica tra i bambini e sopratutto tra le bambine (il rapporto è 83 bambine scolarizzate per ogni 100 bambini), il team locale fa un sopralluogo, comunica oltreoceano quale sarebbe la soluzione più funzionale per adempiere agli scopi del progetto, e dagli USA arrivano materiali di costruzione e cibo. Mandano pure il riso. C'è chiaramente qualcosa che non va.
In ogni caso, la città è piena di SUV bianchi con i vetri fumè appartenenti alla IPHD, che comunque c'è da dire che monitora con una certa assiduità il buon rendimento dei progetti. E per quanto arrivino dagli USA a peso d'oro, i sacchi di riso spesso spariscono e le mense scolastiche funzionano solo nei giorni in cui arrivano i controlli dei SUV bianchi che scorazzano di villaggio in villaggio.

Buona parte delle ONG qui lavora solo con i progetti, pochissimi sono i progetti autosostenibili economicamente; da questo punto di vista fanno eccezione i progetti come quelli di AIDA, ONG spagnola che si occupa di fornire supporto agli ospedali pubblici (a Bissau ce n'è uno solo, il Simão Mendes) che ho conosciuto durante una conferenza venerdì scorso. Ho capito, oltre al fatto che effettivamente quando gli spagnoli parlano in portoghese non si capisce bene che lingua parlino, che per per quanto si possa fare il possibile e l'impossibile per migliorare le condizioni della gente di un posto dove si muore per una febbre e dove l'HIV viene fatta curare dagli “Iran” e non dai medici, con riti sacrificatori al posto dei retrovirali, i governi mancano moltissimo di responsabilità non supportando nulla dal punto di vista economico. Il progetto di AIDA terminerà a fine anno con i tagli del governo Rajoy alla cooperazione, e le slide che seguono il video riassuntivo del progetto altro non sono che un grosso appello al governo, di cui sono presenti alcuni rappresentanti del Ministero della Salute, e alla comunità internazionale. La cooperazione a un certo punto, per essere portata avanti, deve diventare politica governativa; quando finiscono i progetti, molto spesso insieme ad essi si estinguono delle speranze.