giovedì 17 aprile 2014

Il realismo fantastico viene a bussare

Venerdì 18 aprile 2014. Sono in cima al mirador, sul cerro di sant’Apollonia. Guardo le montagne attorno. Sono alte ma non sono minacciose, sembrano colli. Il cielo è pieno di nuvole e il sole filtra con parsimonia. È la prima volta che vengo così in alto e mi concentro sulle alture. In lontananza vedo il contorno di una montagna dal colore diverso. Immagino sia la luce che lo fa apparire differente. Poi guardo meglio, rifletto sulla direzione e deduco che possa solamente essere la zona della miniera.

Tra le voci dei miei amici filtra una frase: “Giò, è morto Marquez”. Caspita, mi coglie impreparato. Avevo seguito poco la sua degenza ma non me lo aspettavo. Che poi forse è sempre stupido stupirsi e rimanerci male in questi casi. A pensarci adesso però, sul pavimento della stanza buia e con un bicchiere di rum a fianco, assaporo l’affetto che attraverso i suoi mondi si è depositato dentro di me.

Ce l’ho stampata in mente quella montagna mangiata da un mostro che l’ha resa la miniera a cielo aperto più grande dell’America Latina. Vorrei tanto che fosse uno dei tanti mostri dei suoi libri, quelli che arrivavano sotto forma di latifondo o di quelle porcherie lì e che sconvolgono interi villaggi per poi rimanere solo un ricordo quando finisci di leggere il libro. Ho paura però che così non sia e non posso che masticare amaro pensando a tutti quelli che in questo libro ci stanno ogni giorno, come alla voce della donna che qualche ora fa mi raccontava di quanto sia difficile opporsi al mostro rischiando la vita ogni giorno, sentendosi soli.


Lui lo sapeva, perché era un compagno raro. L’amore, la denuncia e il piacere di raccontare.

lunedì 14 aprile 2014

Migrante che vai.... paese che trovi



Giovedì 10 Aprile '14


Mi trovo su un treno che viaggia da Novara a Mestre. Oggi compio 28 anni e mi prendo queste 3h abbondanti di viaggio per scrivere qualcosa per il nostro Blog.
Non voglio farvi una sintesi delle 7 settimane che ho trascorso in Svezia, siamo gi? stati in contatto ogni giorno via Whatsapp. Non vale la pena nemmeno fare un bilancio del tempo trascorso nella Sveland. Piuttosto vorrei condividere con voi qualche spunto che ci riguarda.

Come sapete ho trovato alloggio a Falun grazie a un amico molisano che conobbi gi? nel 2011, lo chiameremo C. Questi mi ha trovato il contatto per subaffittare a un prezzo pi? che amico, direi quasi regalato, presso la casa di un insegnante romano di 32 anni, che chiameremo G. C. e G. sono amici di un ingegnere siciliano di 43 anni, detto M.z che vive e lavora in Svezia da almeno 8 anni. La prima sera ci organizziamo per una pizzata a casa di C. e della sua compagna tedesca, severissima ma quasi mai in uniforme. Mi presentano M. un ex militante di Lotta Continua che ha deciso di calmarsi un po' dopo che la prima moglie svedese lo ha denunciato per maltrattamenti su un minore (mi ha spiegato che sottrasse l'I.pad alla figlia di 8 anni mentre questa faceva resistenza pi? del dovuto; Svezia, inferno - paradiso). M. ora si ? risposato con un'altra svedese che in queste settimane metter? al mondo un bambino. Lavora come maestro in una scuola materna, e durante il week-end lavora come barista in una birreria. Dice che, da gran lavoratore piemontese che ?, alla scuola materna non si stanca a sufficienza; l'anno scorso ha superato i 50, si trova in Svezia da almeno 15 anni e ancora stenta a parlare l'idioma nordico: dice che gli fa schifo.
Ma durante la cena non siamo solo italiani, ci sono anche 3 compagne svedesi e la tedesca. Tuttavia il tono di voce imperante di noi connazionali, e la necessit? di esprimerci liberamente fa s? che siamo ancora noi italiani a farla da padroni quando si tratta di fare ''serata social''.
Dopo quella pizzata ho condiviso con questi migranti italiani molti altri momenti. Un po' perché non era pi? tempo per fare festa con gli erasmus, un po' perché quando stai all'estero poche cose sono ricuoranti come una serata a sparar cazzate con qualche connazionale (anche se alla fine si parla sempre di calcio e di foka). Ma cosa c'? di meglio di una buona cena tra amici e quando il livello alcolico sale tutti in sala a spararsi un bel mix del meglio di Andrea Di Pr??
La maggior parte delle mie serate svedesi le ho trascorse con italiani, e queste si sono sempre rilevate le pi? divertenti. O per  lo meno quelle in cui si ? mangiato meglio. Anche se questa scelta mi ha precluso l'opportunit? di buttar il naso un po' fuori dal solito giro. Ma gli amici italiani che ho conosciuto in Svezia sono tutti diversi fra loro; e per et? e per estrazione sociale. Perci? mi domando cosa ci unisce? Noi italiani non siamo un popolo particolarmente patriota, forse  tendiamo semplicemente a "far comunella" come si di a Roma...
Siamo un popolo contraddittorio noi italiani: lasciamo il nostro paese perché immaginiamo un futuro migliore ma non siamo disposti a metterci in gioco fino in fondo. Viviamo, studiamo, lavoriamo all'estero per anni ma siamo sempre pronti a sfottere le abitudini dei popoli che ci ospitano; spingendoci a dire che la loro lingua suona ridicola. Quando si esce a cena con amici 2 su 3 si va per un ristorante etnico; all'estero faremmo carte false per una margherita come si deve o un espresso decente...
Un po' come amava affermare qual capoccia da un balcone della Capitale: Italiani popolo di eroi, santi, poeti e trasmigratori.

martedì 8 aprile 2014

I Sud sono una invenzione dei Nord

A una settimana dal rientro in Italia, finalmente riesco a prendere il coraggio a due mani per scrivere qualcosa su questo rientro al quale faccio un po' di fatica ad attribuire un qualsiasi odore o sapore. 
Grazie al cazzo - mi direte - è un rientro, mica una zuppa.

Lasciamo un Paese in piena campagna elettorale. “Lo sai che in Guinea Bissau abbiamo due carnevali? Durante il primo sfilano i carri e le maschere, durante il secondo candidati con auto starnazzanti. E ta ngana djintis – ingannano la gente”.
Le elezioni presidenziali e governative si dovevano svolgere a novembre, ma l'iscrizione ai registri elettorali unita al congresso di quello che fino al 94 era il partito unico hanno fatto slittare la data prima a marzo, poi ad aprile; con il sommo rammarico di perdersi questo momento vissuto da tutti come un evento eccezionale, ciascuno schierato col suo e a difenderlo in tutti i kandonga e nelle bancadas. Si presentano in 14 candidati, ma esistono solo 10 partiti. Kumba Yala, presidente nel 2000 dopo aver sconfitto il regime di Nino Viera nella guerra civile e creatore del primo grande partito dall'avvento del multipartitismo e alternativo al PAICG, il Partido de Renovação Social, questa volta sostiene un candidato diverso da quello sostenuto dal suo partito, Nuno Gomes Nabiam. Kumba scompare in circostanze poco chiare, qualche settimana fa; qualcuno dice che se lo sono portato in Nigeria, qualcun altro che è in Guinea Bissau e che verrà processato per un reato non noto. Muore di infarto qualche giorno fa. Nuno Gomes Nabiam indossa lo stesso cappellino tradizionale dell'etnia Balanta che ha sempre contraddistinto il guerrafondaio che si erge a eroe della patria, ora stroncato da un malore - stando alle fonti ufficiali.

Questa volta ci troviamo davanti alle prime elezioni in cui i candidati non hanno raggiunto la fama in quanto fautori dell'indipendenza unilaterale, dichiarata nel 1973. Questa volta c'è candidata l'élite intellettuale. Ma nei villaggi si vota per l'appartenenza etnica, o per un sacco di riso. L'elettorato dell'interno del Paese è un elettorato facile da spostare, molto attaccato ai personaggi storici che hanno segnato la rivoluzione, che continuano a vegliare su un popolo sconquassato dagli strascichi di una guerra che li ha liberati dai tuga, i portoghesi, e che adesso qualcuno ha il coraggio di rimpiangere. Un popolo pacifico che riesce inspiegabilmente ad avere ancora fiducia nei responsabili di guerre civili e colpi di Stato. 
Non scompaiono ancora le figure che hanno condizionato il nascere e gli esiti di una guerra civile inutile e dannosa, che ha lasciato delle ferite ancora aperte e che ha fermato quella che sembrava essere l'emancipazione di un Paese, almeno ai più ottimisti. Bissau ka na diskansa inda – Bissau non si è ancora ripresa.

Non scompaiono i candidati che piacciono all'esercito, la divisione è tra governativi e antigovernativi. Carlos Domingos Gomes detto Kadogo, presidente esiliato dopo essere stato deposto dal colpo di Stato guidato tra gli altri dal colonnello Antonio Indjai (già coinvolto nella guerra civile contro Viera nel '99 e supportato dai separatisti della Casamança senegalese), divide l'opinione pubblica con il suo ipotetico ritorno. Qualcuno tra gli elettori del suo partito – il PAICG – dice che ha fatto il suo tempo (senza neanche essere riuscito a governare pur avendo vinto al secondo turno), che il suo ritorno comporterebbe solo il nascere di nuovi problemi che distoglierebbero l'attenzione dei vigli governanti che amministreranno la cosa pubblica, che non ci sono garanzie per la sua sicurezza, e via giù con le scomode conseguenze di riportare in patria un folle che si è sognato di vincere le elezioni presidenziali. Il suo principale concorrente dell'epoca, Manuel Serifo Nhamadjo e attuale presidente della Repubblica, nel 2012 dopo il ballottaggio sfrutta i malcontenti di una piccola elite militare per salire al potere illegittimamente, avvalendosi dell'inazione che aleggia intorno ad un weak state come la Guinea Bissau. La comunità internazionale rimprovera, l'ECOMIB non riconosce il Governo golpista sin quando lo stesso non piega la testa davanti alla proposta, avanzata dalla comunità di Stati dell'Africa Occiedentale, di formare un Governo di transizione, con le opposizioni dentro in attesa di nuove elezioni. Il risultato è un governo di corrotti pressoché senza opposizione che ritarda il processo elettorale e rifà le strade un mese prima dell'ultimo appuntamento elettorale. 
Grandi intese e trucchetti da sindaci di provincia non sono un unicum della politica italiana.
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All'aereoporto di Bissau ci tocca riaprire le valigie – il controllo è empirico in assenza di scanner – ma il solo fatto che siamo (stati) volontari ha dissuaso i solerti uomini dell'ordine dall'approfondire eccessivamente il contenuto dei nostri bagagli, pieni dei panni regalatici da Raul, dei vestiti sporchi consumati dalla stagione secca, dai pilòn, i pente, le cianfrusaglie e i regali da portare a casa.
Qualche sigaretta di nascosto con i vigliantes nello “stanzino vip”; stavolta il tabacco ha un sapore diverso rispetto a quello fumato in autunno a Malpensa in attesa dell'aereo di andata. Sarà che stavolta una stecca di Marlboro costava sei euro anziché cinquanta.

L'aereoporto di Casablanca aiuta forse a spezzare, non si capisce bene da che parte siamo del Mediterraneo a momenti, tanti turisti dopo tanto tempo, tanti bianchi, il francese, i giardini curati, i pavimenti che riflettono la luce, il fresco, la gente in giacca cravatta e soprabito. Una specie di camera iperbarica.

Il saluto. L'impressione netta di dire arrivederci per poi rivedersi davvero, e continuare da dove ci si è fermati - il che non impedisce alle lacrime di varcare la soglia che le rende visibili. Insieme a qualcuno, senza qualcun' altro, in un altro posto o negli stessi luoghi, ma questa volta poco importa.
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Il viaggio per la Penisola è tutto un sonno.
L'arrivo è un dormiveglia dopo un sonno lungo e pesante, come anche i giorni successivi.
Casa Bertone è la stessa, i divani rossi, i soppalchi, i coinquilini presenti e passati che in qualche modo hanno sempre un posticino tra la polvere e le superfici originarie, e lo stesso vale per gli avventori più affezionati. Per disfare le valigie ci vogliono giorni e molte lavatrici, mentre basta molto meno per riabituarsi ai ritmi e alle abitudini di una casa di studenti. Anche Radio è la stessa, alla sera, durante l'assemblea dei soci. Lo è la gente del Coordinamento, le facce di sempre ma sempre fresche, la plenaria, la cena con un “vecchio” amico.

Le domande erano attese e temute da mesi, ma aiutano a metabolizzare. Qualcuno chiede “Cioè ma davvero te lo volevo proprio chiedere, ci ho pensato per sei mesi, caspita, ma davvero mi vuoi dire che mangiavate riso tutti i giorni?”, qualcun' altro è interessato a sapere com'è sta storia del presidente della ONG in prigione, ma sto stronzo, ma tu pensa un po' che roba.
Io me ne torno a casa con un altro anno da recuperare nella folle corsa all'adempimento degli studi nei sogni di una vita, o nella speranza di fortuna, e con un pezzetto in più a comporre un puzzle senza istruzioni né riferimenti. Con una finestra davanti, al di là della quale si aprono strade nuove e percorsi possibili.
Non ho trovato la ricetta del mondo nuovo e giusto, ma almeno parto dagli ingredienti che ne impediscono la riuscita. Non ho visto le cose funzionare bene, non ho elaborato il sistema definitivo, se penso al “mal d'Africa” di mali me ne vengono in mente tanti tra quelli che affliggono il continente più bistrattato del pianeta.

I panni colorati mi ricordano gli abiti ampi, le tavole rozze, le strade polverose, gli odori forti del mercato di Caracol, i raffazzonati mezzi di locomozione, le folle, i palazzi coloniali, le discussioni accese, la stanchezza ad ogni piè sospinto, i tratti duri, quelli più dolci dei bambini.
Sono immagini che spero non svaniscono, come il briciolo di consapevolezza in più che pesa come un macino nello zaino. Penso di aver capito molto di quello che voglio fare, ma sopratutto di quello che non voglio fare, che farò in modo che non succeda intorno a me, di dove voglio collocarmi nella mappa sconfinata che si articola nel sistema complessissimo in cui viviamo.


Gli amici lontani mandano segnali ad andamenti alterni, la conversazione digitale porta come oggetto “depression international”. Qualcuno di loro è logorato, o almeno pensa di esserlo, qualcun altro è rinvigorito. Io sono ripulito, lavato. Ancora non ho visto il mio Sud.

E nel cortile che ha ispirato i racconti di questi mesi, che ha tenuto insieme i pezzi, ancora non sono riuscito a metterci piede.  

giovedì 27 marzo 2014

Il cortile verso l'ombelico del mondo

Ultima notte prima di partire. Alle quattro e qualcosa si esce di casa direzione Linate. Da lì Amsterdam e poi via verso Lima. Finisco di fare la valigia e scrivere gli ultimi messaggi di saluto verso le due. Al di là di alcuni bei messaggi mandati o ricevuti devo ammettere che a sto giro non sentivo granché la partenza. Non la percepivo come una cosa solenne. Sarà anche per il fatto che non c’era la pioggia di Neruda, che mi aveva battezzato il giorno della partenza per il Guatemala.

Si parte, si va all’aereoporto, un abbraccio troppo rapido coi genitori, forse per non lasciar trasparire le emozioni. Mi incontro verso il banco accettazioni con gli altri ragazzi che partono con me. Tutti sorridenti e festaioli, forti del partire con un bel gruppo che nel giro di pochi giorni è già riuscito a formarsi.

Ecco, io la doccia alle 3 e mezza me la ero già fatta, però era bella calda. Per quella fredda c’ha pensato la signora dell’alitalia. Le nostre risate impiegano qualche tempo per scemare e capire che la questione è grave. Il biglietto di ritorno è per un periodo superiore ai 6 mesi, periodo massimo di permanenza senza visto, e quindi non possiamo partire. Panico paura! Altro che la sessione “come rispondere agli imprevisti” che abbiamo seguito con scarso interesse durante la formazione. Nel frattempo mi arriva un messaggio. La ragazza che partiva da Alghero ha trovato nebbia e non è potuta partire. Nebbia ad Alghero???? Eh, a quanto pare il mondo oggi è contro di noi.

Tornando a noi, proviamo a parlamentare a modo nostro, poi si decide di tirare giù dal letto il coordinatore. Lui con la bocca impastata prova a parlare con la tipa che a un certo punto esclama alla cornetta “con che autorità chiedo circa i visti”?!?!? e mi ripassa il telefono dicendomi “guardi parlateci voi”. Situazione surreale. Veniamo mandati alla biglietteria alitalia per poter comprare un biglietto di ritorno entro i sei mesi. Nel frattempo il tempo è passato rapido. Avete ragione, questo racconto non ha niente al cardiopalma. Arrivo al dunque. Il tipo della biglietteria ci dice “ok, vi sposto il biglietto senza sovrattassa”. Ma scusi, la sua collega aveva detto… “lasciate perdere quella là”. Fuga!!! Si parte!! Via ad Amsterdam. Ci incontriamo con quelli venuti da Roma e Venezia mentre la sarda si orienta ancora nella famosa nebbia di Sassari.

Saliamo sull’aereo della KLM. Posti liberi per 130 passeggeri. Yahooo!! Io inizio a sentire che la febbre sale. Vaccino della febbre gialla di merda. E per fortuna che m’hanno detto che non dava effetti collaterali. Febbre, mal di pancia, dolor de cabeza… mi approprio di tre posti, 5 cuscini e n+1 coperte. Non riesco a dormire e sicuramente il cibo terrorista che ci danno non aiuta a far calmare la mia nausea. Finalmente riesco a trovare il sonno dopo un bel po’ di ore di tentativi. Sbam!! Varie cose mi cadono addosso e mi sveglio di soprassalto. “Holy shit”, esclama la hostess nel guardare tutto il mio vassoio cadutole di mano e rovesciatosi sopra di me. Nel frattempo il resto della ciurma ha ben deciso di sfruttare a fondo l’open bar della klm. Io sempre da schifo invece. Cerco di consolarmi con la televisione di bordo e mentre c’è chi si spara “12 anni schiavo”, io punto sul vecchio Tom & Jerry, sentendomi un po’ bambino malato. Finalmente Lima. Dall’aereo, momento del tramonto, il sole è bellissimo. Sembra che sia sott’acqua, immerso nel pacifico. A sinistra, invece, scorre un paesaggio marziano. Tutto desertico e agglomerati urbani molto strani. Più si va avanti e più si infittiscono fino a diventare una distesa immensa. Casette ovunque che già a guardarle dall’aereo capisci il degrado che può caratterizzarle. In ogni caso, guardando sta città così grande, mi dico “per fortuna che vado sulle Ande”.

Arrivati all’aereoporto non trovo ad aspettarci Janet, la signora della ong che doveva venire a prenderci. Ciò nonostante vengo assalito subito da un surreale Giovanni Mellone in camicia bianca che a stento contiene la gioia colpendomi la testa. Se fosse stato un assalitore mi avrebbe spogliato senza problemi! Invece era solo un’ottima sorpresa!

Ieri, primo giorno a Lima, ci hanno fatto fare formazione di vario tipo. Un incontro con un tipo con due palle così che ha parlato della lotta per la difesa dei diritti umani durante questi 30 anni. Poi un inquadramento politico-storico del peru e, nel pomeriggio, sessione di tradizioni, favole, cibi e balli locali. Abbiamo bevuto la Chicha che a me sapeva tanto del malto che qualche volta in fabbrica rimaneva in dei posti difficili da pulire e fermentava emanando un gran tanfo. Comunque, ne ho bevuta parecchia! E poi le foglie di coca, con la tipa che ci teneva a dirci che non è droga ma una pianta medicinale… tutto molto bello comunque!



Ora sono già al secondo giorno a lima. Sono le sette di mattina e mi sono svegliato un po’ prima per prendermi del tempo per me. La febbre è andata via. Ancora non sono uscito da queste mura della struttura dove stiamo facendo formazione. Oggi teoricamente andremo a visitare alcune delle zone rurali dove opera la Ong cosi finalmente inizio a vedere il Peru. 

Il cortile è continuamente in movimento

giovedì 20 marzo 2014

La deriva dei continenti



La prima volta che varcai l'invisibile linea che separa i continenti avevo 22 anni. Fu allora che iniziai a confrontarmi con le peripezie burocratiche che animano gli uffici immigrazione di un mondo e che chi nasce e cresce nell'area Schengen non immagina. Quella volta andai in Togo e lì restai quattro mesi, dando nel frattempo una fugace visita a un paio di altri paesi dell'Africa occidentale.

Quando ero a Lomè spesso ripensavo con nostalgia a casa, scrivevo a parenti ed amici molto più di quanto non faccia oggi, assuefatto come sono al cambiamento. Più che la distanza è il cambiamento a giocare un ruolo in questo mio ragionamento.

Una notte, mentre mi rigiravo come una tarantolata fra delle lenzuola umide feci un sogno così realistico da rimanere fino a oggi impresso nella memoria come un evento davvero accaduto. Ancora ricordo infatti come fosse ieri quella volta che ebbi la possibilità (non so come, né perché) di lasciare Lomè per un fine settimana e ritornare a Lecce. Qui rividi i miei, mi feci preparare il mio piatto preferito, ritornai per un paio di giorni alle vecchie abitudini, la vecchia routine. Non misi neanche il naso fuori di casa tanto era grande il desiderio di sfruttare al massimo quelle poche ore che mi erano date; e per me questo significava rimanere a casa.

La mattina riaprendo gli occhi ci misi qualche secondo a capire dove mi trovassi, cosa fosse successo. Una cosa che però non ricordo è se fosse più la felicità per essere stato un paio di giorni a casa o la delusione di non esserci stato davvero. Forse più semplicemente quella di non esserci rimasto un po' di più.

A distanza di qualche anno da quel fine settimana, che fu forse solo una notte come tante, ieri sera mi è capitata una cosa simile. Uscito dalla oficina, col solito sole rosso acceso e i roghi serali di colline di rifiuti a disegnare scenari apocalittici lungo Calle Izaguierre, ho preso il bus come ogni giorno, quello che taglia Lima o che comunque, di solito, mi porta a casa. Ancor prima di aver percorso metà del tragitto però sono sceso alla fermata dell'aeroporto. Qui, dopo mezzora, ho avuto il mio pezzo di casa. Non voglio perdermi in discorsi tediosi su quel che si prova a vedere un amico arrivare nella tua nuova terra sapendo che ci rimarrà anche lui per un bel pezzo. Noi due sappiamo e questo basta. Spero che questo camuno riceva dal Perù quello che sto avendo io. Condivideremo l'attesa di quelli che ancora non hanno fatto il grande passo verso l'emisfero australe.

mercoledì 12 marzo 2014

Matrix è un Sistema Neo (CDM)



Cari palle,

La miagiornatatipo inzia con abluzioni e tragitto casa lavoro.  10-15 minuti nel traffico. Di lusso. Arrivo in ufficio e scarico la merda, pardon le mail, e fino a sera smazzo i cazzi burocratici della mia multinazionale. Et voilà.Mi sono adagiato. Mi cullo e mi logoro nell’attesa di maggio, quando avrò maturato un anno di esperienza e mi rimetterò sul mercato. Attendendo Godot,  la settimana scorsa duepiccoli momenti hanno riacceso il mio pensiero irrequieto e mi hanno sbattuto in facciala mia involuzione.

Tra le mail martedì c’era un’iniziativa patrocinata dalla multinazionale. In una settimana l’azienda ha sganciato un milione di dollari in microcredito e cooperazione attraverso Kiva....è buffo pensare che io esattamente 10 anni fa stavo facendo il passaporto per partire per Nairobi..beffardo direi.Ho fatto il mio dovere di opulento occidentale facendo la mia donazione. Mi consola pensare che aiuti a ripulire il mio karma. E mentre cliccavo la mente si è liberata per un istante, sognando quel mondo migliore che intendevo costruire. Sono tornato per un attimo un sognatore dai bruttissimi pantaloni colorati a righe e l’orecchino..

Ho capito perché finché non ho varcato le porte del mondo del lavoro ero diverso: avevo un sogno e credevo che quella goccia che lasciavo nell’oceano avesse un valore. Ero un illuso ma ero felice.

Irrequieto continuo a viaggiare tra il passato e le mie scelte quando l’altoparlante annuncia che una grossa banca d’affari oggi è si è dislocata nel nostro ufficio per smazzare i nostri cazzi burocratici e per procacciare acquirenti con allettanti polizze sulla vita (e la tastatio testiculorum è dovuta..).

Risolvo i miei di scazzi con la banca ed inaspettatamente col procacciatoreinnanzi a me si instaura una discussione macroeconomica sull’Eurocrisi. Lui inizia a raccontarmi la sua visione del mondo della finanza ed io la mia. Penso di addentrarmi in un sentiero pericoloso e pieno di insidie in cui lo squalo finanziere esalterà la genialità del capitalismo finanziario e le sue sfavillanti possibilità.

Errore. Siamo d’accordo sulla follia della diseguaglianza, sull’oasi di folle ambizione che è questa città, sui flussi disgustosi di capitali che fluttuano nel nulla senza creare valore, anzi affamando o impoverendo milioni di persone. L’ingiustizia del sistema ci indigna entrambe e parecchio.

Poi ci guardiamo e capiamo che è il nostro è solo un impeto filantropico, sterile, radical chic.A noi fa comodo che sia così. Noi siam quelli che raccattano le rimanenze di coloro che smazzano le carte del capitalismo. Facciamo chiacchiere da bar. Capiamo ma non agiamo, assistiamo e mungiamo la vacca, perché noi siamo dalla parte “giusta” della globalizzazione.Ci accomuna la consapevolezza di essere di una squadra che non sappiamo che criticare..ma nel cui spogliatoio non gridiamo. Non sappiamo come farlo e troppi alla porta non aspettano altro che fotterci la maglia. Quindi tacciamo. Gli stringo la mano e mi congedo confuso. Ritorno mesto al mio desk.

Il lavavetri davanti alla mia finestra mi riporta alla realtà. Morpheus me lo aveva detto già nel 2000. Mi aveva detto com’era diviso il mondo. Matrix mi aveva insegnato come funziona il sistema. So a memoria le parole di Morpheus.“The matrix is a system Neo..”

Ho viaggiato in 4 continenti per diventare “dipendent by the system”?
Io sono il nemico che volevo combattere? Forse no..
Morpheus mi hai insegnato che il mondo era diviso tra rivoluzionari e conservatori.
Ma io non sono nessuno dei due.
Io sono un uomo qualunque..



domenica 2 marzo 2014

Bronzo, argento e oro



Da un lato all'altro della camera ora pendono quattro stracci i quali io, restituendo loro un po' di dignità, vorrei chiamare magliette. E' un vecchio rimedio che chi ha frequentato il soppalco di Via Brichetti qualche anno fa ricorderà. Una sottospecie di soluzione d'arredo in mancanza di oggetti d'arredo. Questa camera non è molto più ampia di quel soppalco, affacciandomi alla finestra di notte non c'è un'anonima stazione della Bassa padana persa nella nebbia, ma le luci di un quartiere, Magdalena, lungo le cui avenidas i grattacieli vengono su come funghi, come a Hong Kong. Proprio uno di questi grattacieli fra qualche mese oscurerà le basse e colorate case di Calle Daniel Hernandez e delle altre calles che si ramificano alle spalle di Avenida Brasil. Da un tredicesimo piano ce n'è di strade da vedere.

La speranza è dunque che almeno qui in Perù non costruiscano alla stessa velocità di chi, sull'altra sponda del Pacifico, tira su 30 piani in 6 mesi. E' rassicurante il fatto che cercando su internet bambù in Perù, trovi soltanto un ristorante cinese.

Senza che nemmeno me ne sia reso conto intanto un mese è passato. L'iniziale entusiasmo è divenuto consapevolezza. Quella di trovarmi in un luogo che prima di prendere e pretendere ti dà delle opportunità. Sentirsi derubato di undici ore di libertà ogni giorno, costretto a una scrivania con le catene della busta paga, è d'altronde un inevitabile corrispettivo per tutto quello che in coscienza si è voluto lasciar dietro.

Non era soltanto oro tutto quel che luccicava. Queste undici ore sono un bel pezzo di bronzo finito dritto nei denti. Come una vecchia amica mi ha detto, il sentimento di inadeguatezza dietro una scrivania è comune a tanti. Nonostante questo, resta la bellezza di Lima, la sua elegante anarchia, il fermento e l'eccitazione per i nuovi progetti oggi supposti, proposti a un amico, e domani realizzati.

Ci sarebbe anche dell'argento da qualche parte, l'hanno lasciato alcuni zingari passati di qua. Non essendo come loro molto incline al nero sulle dita, aspetto di capire se sia anche quello oro o, viceversa, bronzo.