venerdì 14 febbraio 2014

Un cortile senza tempo

Guardo in basso mentre comincio a scendere le scale. Nero. Da quando sono piccolo per me la parola pece è prima di tutto le scale della casa del nonno. Un tempo tante case avevano i pavimenti così, ma oggi è difficile trovarne così vintage e ben invecchiati.

Esco a fare due passi e prendo aria. La piazza trasuda fascismo. I nonni, gli altri però, mi hanno raccontato di quando venne a parlare il duce, e si affacciò dal terrazzo e la piazza era piena piena e tutti quanti si urlava festanti… “Chissà perche lo facevamo”.

Cammino. Passo il ponte e mi fermo a mangiare un panino salsiccia e caciocavallo. Cammino. C’è un vento bastardo e non c’è in giro un cane. Avevo prenotato il biglietto per scendere qua prima di partire per la nuova esperienza, così potevo salutare il nonno, che poi non ci si vedeva più per un anno. Lui m’ha fatto lo scherzetto e ha deciso di spegnersi qualche giorno prima della data in cui dovevo vederlo ed ora mi trovo qua, a vagare per la città in cui tante volte m’ha accompagnato bar bar a mangiare gelati d’ogni sorta. E penso, anche se non ci riesco molto.

La piazza della cattedrale. Quanto l’hanno fatta brutta. Cammino. Riguardo in basso. Pietra di una certa età. Il ponte vecchio, questo sì che è bello.
Sono buffe le coincidenze. In questa città s’è laureato uno dei pazzi di questo blog, ma io ancora non lo conoscevo. L’ho conosciuto solo tempo dopo, in un arido incontro nella città che accumuna tutti noi, per poi costruirci qualcosa di importante oltre manica. A volte bisogna spostarsi in un mare più grande per capire che si può nuotare insieme. A proposito di mare, lui sta una manciata di km più a sud, oltre quella massa d’acqua che da questa città non si vede, ma che è poco distante. Altro continente, altro giro. Altro erasmus, altra coppia del blog che s’è conosciuta. Che casino!

Cammino. Cazzo che nostalgia, se foste qua cari coglioni sarebbe un gran bello alzare un calice parlando tutti insieme senza riuscire a finire neanche un puto discurso. Ieri v’ho pensati. Il cimitero è una delle zone più suggestive e caratteristiche di questa città. Camminando nel viale centrale sembra di stare in una città senza tempo, come una sorta di Minas Tirith. Durante le operazioni camminavo un po’ distante dai miei e mi guardavo attorno. Avevo paura che da un qualche angolo comparisse qualcuno di voi pronto a fare la supercazzola: “caro paolo, siamo fratelli nel dolore”. Ho tirato un sospiro di sollievo a vedere che le mattonelle del cimitero avevano lasciato spazio all’asfalto dell’esterno e che nessuno di voi si fosse palesato.

Ho fatto due volte il medesimo giro, conscio che tanto nessuno m’avrebbe visto. Mani dietro la schiena e passo da vecchio. Tra un mese tutto sarà diverso. Volevo pensare ma non so cosa ne sia uscito, però di colori sotto alle suole ne son passati. Per fortuna c’è sempre un cortile cui tornare e dove stare in infradito. Poco importa se sia solo virtuale. Vorrà dire che avremo i piedi alati!


Avrei voluto scrivere tutto questo al momento in cui ero nella bell’isola ma la tecnologia non m’ha assistito. Lo finisco adesso, in aula esagoni. Dietro la porta a vetri si distingue la sagoma di un uomo. Non entra subito, esita. Mi viene da ridere. Sicuro a quest’ora è Sbatti che prima di entrare legge e rilegge il suo nome per la sessione di laurea che ci sarà tra due settimane. Si apre la porta e….no, nessuna ragazza bellissima cazzo. Era proprio Sbatti. Allora è proprio vero. Ci sarà da festeggiare. In cortile ci sarà musica sino all’alba.

martedì 11 febbraio 2014

Ami n'obi kriòl dritu

In criòlo, i verbi “apprendere” e “imparare” non esistono.
Esiste il verbo “obi”, che significa sia “ascoltare” o “imparare ascoltando”, e il verbo “odja”, che significa “vedere” o “imparare vedendo”. Ci ho messo un po' a capirlo, quando mi dicevano “bu obi criòl dritu!”, ossia “hai imparato bene il criolo!”, smentendo quindi l'affermazione di questi falsi adulatori o semplicemente incoraggianti e cordiali guinieensi. Oppure quella volta in cui Demba, mandinga, rasta, e suonatore di Djimbè mi disse ripetutamente “N'misti obi kil cançon ku viola” - “Voglio imparare a suonare questa canzone con la chitarra” mentre suonavo nel furgone il grande classico “Brigante se more”. Immaginate il disastro, se ho capito “ascoltare” anziché “imparare”.
Credo possa essere interessantissimo chiedersi il perchè non esista un verbo che significhi “apprendere”, il perchè l'apprendimento possa essere semanticamente ristretto ai sensi dell'udito o della vista. Che poi a pensarci bene, non ci sono moltissimi altri modi per imparare le cose se non vedendo e ascoltando, magari è solo un approccio un po' più quantitativo ad un processo mentale che indubbiamente è tra i più affascinanti, oltre che tra i più difficili da formalizzare. E poi sicuramente per tutto ciò che si apprende utilizzando altri organi che non siano occhi e orecchie ci saranno altri verbi suppletivi, quindi diciamo che porsi il problema potrebbe essere una perdita di tempo.

Fatto sta che

Sto dando un corso di inglese. Due per la precisione: uno per studenti e uno per professori.
Nella biblioteca della Cooperativa Escolar Sao Josè, alla cui realizzazione ho minimamente contribuito con un pochino di manodopera tutte le volte che a Bissau sono rimasto qualche giorno dopo il weekend - per motivi che non corrispondono esattamente alla necessità di velocizzare i lavori nella biblioteca -  ho trovato moltissimi libri di inglese dei licei portoghesi dai quali fotocopio materiale ed esercizi da dare ai miei studentelli per esercitarsi un po' a casa.
My niggas
Sono stato a parlare con il direttore della scuola di Quinhamèl, Nino ah e tu ti chiami Bernardo? E allora insieme siamo Joao Bernardo Nino Viera!*
Prima di cliccare sul link consiglio di leggere quanto segue. Le foto che linko le ho trovate scartabellando nell'hard disk della ONG, ritraggono il Viera morto e trucidato dai militari cui sono succeduti gli attuali governanti golpisti. Pensavo di aver trovato una miniera d'oro e di aver scoperto un complotto, invece sono - inspiegabilmente - a disposizione del popolo guineense tutto e non solo. Pertanto ho proceduto a dissolvere qualsivoglia dubbio rispetto alla totale legalità della pubblicazione delle suddette.  
L'evocativo Nino mi ha detto che si, sarebbe proprio bello fare un corso di inglese per gli studenti! Ma potresti aprirlo anche ai professori? Ce ne sono molti che vorrebbero imparare, però il livello è proprio basico basico.
Un po' di studenti li conosco, tutti tra il settimo e il dodicesimo anno di scuola; alcuni l'inglese lo parlano meglio di altri, anche se secondo Nino il livello di insegnamento è talmente basso che tutti i ragazzi hanno gli stessi language skills. In più, ancor prima che arrivasse il giorno in cui si sarebbero aperte le iscrizioni avevo 50 studenti iscritti e 30 professori – nonostante avessi indicato in un cartello scritto in portoghese e criolo affisso a scuola che i posti fossero 10 per corso. Ma chi sono io per negare a questi volenterosi discenti le perle di un pugliese che dice ancora “bicòus” anziché “beacause”!
Pertanto ho pensato, stanti queste condizioni, che fosse sensato dividere gli studenti in due corsi – uno più avanzato e uno più basico. Questo lo avrei fatto solo dopo aver fissato una riunione con gli studenti in cui avrei valutato il livello di ciascuno. Ma che stronzata pazzesca.
Innanzitutto alla riunione si sono presentati la metà degli iscritti, e alcuni professori “che avevano capito male”, uno smargiasso che l'inglese lo sapeva benissimo ma voleva provarci con le tipelle, mostrando a tutti la sua pronuncia ammiccante e la capacità di sostenere la capacità con il titchà più scarso d'Europa. Quando ho cercato di spiegare le mie intenzioni rispetto alla divisione del corso, a parte il James Joyce dell'Africa Nera che continuava ad intervenire in inglese mentre io spiegavo in portoghese affinchè tutti capissero, tutti mi hanno risposto con degli sguardi attoniti e domande fuori posto che mi hanno fatto immediatamente abbandonare l'idea di selezionare gli studenti e decidere improvvisamente che quella sarebbe stata la prima lezione con gli studenti. A parte l'impossibilità di spiegargli che non si dice “shkul” ma “school”, seguivano tutti in religioso silenzio, nel frattempo qualcuno vedeva da fuori quello che succedeva nella Casa da Joventude e origliava curioso, mentre i più impavidi chiedevano di entrare – senza che gli venisse negato, ovviamente.
Tuttavia, leggermente urtato dalla defezione di metà degli studenti iscritti ho aspettato il giorno seguente per la riunione con i professori che, vittima di categorie mentali inapplicabili in questa terra, ho ritenuto più affidabili degli studenti.
Alla riunione sono rimasto solo, non è venuto neanche uno. Qualcuno qui mi ha detto “dovevi farlo a pagamento, e sarebbero venuti tutti”, oppure “ti devi mettere nella testa dell'africano, non incazzarti e fare in modo che si comporti da europeo”. Non intenzionato a fare nessuna delle due cose, la mattina sono andato a scuola incazzato col direttore, che con un “Esquessì!” - “Mi sono dimenticato” ha messo una pezza sul pacco del giorno prima; sono che non si era dimenticato solo di venire alla riunione con gli altri professori iscritti, ma anche di avvisare questi ultimi – un incarico del quale si è autoinvestito, e del quale mi sarei fatto carico volentieri.
Ho deciso di rilassarmi un secondo, e di fare le cose un po' più easy. Le lezioni seguenti hanno visto una partecipazione ben più cospicua, in termini qualitativi e quantitativi – più con gli studenti che con i professori. Alla domanda “how old are you” hanno risposto tutte le volte dicendo un età diversa, raggiungendo una sorta di equilibrio di Nash sul livello di 19 anni; non so se questo accade solo perchè non sanno bene i numeri, o perchè si sono resi conto che tutte le ragazze che ci sono al corso non superano i 19 anni.
Sono tutti estremamente volenterosi quanto timidi, parlano sempre con la mano davanti alla bocca e ridono due ore prima di iniziare a rispondere alle domande. Sono sicuramente vittime di un sistema scolastico di qualità bassissima, copiano forsennatamente dalla lavagna anche senza aver capito nulla di quello che è stato detto. E la cosa impressionante è davvero il fatto che il livello varia assolutamente a prescindere dagli anni di studio della lingua, più al variare del numero di canzoni di Lil'Waine e rasta jamaicani di sorta che ascoltano durante il giorno.
Ho protestato per anni contro il sottofinanziamento dell'istruzione pubblica, contro i tagli dei governi che dal 2005 si sono succeduti nel Belpaese per le mani di Moratti, Fioroni, Gelmini e Tremonti – ma quando sono finito in una discussione tra turisti spagnoli radical chic che facciamo il turismo responsabile, ma come non ce le hai le birrette? No perchè con le noccioline di qua sono proprio buone, e che palle sempre riso, ma non ce l'hai qualcos'altro – i quali sostenevano che il pubblico deve costruire scuole pubbliche e che le scuole private dovrebbero chiudere mi sono proprio incazzato. Perchè qui senza scuole private (alcune sono ex scuole di partito, altre cooperative laiche e alcune realizzate da missioni cattoliche) non ci sarebbe neanche quel poco di istruzione che c'è. I professori delle scuole pubbliche non sono stipendiati da mesi, e a ragion veduta i docenti vanno ad insegnare nelle scuole private – con rette da 2000 franchi al mese, 3 euro – a volte anche lasciando l'impiego pubblico. E le scuole pubbliche sono pienissime, per carità, le scuole private non drenano l'utenza scolastica ma nascono per sopperire alle mancanze dello Stato, contrariamente a quanto succede a nord del Mediterraneo e al di là dell'Oceano Atlantico.
Serve la rivoluzione, certo che serve. Ma senza istruzione non c'è rivoluzione, e se si aspetta che sia questo governo golpista a mandare la gente a scuola, stiamo più che freschi.

La mia ONG chiuderà a fine febbraio. Le ragioni sono molte, la verità è che questa ONG a conduzione familiare altro non è – era – che una microimpresa, dove l'impressione è costantemente quella di lavorare per i benefici di un gruppo ristretto di persone. Io e Sylvia saremo ricollocati per il mese di marzo in altri progetti, e salterà il mio corso senza grandi pretese ma che costituiva l'unica forma di contatto con la comunità di Quinhamèl dal punto di vista lavorativo. Non cambierà la vita a nessuno, magari. Ma questa ONG continuerà a possedere una struttura come la Casa de Joventude, con spazi e strumenti mai utilizzati se non per il corso di cui sopra; e questa ONG non esisterà più, così come molte hanno smesso di esistere fino a questo momento. Tutto questo con i soldi dei contribuenti o con delle donazioni, che costituiscono in questo caso uno spreco di denaro ingiustificabile.
Cosa manca qui perchè qualcosa cominci a funzionare? Forse manca un po' di serietà, forse mancano le presenze istituzionali, la consapevolezza di vivere in una comunità, in un sistema complesso; forse manca gente che si dedichi a questi progetti in modo continuativo, dalla parte di chi finanzia e di chi viene finanziato. Lo stesso Cabral, parlando del suo popolo, sosteneva che una persona non può essere lasciata troppo tempo nello stesso posto, altrimenti comincerà a lavorare male, ad approfittare delle occasioni e a rendere poco.
Ma fa davvero molta rabbia – e questo post è riduttivo da questo punto di vista – vedere come una grossa opportunità venga sprecata non solo ora, ma come sia stata sprecata sino ad ora. E diciamolo, anche vedere come il contributo profuso sino a questo momento da parte mia sarà solo un vano tentativo di raddrizzare qualcosa, se non sarà utilizzato per fini che non condivido del tutto, se non per niente, da persone che non meritano neanche le briciole.

La mentalità africana, i ritmi, quello che vi pare. Ma se “si fa molto meno di quello che si può”, forse è il caso davvero di cominciare a fare il massimo per il solo amore dell'uguaglianza tra gli esseri umani.  


Post Scriptum

Karim, lento coautore di questo blog che con le sue boutades rarefatte ha contribuito al riempimento di queste pagine, domani se ne va in Svezia e malauguratamente non potrò salutarlo come ha fatto lui con me accompagnandomi fino all'aereoporto. In Svezia fa freddo e i pomodori d'inverno col cazzo che crescono, ma so che te ne farai una ragione. Boa viagem!

martedì 28 gennaio 2014

Lima, l'anarchica




"Cristo!". Quasi mi scappa un grido. All'ultimo secondo il ragazzo schiva il paraurti e con un salto continua la sua corsa sul marciapiede. L'autista è impassibile, l'autobus continua la sua serpentina  fra le auto. Sembra la favola della gabbianella e il gatto, il pullman di dieci tonnellate che credeva di essere un vespino. 
Di quei gatti le strade di Lima sono piene. Nessuno si arrendere a non essere nato pennuto.

Proprio in autobus nascono questi appunti, dalla necessità di trarre qualcosa dalle 2/3 ore che ogni giorno devo trascorrervi per andare al lavoro e a sera di nuovo a casa, nel quartiere residenziale di Magdalena del Mar.

Fuori ormai è buio, l'aria, dopo un pomeriggio afoso, è fresca. Alcune saracinesche si abbassano, i primi piani degli antichi palazzi coloniali del centro si animano. Molti ospitano le sale di ristoranti e bar. Dalle finestre esce ogni sorta di musica, si mischia all'incessante clacson. I cartelloni che minacciano pesanti multe agli autisti  che ne facciano uso eccessivo hanno meno credibilità delle campagne dei governi africani contro la corruzione.

Io non devo avere un aspetto troppo gradevole, ma non sono a una cena di partito e poi mi sento davvero bene. Il mercato di Puente Camote da cui la sera parte il primo autobus ridiretto verso sud ricorda vagamente le immagini della Siria mandate dai telegiornali. Carcasse di vecchie auto arrugginite, case stonacate coi mattoni a vista, cani randagi che giocano fra i bambini. Tutto sfumato da una fitta polvere sollevata da ogni pneumatico che attraversa la strada di terra. Ancora la sento fra i denti e nei capelli. Il quartiere di San Martìn de Porres, nato dalla migrazione degli anni '80 è ancora un cantiere aperto. E' nato dalla fuga dalle campagne, si è sviluppato nel rifiuto della città. Un mondo a sé stante, al rifiuto ha risposto con la diffidenza. 

Oggi San Martin accentua quel vago spirito di anarchia che aleggia sulla città. Me ne sono innamorato subito. Forse è solo la passione iniziale, andrà spegnendosi con l'esperienza, i tradimenti e le fregature. Sarò solo un altro arresosi alla schiavitù della busta paga, alla tortura poco remunerativa del lavoro, sedotto da questo spirito di anarchia che impregna l'aria fino al cancelletto di casa, oltre il quale l'acqua dello scarico scende giù come in Europa. Altro che defecazione all'aperto.

giovedì 23 gennaio 2014

Dromomania



Detta anche pariomania o nomadismo o nevrosi da vagabondaggio, si manifesta o come un bisogno insopprimibile di fuga dalla dimora abituale o come un'incoercibile tendenza a vagare da un posto all'altro con fughe improvvise che generalmente avvengono senza un rapporto sufficientemente comprensibile con la situazione che lo precede, senza alcun piano e senza una meta prestabilita. Quando non è una reazione a stati di disforia scatenati da circostanze esterne, la d. è interpretata come ...

A voler leggere i dizionari si fa presto a finire nella cartella clinica.
La definirei piuttosto come incessante ricerca dell'essenziale, non necessariamente specificato. Condizione psicopatologica che ha ripreso ad affliggere l'umanità dopo una o due generazioni di sopore.

venerdì 17 gennaio 2014

A Livella (CDM)




Cari Palle,
Rileggo i nostri post in questo venerdì sonnolento..e penso che questo blog sia un piccolo gioiello. Ci sono il sogno di un mondo migliore, la nostalgia, la paura e la curiosità, le debolezze (nonché le frustrazioni) accompagnate da sforzo creativo. Anche se lontani, dispersi nel mondo non siamo altro che lo specchio del nostro Paese. Nel nostro piccolo siamo spasimanti dell’innamorata impossibile di Ciccio, quell’Italia in preda a fibrillazioni ed in cerca di un cammino, di un’identità, di un futuro. La maggior parte delle volte senza una meta precisa, trasportati da eventi che non avevavmo nemmeno immaginato nella nostra vita.
La meglio gioventù insomma. Ma a differenza di quella degli anni sessanta il Paese non lo abbiamo conquistato con le unghie ed i denti. Lo stiamo lasciando marcire... tutti o quasi..peccato..
Non scrivo da un po’ perché la Zingarata ci ha riuniti e per pochi giorni abbiamo lasciato le nostre vite da parte per tornare gioiosi al nostro glorioso passato ed alla nostra essenza di fancazzisti. Tornato in Medio Oriente la luce mi è giunta dalla Sicilia sotto le sembianze di una ninfa..ma solo per due settimane. Ora la mia quotidianità si scandirà nuovamente stressante e senza fibrillazioni nel mio paradiso di plastica.
Ammantato dal mio pseudonimo aristocratico oggi vi voglio deliziare con una storia surreale:


C’era una volta in un paese lontano lontano, un reame esotico e fatato dove le ricchezze scorrevano a fiumi, le strade erano piene di carri sfavillanti, le dimore dei signori e dei lori vassalli si ergevano in cielo colme d’oro e specchi. I nobili erano intoccabili, altezzosi e sfuggevoli nei loro lunghi abiti bianchi; i mercanti erano opulenti, affabili ed avidi; le cortigiane bellissime, da ogni parte del globo, allietavano gli spregiudicati avventori; i servi, trattati come bestie, nella loro umana erano tra i pochi con sorrisi sinceri. 

Tutta la gente del reame aveva un sogno ed una maschera. Tutti ad inseguire una felicità che forse era l’unica moneta che scarseggiava in quel non luogo. L’unica. Per il resto le valute, mercanzie e le scienze del mondo conosciuto in quel posto si riunivano e si moltiplicavano. Le genti erano innumerevoli e da ogni angolo delle terre conosciute, ma tutte accumonate da un solo Dio. Quel Dio, coniato oltre oceano, verde come le oasi, si aggirava velocissimo e frenetico per le strade e nei palazzi. E tutti erano accorsi nel reame per adorarlo e nella speranza vana che fosse la chiave della loro felicità.
In questo paradiso il Signore unico che regnava aveva voce ed ultima parola su tutto. Lui ed i nobili erano investiti di un potere mistico ed oscuro che sgorgava dalle sabbie delle sue terre. Benevolo e lungimirante aveva reso una landa desolata un centro del mondo. Ma il reame nella corsa folle verso la grandezza aveva dimenticato il senso della misura..ed aveva obliato il valore del sale della vita: l’ironia.
Un giorno una saltimbanco qualunque, proveniente dalla terra di Dio, impalcò un breve spettacolo, una farsa, che con l’aiuto dei marchingegni portati da Occidente giunse allo sguardo di migliaia di persone naviganti. La farsa era di poco conto e dipingeva il Reame come una terra dove un banda sgangherata di giovani malavitosi metteva in discussione il potere costituito lanciando ciabatte. Si lanciando ciabatte. Il Reame era dipinto in maniera imperitinente, irriverente, non degna del suo sfarzo e della sua opulenza.Ma era un quadro del tutto innocuo. Tuttavia, quel saltimbanco aveva osato troppo. La sua farsa era pericolosa per il Signore. E se qualcuno avesse osato emularlo ed andare oltre nel coltivare la pericolosa ironia del potere? E se altri altrove avessero visto quelle fandonie?  
Il saltimbanco venne subdolamente attirato dalle guardie. “Solo un controllo” dissero...Venne chiuso in galera per un anno e poi venne bandito dal Regno. Per sempre. Ma non era abbastanza. No. L’onta va lavata, non solo scontata. Il saltimbanco fu “invitato” pubblicamente a dire come l’anno in carcere lo avesse fatto maturare e crescere, come il suo crimine fosse stato compreso e che non avrebbe mai potuto nutrire rancore per il Regno che per uno slancio ironico lo aveva solo punito e bandito. Umiliato, sconfitto e cacciato il saltimbanco scomparse e con lui la sua spicciola ironia....
La continuazione di questa storia vera o verosimile sta ancora venendo scritta in quel Regno. Non c’è una morale o un insegnamento da trarre dalla vicenda umana di un uomo incarcerato per innocua irriverenza. Ma rimane una domanda. Quanto può l’opulenza e l’arroganza eclissare il sorriso e l’ironia; proprio quell’ironia che è lo strumento più semplice e potente per rimembrare che siamo tutti uomini, in baracca o in grattacielo, e che un giorno, come diceva il Principe Totò, arriverà ‘a Livella'?


Il Conte

venerdì 10 gennaio 2014

Tunisi, parte 1



Per la prima volta torno a casa a un orario decente e riesco a dedicare un po' di tempo alla scrittura creativa, riesco a farmi trasportare dalle emozioni che solo un viaggio in una terra straniera riesce a darti e a metterli nero su bianco sul mio pc. riesco a far sentire la mia voce, la mia presenza, il mio pensiero ai miei amici lontani e a quei pochi disperati che non si arrendono e continuano a leggere questo blog (come Lucia per esempio <3 ).
La mia avventura in Tunisia è appena cominciata, posso dare ancora solo le prime impressioni quindi vanno prese molto con le pinze e magari il mio entusiasmo iniziale si smorzerà col tempo.
quindi con tutto il cuore inizio a dirvi che la città in cui mi trovo è il paese dei sogni!!!
Ragazzi non so in che posti siete stati in vita vostra ma questo è veramente un sogno...un bellissimo sogno...un bellissimo sogno di merda!

Sfax è la seconda città più grande della tunisia, polo industriale per eccellenza e sede del più grande porto commerciale della Tunisia.
Detta cosi sembra una cosa coi controcazzi, il problema è che per raggiungere questi primati hanno dovuto risparmiare tantissimo sull'asfalto e sulle licenze di guida.

ora lo so che mi attacchereste il pippone che non c'erano neanche in sudamerica e in africa nera...ma immaginate Monaco di Baviera con le strade semi sterrate, con l'aggravante che qui i limiti di velocità sono visti dai tunisini come numeri da giocare al lotto e che i semafori sono decorazioni natalizie permanenti. dove non esiste la destra e la sinistra ne i sensi di marcia. credetemi quando vi dico ste cose...non costringetemi a mettere il bollo TUTTO VERO!

al momento sono in Hotel ma tra qualche giorno sarò in un appartamento e credo che le mie disponibilità di connessione saranno altamente ridotte. il wifi è una tecnologia ancora troppo costosa...al massimo trovi un cavo eternet a cui attaccarti se hai culo!

parliamo del lavoro? beh ragazzi qui il sogno si è avverato davvero! mi pagano per fare supercazzole (e qui vale la pena di usare il bollo) TUTTO VEROOOOOOOOOOOOOOOOO!
immaginate di svegliarvi un giorno e trovarvi nella più grande azienda tunisina di costruzione di impianti metalmeccanici vestito in giacca e camicia (mellone tu fai uno sforzo in più per immaginare la scena) e questi ti cominciano a fare domande sulla produzione di condotti, di spoollaggio, di pollici fabbricabili, di certificazioni di saldatura...che gli dici che non ne capisci un cazzo? no! e allora il gioco è fargli capire che non sono un incompetente e finora (non molto facilmente lo ammetto) non me la sto cavando male, e anche il mio boss se ne è accorto dandomi addirittura la gestione di una fase della fabbricazione dopo avergli spiegato come io avrei gestito la cosa...mannaggia a me che non so stare zitto...la mia dose di lavoro è immediatamente raddoppiata.

i Tunisini con cui lavoro sono molto simpatici e disponibili, ma quando si parla di lavoro provano sempre a fare i furbi giocando sulle date di consegna ecc. quindi ci si incazza, si urla, si contratta, si scrive, si firma e si torna a ridere.

ora scappo a cenare. vi scriverò sicuramente di più molto presto, domenica andrò a Tunisi e se tutto va bene avrò mezza giornata per girare un po'.

vi abbraccio
Ciccio

giovedì 26 dicembre 2013

Nel dubbio antani!

Considerando che Mellone è uno di poche parole, leggere due righe in cui diceva che dovevo essere io a scrivere dei giorni che abbiamo passato insieme l'ho visto quasi come un pippone, tanto che in silenzio ho risposto come solo Garibaldi a Teano ha saputo fare: Obbedisco

La vita di ogni giorno è fatta da da una routine di suoni a cui siamo talmente abituati da non farci quasi piu caso riducendoli al limite del percepibile, come il rumore della macchina mentre guidiamo o il ticchettio dei tasti del computer mentre scriviamo.
La cosa particolare di questa storia dei rumori è che è tarata su una particolare frequenza...cioè, noi non sentiamo solo il ticchettio del nostro computer o il rumore della nostra macchina. Provate a scrivere con il pc di un'altra persona, quel piccolo rumore all'inizio verrà percepito come estraneo, senza contare come le mani inizieranno a muoversi in quella tastiera diversa dalla vostra.
Col tempo ci si abitua anche a quei rumori che una volta erano estranei, anzi, quello che una volta era estraneo diventa il tuo quotidiano, diventa la routine. Poi un giorno mentre stai camminando risenti un vecchio suono. uno di quelli da routine...non è più quotidiano, ma nemmeno estraneo.
Per un secondo quel suono vi farà pensare a dove eravate quando lo sentivate, alle altre persone che erano assuefatte come voi. Un suono può essere la porta per un viaggio piacevole.

ci sono voluti 3 voli intercontinentali, uno spostamento inter regionale e uno intra regionale (per non considerare l'enorme sforzo che ho fatto io per alzarmi dal divano rosso e andare a rispondere al citofono di chi arrivava paragonabile a un viaggio su giove) ma ce l'abbiamo fatta.

Sarebbe stato bello essere tutti insieme ancora sotto il tetto di Casa Bertone, tutti e sette con Kycca che fa da Maestro di Cerimonia a bere,mangiare e bere.
Purtroppo eravamo solo in sei. Dopo le mazzate dell'anno scorso qualcuno ha scelto VOLONTARIAMENTE di disertare il nostro randez-vous.


Ho subito capito che cosa mi aspettava quando nel giro di 2ore avevamo fatto impazzire una cameriera e eravamo in pista di decollo a suon di bottiglie di mirto, amari del capo, creme di limoncello al magma e, lo confesso, una leggerissima incontinenza da risate.

Si sa quando si è insieme agli amici ci si dimentica del tempo e GiòFerma ha trovato questo modo originale di scandire il tempo e ricordarci della sua esistenza: Le scorregge (Petus Camunis)
Ma come vi ho detto ci si abitua ai suoni...anche a quelli di Ferma, e dall'arrivo di sabato alla partenza di lunedi non li sentivo praticamente piu...

Brindisi di benvenuto, di riconciliazione, di beviamoci su, di perchè stiamo brindando sono stati gli eterni protagonisti della fase prepartenza...e l'ultimo è stato fatto da me e Ferma alle 10 del mattino con dell'ottimo Jegermeister, anche se visto che stavamo per partire per un'impresa sarebbe stato meglio del montenegro.

ufficiale, si parte!!! io e ferma prendiamo la prima macchina raccattiamo mellone e ci incontriamo con karim ilardi e sbatti: un piano semplice, lineare, regolare...abbiamo perso circa 30 minuti a rincorrerci per pavia prima di ritrovarci nello stesso posto...si parla di 11 lauree in 6 persone...vabè

per motivi logistici si va purtroppo con 2 macchine una delle quali guidata da ferma che regala subito la prima emozione ai due copiloti uscendo fuori strada e rischiando il cappottamento del veicolo perchè doveva cancellare le foto dalla macchina fotografica.

la prima tappa è chiara a tutti, si va a Zelate di Bereguardo a rendere i nostri omaggi a uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano: Guido "dogui" Nicheli, o come tutti lo conosciamo, il cumenda!

http://www.youtube.com/watch?v=5T8huEXcYAQ

troviamo subito il cimitero e come benvenuto troviamo la merda di animale più gossa che io abbia mai visto e decidiamo di ornarla con dei fiorellini da campo! il cimitero è grande piu o meno come casa bertone e riusciamo a non trovare la tomba del nostro beniamino...11 lauree...
per fortuna troviamo qualcuno da supercazzolare a dovere ma che ci spiega dov'è la tomba e li entriamo in meditazione mistica davanti all'epitaffio "see you later"...un'altra categoria. foto di rito e partenza per l'oltre po pavese dopo una intensa conversazione con una badante dell'est che cercava lavoro in cui le proponevamo lauti compensi in cambio di palpate e cotolette per un anziano nobile pavese.

Dove siamo finiti non lo so, ma sappiate che era un posto dove avevano fatto un museo delle bambole.
perchè la gente dovrebbe farci un museo con le bambole e non potrebbe giocarci?? semplice: non esistono bambini. l'età media è 69 anni. Sbatti si esibisce in una supercazzola carpiata citofonale a un funzionario del comune per farci aprire il museo che non ha assolutamente gradito e ci ha impedito di entrare nel tempio del ludico.

la fame inizia a farsi sentire raccattiamo al volo un bel due di picche da 2 sventole che hanno la tessera fidaty dell'inps e che quando sono nate pagavano ancora col baratto e partiamo in cerca di cibo. non ci sono i bambini...figurati se c'è da mangiare. l'unico che troviamo è un tizio su un camion in collina che prova a venderci un prosciutto.

nonostante l'orario troviamo ospitalità presso una trattoria che ci fa mangiare e bere vino. (nell'attesa del primo una vita da pezzente regala emozioni con pane olio sale e chili di parmiggiano della serie mangio finche è gratis.)
tutto il personale della trattoria è stato gentilissimo con noi...ma vuoi per l'orario, vuoi per le supercazzole a ripetizione quando siamo usciti hanno chiuso immediatamente e pur di levarsi dal cazzo quei sei rompicoglioni hanno pure regalato la gazzetta a Ferma.

dopo una lunga conversazione con un vecchio leghista del posto che chiama ancora i propri figli bambini, nonostante questi siano già nonni, aver dato del terrone a mellone piu e piu volte e averci raccontato della sua magistrale carriera accademica (in cui è stato costretto a ripetere ben 3 volte la prima elementare, e reiterando piu volte questo concetto sbandierando 4 dita davanti ai nostri occhi) partiamo ancora per mete sconosciute.

non so dirvi come siamo arrivati alla penultima tappa della zingarata, ma quando abbiamo visto la chiesa abbiamo avuto tutti la stessa idea...la supercazzola dell'abbattimento!!
Crick dell'auto usati per le misurazioni, giubbottini catarifrangenti, canne di bamboo di 2 metri e mezzo, e un povero vecchio li a guardare inerme l'abbattimento della chiesa e della sua casa.

scappiamo per cercare un posto dove goderci il tramonto e ci ritroviamo in una specie di santuario completamente abbandonato bellissimo da dove si gode una vista bellissima sulle colline dell'oltre po e riusciamo a trovare un momento per prenderci bellamente per il culo tra di noi (visto che fino a quel momento c'eravamo troppo impegnati a prendere per il culo gli altri).

alla fine del tramonto torniamo a casa, anche se karim vuole bere qualcosa sulle rive del po e si ferma con la macchina sotto il ponte della becca, il ponte meno sicuro al mondo (dati istat)

dovrei scrivere qualcosa di chiusura...ma come si fa? cosa dovrei scrivere? non è una questione di retorica ma la mia zingarata è iniziata anni fa e ancora non è finita. come si fa a chiudere qualcosa che non è chiusa?

lascio chiudere al Perozzi. uso le sue parole perchè io, di meglio, non so fare!!

http://www.youtube.com/watch?v=KUz6qSK4qfk