sabato 14 novembre 2015

Per colpa dei buonisti

E’ per colpa dei buonisti che dei ragazzi musulmani stanno affiancando gli operai del comune come volontari per tenere in ordine le strade.
E’ per colpa dei buonisti che a volte, quando vanno all’ospedale, a far la spesa o in posta, gli immigrati trovano qualcuno che gli spiega le regole di quei posti.
E’ per colpa dei buonisti della banda che i ragazzi hanno trovato un posto in cui poter imparare l’italiano e la nostra cultura, dopo che parti di sinistra e chiesa avevano chiuso le loro porte, coscienti che la scuola è una cosa pericolosa.
E’ per evitare di essere buonista che uno stronzo ha rifiutato una fotocopia a un ragazzo solo perché era nero.
E’ per evitare di essere buonista che il sindaco di un comune ha intimidito un privato che voleva avviare un laboratorio di carpenteria per richiedenti asilo in un immobile che, una volta restaurato, avrebbe avuto come destinazione sociale italiani in difficoltà.
E’ per evitare di essere buonista che quell’ispiratore d’odio che parla alla radio queste notizie non le dà, preferendo inventare notizie inesistenti che screditano gli immigrati.
E’ per evitare di essere buonista che c’è chi quelle persone le isola, lasciandogli come unica fonte di dialogo quel cellulare che tanto critica.
E’ per colpa della prof buonista che nelle scuole sono disponibili libri con la traduzione in altre lingue della nostra costituzione.
E’ per colpa di quel buonista coi rasta che dei musulmani hanno dato una mano a rendere agibile l’argine del fiume.
E’ per colpa di qualche squadra di calciatori buonisti che alcuni ragazzi musulmani si son potuti inserire nel campionato di Csi, noto ricettacolo di terroristi.
E’ per colpa di cooperative buoniste che il rapporto con i richiedenti asilo è indirizzato alla corresponsabilità, occasione per abituare la persona ai diritti e doveri.
E’ per colpa dei buonisti che si rendono evidenti le differenze tra chi cerca di fare mediazione culturale in modo serio e chi non ne ha neanche la volontà.
E’ per colpa dei buonisti che i soldi stanziati per i richiedenti asilo vengono spesi per cercare l’integrazione, assumendo operatori e maestre di cui sopra, finanziando tirocini, pagando mediatori, offrendo servizi di traduzione anche ai nostri ospedali e forze dell’ordine…. per colpa dei buonisti che lavorano così che si alimenta il business, che ci va sempre bene, purché non sia con fini sociali.
E’ per evitare di essere buonisti che un gruppo di terroristi ha deciso di utilizzare le ruspe e di abbattere le torri gemelle nel nome di una qualche idea.
E’ per evitare di essere buonisti, in nome dell'”adesso basta”, che un altro gruppo di terroristi ha deciso di uccidere degli innocenti a Parigi e che oggi alcune persone vogliono una risposta militare irrazionale e senza senso sapendo che alimenterà una spirale d’odio con vittime innocenti.
E’ per evitare di crescere bambini buonisti pensanti che nelle scuole si vuole far leggere la Rabbia e l’orgoglio della Fallaci invece che Lettere contro la guerra di Terzani.
Non mi reputo buonista, perché è una definizione stupida e tento di fare il mio lavoro in modo professionale. Se però per semplicità volete trovare un nome al lavorare quotidianamente per la tutela dei diritti di tutti, per la costruzione di una società multiculturale, per il costruire anziché distruggere, allora ve la do io la parola. Buoni!
Noi siamo i buoni e voi siete i cattivi. “Mi dispiace tanto”.

E’ per questo che non posso accettare che si dica che ciò che è successo a Parigi sia colpa dei buonisti. E’ responsabilità di tutti, che non abbiamo saputo dare una risposta decente a un problema complesso in un mondo che non può più risolvere i problemi con i muri.

sabato 7 novembre 2015

FEAR AND LOATHING A NYUNZU


In questo momento storico Nyunzu, situata nell’ex provincia del Katanga,  è una delle località più alla moda del Congo. Non c’è il mare, anche se sembra di stare sempre in spiaggia, e stagione delle pioggie permettendo, c’è un sole che spacca le pietre. Non ci sono grandi bellezze paesaggistiche, è una zona pianeggiante dalla vegetazione non particolarmente lussurreggiante. Il piatto tipico è il fou fou, come in molti altri paesi africani, una specie di polenta molto più densa ed elastica, fatta con farina di manioca o mais, insomma un pappone che ti riempie ma dalle proprietà nutritive praticamente nulle. Il terreno sabbioso non facilita la coltivazione, così ortaggi e frutta non sono troppo facili da reperire, eccezion fatta per i manghi che qui abbondano (purtroppo molto più piccoli rispetto a quelli a cui siamo abituati!).

Ciò che fa di questa località l’ombelico del Congo sono i conflitti etnici, numerosi e persistenti, presenti qui e nelle regioni limitrofe. Il che ha stimolato il carrozzone umanitario a dispiegare i propri potenti mezzi, per alleviare le sofferenze anche di queste popolazioni.
I vari tipi di interventi possibili si inseriscono in un continuum che va dall’urgenza allo sviluppo, il progetto al quale lavoro si posiziona all’estremo tendente all’urgenza.

Il progetto ha fatto seguito ad un sanguinoso conflitto etnico scoppiato ad Aprile  tra Pigmei e Bantu, che ha visto sostanzialmente i primi andare a caccia dei secondi, portando quest’ultimi a darsi alla macchia o a cercare riparo a Nyunzu, dove prontamente sono stati installati campi d’accoglienza per le migliaia di rifugiati.




Il detonatore del conflitto non è stato ancora ben definito, ma secondo alcuni analisti ci sono forti tensioni politiche che fomentano questo e ad altri avvenimenti sanguinosi degli ultimi anni. Il Katanga è infatti da sempre una provincia dalle forti velleità indipendentiste, e come spesso accade tali rivendicazioni sono avanzate dalla parte più ricca del paese: miniere di Coltan, Oro e di altri minerali preziosi (chiaramente con relativi appalti a multinazionali estrattiviste straniere specialmente battenti bandiera cinese) si trovano in diverse zone della provincia, molte delle quali nei dintorni di Nyunzu.

Nonostante i mesi ormai trascorsi, le tracce del conflitto sono ancora evidenti. A Nyunzu c’è un numero considerevole di famiglie “deplacé”, le si può scorgere nei grandi stabilimenti delle ex fabbriche cotoniere, ma il grosso della popolazione è ormai rientrato nei villaggi originari. 

Tuttavia, percorrendo l’asse Nyunzu-Manono, la percezione di “normalizzazione” un po’ cambia: la maggior parte delle case (capanne di paglia e fango) dopo esser state bruciate sono ora in via di ricostruzione, e in molti casi ai muri in terra resi neri dalla fuliggine viene aggiunta semplicemente una copertura in legno e paglia. 


Nella maggior parte dei villaggi è ormai rientrata l’80% della popolazione (stima OCHA), ma percorrendo l’asse ci si imbatte (troppo) spesso in siti completamente abbandonati, vuoti, bruciati. Tra le carcasse nere delle case, si trovano sparsi oggetti di vita quotidiana, evidentemente sacrificabili nel momento della fuga. L’erba alta nasconde già i sentieri tracciati dall’uomo, e la natura cerca di riprendere il possesso di case e scuole ormai abbandonate. Lo stacco è abbacinante, nel giro di pochi km si può passare da siti sotto i riflettori del mondo umanitario, con numerose ONG intente ad offrire i propri servizi in ambito sanitario, nutrizionale, educativo, anche attraverso la costruzione di case, scuole e ospedali. A villaggi spettrali, cancellati dalle cartine, se mai vi sono stati, a causa della follia dell’uomo, e non annoverabili tra i “beneficiari” degli aiuti umanitari a causa dell’assenza di popolazione.

In alcuni casi gli abitanti non sono tornati al villaggio semplicemente perchè quelle persone non esistono più, è il caso per esempio del piccolo agglomerato di Tende. 
Sulla rotta che doveva portarci verso un sito indicatoci da OCHA per l’intervento, dopo aver deviato per alcuni km dall’asse principale la strada finiva in un villaggio, distante ancora diversi km dalla nostra destinazione. Preso il capo villaggio come guida siamo allora ripartiti, di fatto avanzando tra le sterpaglie e seguendo un sentiero appena appena praticabile a piedi (cosa che ci è successo più volte durante le prime settimane di lavoro). Dopo poche centinaia di metri improvvisamente la vegetazione si è aperta, intorno a noi colline brulle: erba verdissima e scheletri di alberi, neri e spettrali, costituivano la trama predominante del paesaggio per diversi ettari, in tutte le direzioni. Qua e la alcune foglioline verdi ci testimoniavano che la vita, nonostante tutto, continua. Giusto il tempo di chiedersi quale potesse essere stata la causa del disastro, che scorgiamo in cima alla collina una decine di case, o meglio quello che ne restava: fango secco annerito dal fumo. 
La nostra guida allora ci spiegò che qui vivevano alcune famiglie Bantù, quasi tutte sorprese nel sonno e bruciate vive dalla follia omicida dell’uomo, insieme a ettari di vegetazione circostante. Con dovizia di particolari ci raccontò da dove arrivarono gli assalitori, e in quali capanne viveva ogni famiglia. Dopodiché fu il silenzio.


Di tutto quello che ho potuto vedere fin’ora questa è sicuramente l’immagine che più mi rimarra impressa nella memoria, una cartolina dal Congo per così dire. 

Una distesa infinita di paletti neri, in un mare di verde abbagliante, e la quite opprimente, tutt’intorno un silenzio pesante, pressante, innaturale, come se quel luogo fosse in sospeso tra passato e presente, e dovesse fungere da monumento alla memoria collettiva. In un momento, è stato come se la consapevolezza della dimensione del disastro mi fosse improvvisamente diventata chiara,cristallina, come un velo che cadendo ti lascia finalmente vedere la realtà nuda e cruda.


Un cimitero sconfinato dalle lapidi nere e scarne.



lunedì 7 settembre 2015





Sono sicuro che la ricordate bene quell’ultima notte di due anni e mezzo fa alla Festa di Laurea in cui eravamo tutti insieme.

Ciccio non sapeva che qualche mese dopo sarebbe partito per il nord Africa, Karim aveva appena discusso la tesi dopo una pre-serata peripatetica (senza prostitute), Michele era ancora inebriato da Quito, Giovanni fresco di Sierra Leone usciva ancora con la Conte, Bernardo era ancora lider maximo della Pavia leggendaria che fu nostra, Ferma ancora non era diventato il nostro DJ camuno e leggeva poesie, io, in preda alle mie paturnie sentimentali, facevo le valigie per l’Arabia Felix (?).

Quella notte cercammo di scacciare la tristezza con qualche bicchiere di troppo sapendo che sarebbe stato difficile riunire tutto il gruppo di nuovo. Ed ancora non è successo. Un po’ impauriti che ci saremmo naturalmente persi. Sapevamo che il nostro cammino non sarebbe stato lineare. Tanti kilometri, aerei e città, cantieri, selve e giungle di cemento si sarebbero susseguite senza una logica apparente. Non sapevamo se saremmo stati ancora tutti qua, uniti, seppur sparsi in 4 continenti. Ma siamo ancora quel Cortile che eravamo. E senza saperlo siamo una storia degna di essere raccontanta.

Stanotte ho sognato un Natale tutti insieme (chissà quando succederà) e noi che dopo qualche anno dai saluti di quella notte epica di metà aprile ci raccontavamo di viaggi ed avventure, sorprese, scherzi, delusioni, di cadute e ripartenze. Delle nostre vite. Ci raccontavamo e ci rendevamo conto che involontariamente eravamo immersi in una grande storia. Nella Storia. Nello spirito e negli eventi del nostro tempo. Era una bella scoperta perché non sempre era stato così.

Ci eravamo spesso visti come quelli delle Scienze sociali deboli. Insomma, quelli preparati ma che si sarebbero arrabattati per trovare un posto precario e momentaneo in questo mondo che delle nostre competenze se ne sbatteva. Positivi e goliardici, ma sempre in balia di un futuro nebbioso. Nelle ipercaloriche cene a Pavia, dopo vino, supercazzole e dibattiti accesi, si parlava di tanti sogni ma raramente di certezze. L’ospitalità di casa Bertone era una delle poche. Noi della generazione Y che non avrà mai una pensione e che si trovava ad entrare nel grigio mercato del lavoro mentre il sogno Europeo si sgretolava come il castello di carte subprime che avevano costruito gli Ammmericani.

Ma nel sogno c’era un filo conduttore. Le nostre storie erano colorate e nel loro caos avevano un senso ed un valore. Nel sogno ogni volta che qualcuno parlava lo scenario si modificava e cambiava veloce come i tempi che corrono. Racconto dopo racconto, realizzavamo che siamo attori di un’Epoca. Con Ciccio, eravamo nel mezzo del calderone nordafricano che ribolle di energie che intimoriscono le nostre genti. Le nostre genti che hanno diritto alla paura dell’ignoto ma non hanno diritto all’ignoranza. Con me e Gioby, assistevamo alla crescita ed al fiorire contraddittorio di nuove metropoli, Dubai e Lima, in Paesi che fino a pochi anni fa erano semplicemente bollati come Terzo mondo ed ora invece sono invece Paesi Emergenti. Con Michele, scoprivamo che nel cuore del continente africano esistono angoli di inatteso sviluppo dove 21 anni fa l’orrore genocidario imperversava in ogni angolo di Kigali. Con Bernardo ci addentravamo nei meandri dei meccanismi socio economici di quell’Africa Lusitanofona che per ultima si è affrancata dal giogo coloniale. Con Karim, rivivevamo l’intramontabile voglia di ritorno e certezze, protesi verso il mondo globalizzato ma con un desiderio grande di quel tepore (quasi tedioso ma irrinunciabile) che solo le nostre province ci possono dare. E mi sentivo molto vicino al nostro vecchio Karim. Giovanni Ferma, dalle Alpi alle Ande, eroe dei due mondi ci catapultava in un duplice scenario: una vita da vocalist ed una vita da operatore sociale che sta partecipando ad un luminoso progetto di accoglienzza che deve essere urlato alle nostre genti teorririzzate dall’invasione dei profughi.

Era un viaggio potente, inatteso, ritmato e mai banale seppur con intermezzi di routine e scene di semplice vita quotidiana .

Il sogno, tra scenari mozzafiato e multicolori, terminava con una scena semplice. Dopo tanto vagare tra le nostre avventure arrivava quel momento che desidero tanto si realizzi presto.

Vi facevo conoscere mia moglie Anastasia.

Facevamo un brindisi tutti insieme e partivamo per una zingarata tutti e 7.

Insomma, cari Amici miei, i nostri percorsi hanno un valore che deve essere narrato . Piccoli e grandi ed inconsapevolmente tutti legati dal filo degli eventi storici che ci circondano.

Noi siamo un piccolo spaccato dei notri tempi e voglio che ricominciamo a raccontarlo.

Un post alla volta.

Il Cortile deve ritornare a raccontare e raccontarsi.

In attesa di rivivere una serata come quella dell’Aprile 2013.

Ossequi, Ossecui, Ossecqui,


Il Conte



giovedì 27 agosto 2015

The Gate: una storia al di là di ogni imbarco



Ancora deve sorgere il sole e quella notte non hai dormito quasi nulla: troppi pensieri per la testa; hai fatto tardi per sistemare le ultime cose, ultimare la preparazione del bagaglio, salutare chi ancora non se n'è andato. L'aria fuori dalle porte dell'aeroporto è fresca e umida, la temperatura minima a quell'ora e il sonno ti danno uno strano senso di nausea; non hai voglia nemmeno di un caffè.
Gli ultimi saluti, gli abbracci di chi ha voluto accompagnarti fino al banco check-in, poi sei solo. All'improvviso le spalle si fanno leggere, alzi il naso sotto a quel tabellone appeso in mezzo alla sala cercando una località lontana il cui nome è riportato sulla tua carta d'imbarco che stringi nella mano destra: il volo è in orario. Ora puoi recarti al controllo sicurezza, non si torna più indietro. Ti senti minuscolo sotto a quel tabellone che vomita informazioni su orari e destinazioni che ti senti di conoscere da sempre: Milano, Abu Dhabi, Roma, Dubai, Quito, Lomé, Maputo, Lima, Madrid, Tunisi, Kinshasa, Lisbona, Stoccolma, Catania, Freetown...

Passato il check-in ritorni, almeno per ancora un po', alla realtà che hai lasciato fuori dalle porte di vetro che ti separano dal mondo che sta fuori; quel mondo che tra poco lascerai per un bel po'. Allora riprendi in mano il telefono, leggi gli ultimi aggiornamenti su Facebook, mandi un saluto per Whatsapp e perché no l'ultimo ''selfettone'' di rito, leggi qualche notizia online e cerchi di distrarti e magari una telefonata inaspettata che ti farà sorridere a lungo. Intorno a te una piccola e insignificante porzione di abitanti del globo si sta spostando per le ragioni più svariate. Ma poi che ne sai?! Come puoi giudicare quella massa di italiani medi che secondo te si sta recando al mare in ferie? Ma la carta d'imbarco che stringi tra le mani riporta il nome di una destinazione che di vacanza e mare dice ben poco: per te lavoro gli altri che se  ne vadano a Sharm o  nella meno esotica Lamezia T.
Ma almeno ti ricordi l'ultima volta che a salire a bordo di un aereo non eri solo?

A me gli aeroporti sono sempre piaciuti. Da sempre esercitano su di me un leggero fascino di cui forse non vale la pena indagare. Da bambino non mi sarebbe dispiaciuto diventare un giorno un assistente di volo... Per me gli aeroporti sono una sorta di ''non-luogo''. In aeroporto la tua nazionalità conta relativamente, sono una sorta di zona franca, una piccola e moderna Babele dove le più disparate genti si incrociano per attimi che durano quanto il tempo di uno scalo.
E io li fisso tutti. Scruto e osservo tutti coloro che mi passano davanti, cerco di indovinare nazionalità, provenienza e destinazione; cerco di immaginarmi cosa c'è oltre al loro viaggio, quel viaggio che in parte stiamo condividendo in quanto io ancora una volta viaggio solo. Ma è tutta una casualità.

Ormai manca una manciata  di minuti all'imbarco: è tempo di ritirare le cuffie, il libro che stai leggendo, estrai il passaporto e ti metti in fila con pazienza e disciplina. Eh sì...perché tu hai viaggiato, hai studiato all'estero: quelli chiassosi e indisciplinati sono sempre gli altri.
Dietro a ogni gate c'è una storia. Siamo frammenti di umanità che circolano alla ricerca del proprio posto nel mondo, quel posto che crediamo di meritare.
Ed era così esattamente un anno fa quando, lasciandomi tutto alle spalle, varcavo un gate per andare dall'altra parte del globo. E già sapevo in cuore mio che ad attendermi, oltre alle porte di quel gate, c'era una parte del mio Cortile.





domenica 22 febbraio 2015

- Perú: Progreso Para Todos -

- Perú: Progreso Para Todos -


Lima, megalopoli di 8 milioni di abitanti con l'agglomerato urbano ne comprende complessivamente 11. 
Undici milioni di persone che ogni giorno si svegliano presto per affrontare un traffico selvaggio e senza senso. La stragrande maggioranza della popolazione non possiede un'auto; ció nonostante le statistiche riportano che ogni anno il numero dell enuove auto immatricolate aumenta del 30%. Ma il numero di patenti emesse rimane pressoché invariato.
Un continuo boom economico e sociale che avanza sulla cittá come un lento tsunami. Da alcuni quartieri semi centrali verso le municipalitá piú periferiche si espande inesorabilmente l'inarrestabile tsunami del consumismo. Lunghe vie di fast food che propongono per lo piú pollo e patatine fritte, nuovi centri commerciali che sorgono a ridosso di case nemmeno ultimate, ovunque odore di fritto misto al pesante smog.
Ma la capitale del Perú é stata, almeno secondo i limeños, la cittá dei giardini fino a pochi decenni fa.
Se domandate a chiunque vi racconteranno che i decenni del terrorismo di Sendero Luminoso furono caratterizzati da un massiccio spostamento di famiglie dalla regione andina e amazzonica verso la capitale. Il controllo dello stato non é mai stato effettivo e nemmeno incisivo, cosí la capitale e ele altre cittá della costa rappresentavano poli attrattivi per chi scappava al terrorismo rosso.
Cosí in meno di 3 decenni la cittá ha visto moltiplicarsi i propri abitanti in maniera spaventosa: negli anni '60 la popolazione raddoppió arrivando a oltre 2 milioni e mezzo. Fino a metá degli anni '50 i limeños erano meno di un milione. L'inettitudine della classe dirigente ha fatto il resto.
Il limeño tipo quando parla con orgoglio della storia nazionale parla di Perú, con ''p'' de patria. Altrimenti fuori da Lima é ''provincia''.
A me la societá limeña ricorda molto l'Italietta mediocre e spendacciona degli anni di Craxi. 

Ma ció che colpisce piú  a Lima come nel resto delle cittá del Sud America sono gli abissali contrasti socio-economici. L'immagine urbana tipica é una donna andina che chiede l'elemosina a lato di un grattacielo sede di diverse multinazionali.
Per me il contrasto piú assordante é l'immagine della propaganda commerciale che promuove un presunto modello di benessere raggiungibile da sempre piú persone. Nei quartieri dalle antiche case basse a uno o due piani sorgonono come funghi palazzoni bianchi da 11- 15 piani. I prezzi degli immobili nuovi triplicano entro i primi 5 anni e le vendite degli appartamenti nuovi si esauriscono prima del completamento dello stesso edifcio.
Il ceto medio a Lima rappresentato dai colletti bianchi é in forte espansione. Un esercito di impiegati che non possiede ancora ma sa che ha il diritto di consumare. Per cui dopo lavoro ci si ferma nel fastfood lungo la strada che ti propone junk food a prezzi non proprio popolari. Il ceto medio inizia a far la spesa ai supermercati nuovi dove anche se non ci si puó riempire il carrello bisogna presenziareogni fine settimana. Fare la spesa in un supermercato peruviano costa praticamente come in un discount europeo. Parecchio se si considera lo stipendio medio. Poi, dato che fai la spesa al supermercato perché fa figo ma non hai l'auto per trasportare la spesa a casa, al tuo servizio il supermercato ti fornisce un baldo giobane mestizo che é ben contento di portarti il carrello fino a casa. Tu, risparmioso padre di famiglia sfili per l'avenida con tua moglie tirata a lucido e i due bimbi al seguito.

Il nuovo paradigma della societá limeña é consumo ergo sum. Tutto si compra per essere consumato in maniera massiva. Io personalmente non riesco a immaginare come puó vivere una popolazione a questi ritmi: 11 milioni di abitanti che ogni giorno esige un piatto a base di carne o di pollo, consuma cibo e bevande confezionate senza pensare nemmeno alla possibilitá di reciclare la confezione di plastica. Plastica ovunque e con vita breve: un sacchetto ti serve per la spesa poi lo butti; una bottigliati serve per dissetarti poi la getti insieme a qualsiasi sorta di rifiuto, magari per strada.
L'ignoranza e l'arroganza di non comprendere che il ricliclo dei rifiuti urbani potrebbe dare reddito piú di quanto si estrae da qualche miniera nella Sierra Andina. 
Mediocritá, arroganza, pigrizia, omologazione al consumo. Aspirazione ad aquistare un suv per circolare in una cittá in cui il traffico é tanto che a certe ore arriveresti a destinazione prima a piedi.
Ogni volta che ti sposti a piedi é un'ulcera perforante. Ti tagliano la strada sulle strisce, fanno slalom tra i pedoni. Se ci si mette in prossimitá di un incrocio non si vedrá nemmeno un'auto con il faro dello stop accesso: nessuno frena, tutti passano in un continuo flusso caotico.
Allora diventi nervoso ogni volta. Allora attraversi con i pugni chiusi pronti a batterli sul cofano dell'auto che ti taglia la strada. E si si fermano per reagire? Magari mi levo il prurito dalle mani.

Altro contrasto al limite della decenza é rappresentato dalla televisione nazionale e dai contenuti dei suoi programmi. Il programma tipo é un talk show dove un branco di bianchi palestrati e fancazzisti passa ore a dibattere sull'ultima relazione di un personaggio famoso. 
Talk show i cui partecipanti hanno un quoziente intellettivo che a Marco Bettello andrebbe l'oscar insieme a Luca Giurato. ( e andatevi a cercare su Youtube chi é M. Betello) ! La conduzione sempre in mano a una gallina da brodo che ha reso benestante qualche chirugo estetico della capitale. In confronto la Venier e Alda D'Eusanio sono ragazze acqua e sapone.
Meno del 40% della popolazione limeña é bianca, eppure in tv non vedi un indigeno. Il paradigma estetico é il tipico gringo, pelle chiara e tratti europei. Eppure la stragarande maggioranza della popolazione é palesemente di discendenza amerinda. 
Mi chiedo perché non sia mai scoppiato un conflitto di carattere etnico.
Ma dalla radio e dalla tv uno spot del governo rassicura con una bombardante propaganda che promette in continuazone: Perú, progreso para todos.




















giovedì 20 novembre 2014

Glicine, gerani e zingarate

Forse ci eravamo abituati che volevamo troppo da queste righe. E qualche volta quando il cuore è pesante e le rive italiane ci mancano ci avrebbe fatto piacere scrivere, ma abbiamo una sorta di ansia da prestazione… come se non ce ne fosse già abbastanza nell’affrontare questa vita.

Però adesso non mi interessa se scriverò bene o male. Ho solo bisogno di sedermi a un tavolino di legno del cortile e scambiare due parole con voi, seduti su sedie di vimini sfilacciato. Un fiasco di vino e sette caffe, uno lungo.

domenica 7 settembre 2014

In punta di piedi

Per combinare qualcosa nella vita, bisogna svegliarsi presto la mattina; ma non è che se uno la mattina si sveglia sempre presto deve combinare per forza qualcosa.
E' capitato in questa magica estate pavese che alle 8:30 del mattino uscissi di casa per la seconda volta nella giornata, diretto all'autobus che (fortunatamente non proprio) tutte le mattine mi ha portato a Milano Famagosta, e senza che questo rappresenti ineluttabilmente un'ipoteca su un futuro affermato e brillante.
Ho passato tutta l'estate a lavorare, tra Pavia e Milano, salvo fugaci (e purtroppo insufficienti) raid per cercare di sopperire alle difficoltà causate dall'impervia geografia dei miei affetti, in alcuni casi irraggiungibili. Il viaggio è diventata un po' una costante da qualche tempo, sopratutto da quando si è reso necessario per colmare un grosso vuoto la cui dimensione corrisponde più o meno alla distanza tra questa penisola e quella iberica, e forse qualcosa in più.

Nel frattempo, a Gaza i palestinesi resistevano ingabbiati come topi all'offensiva israeliana; in Ucraina il conflitto tra filorussi e fascisti mascherati da europeisti faceva tremare le sabbiose fondamenta dell'Europa politica; l'autoproclamatosi Califfato tra Iraq e Siria miete vittime, spaventa e ci ricorda gli errori fatali commessi dall'occidentalismo sfrenato; l'ebola miete vittime tra le superstizioni e i timori di chi guarda l'Africa solo quando rappresenta un pericolo per il proprio giardino immacolato. E mentre gli aerei cadono come ciliege d'estate, mi preparo a far scattare le molle tenute schiacciate per troppi anni sotto il peso del fieri di una vita che spesso sembrava di non poter controllare, ma sempre al servizio di una causa, una sola.
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Pavia ad agosto non mi ha mai entusiasmato, per usare un eufemismo; eppure in questi ormai cinque anni in cui la ridente provincia lombarda è stata il mio domicilio (più o meno) fisso, non c'è stato anno che non mi abbia visto convivere almeno per un po' con le sempre infallibili zanzare padane e con i pochi pavesi superstiti.
Qualche settimana fa i cortigiani di questo blog, non tutti purtroppo, si sono ritrovati sotto il tetto di casa Bertone restituendole l'atmosfera di una volta. In fondo le pareti non fanno una casa in quanto tali, di per sé questi sono luoghi senza spirito, a discapito degli inutili tentativi di far sì che si verifichi il contrario. Di contro, non è difficile ricreare le situazioni familiari, come se fossero state lì pronte a saltare fuori da un divano rosso o dal pensiero di una zingarata, da una discussione sul Medio Oriente o sulla giustizia universale, tutto chiaramente contornato da riproduzioni filmografiche cult e litanie pseudocomiche.
Tutto mi ricorda che da questa città, in realtà, sono andato via un anno fa.
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Insomma, tutto 'sto casino di maldestri tentativi di apparire laconico e nostalgico, sensibile e passionale per dire che smollerò gli ormeggi.
Vado a Lisbona, per approssimativamente due anni, per un Master in Sviluppo e Cooperazione Internazionale. Domani.
Parte di 5 anni rinchiusi in 6 colli affidati
forse avventatamente a Transitalia SpA
E' piuttosto difficile elaborare il modo in cui sto vivendo questa scelta; infatti penso che non lo scriverò e vi risparmierò questa supercazzola. Oscillare dall'entusiasmo puro al peso delle incognite è una spinta non indifferente (ecco, alla fine l'ho fatto) a far sì che tutto vada nel verso giusto, come se fosse possibile controllare questo genere di cose.

Qualche post fa, dicevo che la Guinea Bissau – tra le innumerevoli cose – ha messo una bella pietra sopra a quello che sicuramente nella mia vita non voglio fare. Il che rappresenta senz'altro una scrematura rispetto alle inclinazioni maturate in questi intensissimi anni; e proprio perchè sono passati in un baleno, sono anche stati determinanti nel rendermi quello che sono e nel guidarmi lungo le asperità che mai hanno fatto senitre la propria mancanza. Quello che è arrivato a Pavia non è lo stesso che se ne va, dai chili in più alla voglia di riversare energie e rabbia in sfoghi (quasi) sempre proficui, almeno nelle intenzioni.

Gli anni del Coordinamento sono stati indescrivibili. I compagni, le compagne, le lotte, i compromessi, la fatica, i manifesti, le gambe come molle, la direzione sempre uguale, i compromessi, quelli piuddesinistradete, le pulsioni dei movimenti e la costanza della rappresentanza sono stati di gran lunga l'esperienza più significativa della mia vita; è inevitabile che tutto questo crei la nostalgia più grande nel lasciare questo posto.
Ma è stato proprio questo a orientare le mie scelte fino a questo momento, compresa questa, insieme a tutti poli gravitazionali sparsi sul globo terracqueo; alcuni di essi esercitano una forza incredibile, e assecondarli diventa irrinunciabile, qualsiasi cosa questo comporti.

Mi sto riposizionando nel complesso reticolato delle idee e degli affetti, assecondando le ragioni del cuore, che sono mille e nessuna, a volte travestite di una razionalità che non gli appartiene.
Dopo aver salutato - un po' a random -  i luoghi e le persone che mi hanno accolto in questi anni, da lunedì, dall'altra parte dell'oceano ci sarà di nuovo un altro continente lontano.

Me ne sto andando da qui così come sono arrivato, in punta di piedi; ma seguendo la stessa direzione che mi ha guidato lungo questi bellissimi anni, che hanno caricato delle molle pronte a scattare, proprio come quelle del "dado che cammina". Senza cambiare mai rotta, senza mai rompere la fedeltà verso sé stessi e verso il motivo che crediamo ci abbia messo al mondo, a partire dal momento in cui abbiamo deciso di farne parte. 

Non un passo indietro.
Mai una resistenza rispetto a quello che crediamo sia giusto.

[...] le ragioni del cuore sono le più importanti, bisogna sempre seguire le ragioni del cuore, questo i dieci comandamenti non lo dicono, ma glielo dico io, comunque bisogna stare con gli occhi aperti, nonostante tutto, cuore, sì, sono d'accordo, ma anche occhi bene aperti [...].
--Antonio Tabucchi
dal libro "Sostiene Pereira. Una testimonianza" di Antonio Tabucchi





mercoledì 6 agosto 2014

Il Lento Ritorno


Cari Palle,

Mentre ci avventuravamo verso la Certosa si diceva: “..perché non ridare al nostro piccolo angolo web ancora una speranza..”. Va bene l’immediatezza della messaggistica istantanea ma come mi sono fermato a pensare tornando in Italia voglio fermarmi con voi e condividere qualche pensiero.

Sono in una fase di disordine mentale quindi perdonate lo stile impressionista. 

Abbiamo sempre voluto partire. Andarcene. Esplorare. Scavallare la collina e volare verso l’”Infinito”.
 
Siamo quasi tutti via ormai e chi è rimasto lo fa per ripartire verso sud. Presto. 

Perché siamo partiti? Facile, per spirito di avventura e necessità, per curiosità e rifiuto. Perché rifiutati dalla nostra civiltà in declino. Perché non ci andava di rimanere a spasso in Italia.Negli androni dei nostri cortili pavesi quante ore passate a disprezzare il nostro provinvialismo italiaco..quel desiderio di calma e tranquillità pilatesco, che portava la maggior parte dell’Italiota medio a rintanarsi nel suo mondo piccolo? Quella inerzia complice che aveva portato il Paese in rovina da Craxi in poi.

Siamo partiti senza guardarci indietro. A volte una fuga veloce in patria ma solo per farsi ricarburare la voglia di partire. Un eterno ripartire. 

Eppure no...io questa volta sono tornato. Non ho solo preso un aereo per una fuga a casa. Ho voluto vedere tutto con occhi da straniero. Ed è stato diverso. Tanto.

Da qui in poi forse solo Ciccio mi potrà comprendere del tutto.

Da due anni non vedevo un’estate, o simil tale, italiana...Ah L’Italia, quella puttana che mi aveva scaricato e dalla quale con me ne sono andato incazzato, ancora una volta mi ha riconquistato. E forse ancora sogno un amore impossibile con lei..

Sfortunatamente non è cambiato nulla. I politici sono delle fecce. Non c’è lavoro. La gente si lamenta e subisce. Il futuro è vago.

Ma questa volta la prospettiva era diversa per me. Me lo sono imposto.

 Fortunatamente alcune cose, almeno nelle mie Marche, non sono cambiate. I legami sociali forti (nonostante la macelleria sociale della crisi). Il sorriso. La giovialità. L’ironia e la genialità. L’onestà paesana. L’essere fieramente grezzi.

La voglia profonda di una vita semplice. 

I tre ruote della piaggio che salgono pieni di fieno le colline. I casolari con gli animali da cortile. Gli agriturismi ovunque. La religione del cibo e della vita sana. La terra ed i suoi prodotti. I pettegolezzi piccoli. Il gusto annoiato di una vita semplice. Questo sapore io non lo avevo mai apprezzato, anzi lo avevo sempre ributtato, disgustato ed altezzoso. Io, di cultura e palato fine. Io aspiravo a qualcosa di più grande che desse un senso alla complessità globale.  Ma aveva ragione Bilbo Baggins: It is no bad thing to CELEBRATE a simple life.

Sono nato in un paradiso da difendere e non me ne sono mai accorto. E questa volta non me ne sarei affatto andato...

Sarà il rifiuto del futuro che qui vedo incarnato, maligno e vicino. Sarà l’avanzare funesto di un oriente militarmente ed economicamente aggressivo. Sarà la stanchezza della vita lavorativa metropolitana che macina il tuo tempo e ti espropria del potere di metabolizzare la realtà. Sarà solo la nostalgia ed il bisogno innato di protezione ed amicizia, quella vostra. Sarà solo debolezza.

Ma le mie colline mi hanno riempito di un bisogno estremo di tornare. Perché quel che ho buttato alle spalle ha un valore che non avevo mai compreso. Tornare, perché quello stile di vita ha un senso profondo, non provinciale: quello di attribuire valore al tempo che scorre lentamente..Il tempo l’unica cosa, insieme all’amore, che non si può comprare..

Il miraggio di un mondo lontano che aveva tutto da insegnarci è svanito da tempo in me.. noi popoli del sud dovremmo reinsegnare un po’ al mondo come vivere la vita..con lentezza.. 

Lasciatemi sognare che ci ritroveremo tutti noi, magari non troppo lontano da oggi, in un luogo del mondo dove potremo vivere una vita lenta e semplice..


CDM

martedì 5 agosto 2014

Resurrectio Pueris



Tutti sanno ke il cortile non è morto!
Tutti sanno ke il cortile è vivo e vegeto!
Non sarà affollato, è vero, ma di sicuro non è deserto.
Quello che è veramente morto stasera è il mio internet, il che non mi porta distrazioni di alcun tipo lasciandomi da solo nel mio appartamento tunisino a pensare, ad abbandonarmi nei ricordi con musica paranoica annessa come si conviene fare in questi casi.
Quello che è momentaneamente morto è Ciccio Alè, il ragazzino di 30 anni che tutti sanno ke all’occasione diventa in pochi secondi un 17enne…anche se a volte la ripresa dalle bravate liceali è più lenta.
In questo momento sono Francesco, quello che lavora, quello che si spaccia per una persona seria, quello che torna a casa impolverato.
In verità anche da bambino tornavo a casa impolverato e mamma Rosalba non la prendeva benissimo, ora invece è quasi contenta quando mi vede al pc pieno di polvere al rientro del lavoro.
Certe abitudini sono morte dando vita a nuove abitudini opposte.
Per me stare a Pavia era diventata un abitudine. 
Era un’abitudine lamentarsi del nulla, del freddo, del caldo, di quando fosse monotona, buia, noiosa.
Ero nel centro della pianura padana e sognavo il mare il sole e il caldo.
Paradossale che anche questi pensieri siano morti dando vita a pensieri opposti.
Sarà questa mutazione stile DR Jackil e MR Hyde, sarà il buco dell’ozono o sarà che quando sono riuscito a scappare dal lavoro sono tornato proprio a Pavia, a rivedere il cortile (non prima della mia classica overdose di “magic bowl” organizzata all’ultimo secondo).

Non so quante volte in 1 minuto una persona sbatta le palpebre…io ero a casa bertone e in un battito di ciglia ero in africa a lavoro, il battito dopo ero tornato a casa dopo 7 mesi…poi una serie di battiti e in ognuno c’era qualcuno di voi con lo sguardo attonito, il viso sorridente e una vita da raccontare, una vita dove sono solo un alone presente nelle storie raccontate.
Dagli occhi di Salvo che viaggiano velocemente tra il mio viso e il PC a quelli di Mari che mi vede per la prima volta con quel pizzico di curiosità, dagli sguardi di Mic Bern e Karim complici e bramosi di scoprire cosa sarebbe successo a quelli impregnati ancora di Africa di Gianna, dallo sguardo vispo di Elena Manca a quello un po stonato di Maso, dallo stupore dei poveri folli che pensavano di aver visto il mio sosia aggirarsi per l’università a chi vedendomi non si è mai accorto che non ci sono stato.
Lo sguardo di Elena e Giulia che ti pensano quando vedono quella sedia, gli occhi ebbri di Carletto Bilello e Cecilia (anche se non credo che i miei fossero molto piu sobri), la vicinanza con l’espressione di Davide vittima come me della vita e la morte del proprio alter ego.
A volte mi sforzo a tenere gli occhi aperti per godermi ogni attimo…ma il tempo è poco e devo chiuderli e andare oltre.
Quanti secondi sono passati, quanti me ne restano per finire il minuto, posso sbattere ancora velocemente le palpebre e vedere ancora occhi…quelli rossi di lacrime di mia madre e mio padre, quelli increduli delle mie nipoti e delle mie sorelle, e poi gli amici storici di giu e gli amici di su che vivono giu.
Mi sono rimasti pochi secondi, sbatto ancora più veloce, tipo effetto luce stroboscopica, ora sto cercando uno sguardo e resto deluso ogni volta che apro gli occhi e non lo trovo. Mi scende una lacrima per lo sforzo del battito, vedo appannato, mi sfrego le palpebre con un dito e quando è tutto nitido non c’è piu nessuno, mi accascio, getto un urlo, mi aggrappo al suolo mentre sprofondo sotto terra, giuro di ritornare, mi manca il respiro, ritrovo quello sguardo e col sorriso muoio! 

sabato 19 aprile 2014

Home sweet home




Oggi in Casa Bertone si ironizzava sul parenne casino che regna sovrano, e sul fatto che ogni inquilino lascia-dimentica sempre qualcosa di suo. L'arredamento risulta così l'insieme delle diverse generazioni di frequentatori, ufficiali ed abusivi, che si sono susseguiti nel tempo.
Ad un certo punto un sorriso furbetto illumina il viso di Kycca, di quei sorrisi che nascondono pensieri del tipo "ora sta per succedere una cosa super carina!!!", e mi invita ad andare a cercare sul suo soppalco un fantomatico pacco di robe mie stipate li da tempo immemore.
Con un po' di scetticismo, e dopo qualche acrobazia, riesco a recuperare il famoso e pesantissimo pacco e a portarlo in soggiorno (quello che praticamente è stato "camera mia" da dicembre ad oggi).

Aprire quel maledetto pacco è stato come aprire un vaso di pandora, come fare un viaggio a ritroso nel tempo, ed essere catapultato esattamente 9 mesi fa.
In 9 mesi tante cose possono succedere, puoi fare un figlio per esempio, oppure possono cambiare radicalmente la tua vita e quella di tanti altri. 9 mesi possono essere tanti o pochi, ma se tu e i tuoi più cari amici siete a cavallo tra università e lavoro, beh, 9 mesi possono fare la differenza!

In quel pacco c'erano vestiti che credevo perduti, passioni mai coltivate, oggetti mai usati, di quelli che compri sicuro che prima o poi li tirerai fuori al momento giusto, e che immancabilmente rimangono a fare la muffa dimenticati in qualche angolo della tua mente.. e poi libri, appunti, fotocopie, documenti..

Ad avvolgere tutto questo un profumo d'estate, una sensazione di quotidianeità, il sapore del caffè in bocca (rigorosamente miofino), e sono tornato per un attimo in quei cortili, in un tempo in cui le nostre strade non si erano ancora divise in modo così evidente. L'idea di ritrovarci tutti in terra Latinoamericana era solo una lontana utopia, e gli unici echi lontani venivano da Dubai..

Tante cose sono cambiate da allora, oggi sono l'unico rimasto in Italia, e guardandomi intorno ho avuto l'ennesima conferma che Casa non è un luogo fisico, gli oggetti e gli indirizzi non contano nulla.
Casa mia è fatta dalle persone, dai ricordi e dalle esperienze condivise, è un trampolino di lancio ed un porto sicuro allo stesso tempo. Nonostante sia un non-luogo è costruita su solide fondamenta, non esiste calamità naturale che possa distruggerla. Rispecchia la precarietà e la mobilità alle quali per certi versi siamo obbligati da questo sporco mondo, che ci vuole sparsi per i continenti, ma senza riuscire ad allontanarci.

Per questo nonostante tutto sono sereno, Casa mia può essere ovunque.

giovedì 17 aprile 2014

Il realismo fantastico viene a bussare

Venerdì 18 aprile 2014. Sono in cima al mirador, sul cerro di sant’Apollonia. Guardo le montagne attorno. Sono alte ma non sono minacciose, sembrano colli. Il cielo è pieno di nuvole e il sole filtra con parsimonia. È la prima volta che vengo così in alto e mi concentro sulle alture. In lontananza vedo il contorno di una montagna dal colore diverso. Immagino sia la luce che lo fa apparire differente. Poi guardo meglio, rifletto sulla direzione e deduco che possa solamente essere la zona della miniera.

Tra le voci dei miei amici filtra una frase: “Giò, è morto Marquez”. Caspita, mi coglie impreparato. Avevo seguito poco la sua degenza ma non me lo aspettavo. Che poi forse è sempre stupido stupirsi e rimanerci male in questi casi. A pensarci adesso però, sul pavimento della stanza buia e con un bicchiere di rum a fianco, assaporo l’affetto che attraverso i suoi mondi si è depositato dentro di me.

Ce l’ho stampata in mente quella montagna mangiata da un mostro che l’ha resa la miniera a cielo aperto più grande dell’America Latina. Vorrei tanto che fosse uno dei tanti mostri dei suoi libri, quelli che arrivavano sotto forma di latifondo o di quelle porcherie lì e che sconvolgono interi villaggi per poi rimanere solo un ricordo quando finisci di leggere il libro. Ho paura però che così non sia e non posso che masticare amaro pensando a tutti quelli che in questo libro ci stanno ogni giorno, come alla voce della donna che qualche ora fa mi raccontava di quanto sia difficile opporsi al mostro rischiando la vita ogni giorno, sentendosi soli.


Lui lo sapeva, perché era un compagno raro. L’amore, la denuncia e il piacere di raccontare.

lunedì 14 aprile 2014

Migrante che vai.... paese che trovi



Giovedì 10 Aprile '14


Mi trovo su un treno che viaggia da Novara a Mestre. Oggi compio 28 anni e mi prendo queste 3h abbondanti di viaggio per scrivere qualcosa per il nostro Blog.
Non voglio farvi una sintesi delle 7 settimane che ho trascorso in Svezia, siamo gi? stati in contatto ogni giorno via Whatsapp. Non vale la pena nemmeno fare un bilancio del tempo trascorso nella Sveland. Piuttosto vorrei condividere con voi qualche spunto che ci riguarda.

Come sapete ho trovato alloggio a Falun grazie a un amico molisano che conobbi gi? nel 2011, lo chiameremo C. Questi mi ha trovato il contatto per subaffittare a un prezzo pi? che amico, direi quasi regalato, presso la casa di un insegnante romano di 32 anni, che chiameremo G. C. e G. sono amici di un ingegnere siciliano di 43 anni, detto M.z che vive e lavora in Svezia da almeno 8 anni. La prima sera ci organizziamo per una pizzata a casa di C. e della sua compagna tedesca, severissima ma quasi mai in uniforme. Mi presentano M. un ex militante di Lotta Continua che ha deciso di calmarsi un po' dopo che la prima moglie svedese lo ha denunciato per maltrattamenti su un minore (mi ha spiegato che sottrasse l'I.pad alla figlia di 8 anni mentre questa faceva resistenza pi? del dovuto; Svezia, inferno - paradiso). M. ora si ? risposato con un'altra svedese che in queste settimane metter? al mondo un bambino. Lavora come maestro in una scuola materna, e durante il week-end lavora come barista in una birreria. Dice che, da gran lavoratore piemontese che ?, alla scuola materna non si stanca a sufficienza; l'anno scorso ha superato i 50, si trova in Svezia da almeno 15 anni e ancora stenta a parlare l'idioma nordico: dice che gli fa schifo.
Ma durante la cena non siamo solo italiani, ci sono anche 3 compagne svedesi e la tedesca. Tuttavia il tono di voce imperante di noi connazionali, e la necessit? di esprimerci liberamente fa s? che siamo ancora noi italiani a farla da padroni quando si tratta di fare ''serata social''.
Dopo quella pizzata ho condiviso con questi migranti italiani molti altri momenti. Un po' perché non era pi? tempo per fare festa con gli erasmus, un po' perché quando stai all'estero poche cose sono ricuoranti come una serata a sparar cazzate con qualche connazionale (anche se alla fine si parla sempre di calcio e di foka). Ma cosa c'? di meglio di una buona cena tra amici e quando il livello alcolico sale tutti in sala a spararsi un bel mix del meglio di Andrea Di Pr??
La maggior parte delle mie serate svedesi le ho trascorse con italiani, e queste si sono sempre rilevate le pi? divertenti. O per  lo meno quelle in cui si ? mangiato meglio. Anche se questa scelta mi ha precluso l'opportunit? di buttar il naso un po' fuori dal solito giro. Ma gli amici italiani che ho conosciuto in Svezia sono tutti diversi fra loro; e per et? e per estrazione sociale. Perci? mi domando cosa ci unisce? Noi italiani non siamo un popolo particolarmente patriota, forse  tendiamo semplicemente a "far comunella" come si di a Roma...
Siamo un popolo contraddittorio noi italiani: lasciamo il nostro paese perché immaginiamo un futuro migliore ma non siamo disposti a metterci in gioco fino in fondo. Viviamo, studiamo, lavoriamo all'estero per anni ma siamo sempre pronti a sfottere le abitudini dei popoli che ci ospitano; spingendoci a dire che la loro lingua suona ridicola. Quando si esce a cena con amici 2 su 3 si va per un ristorante etnico; all'estero faremmo carte false per una margherita come si deve o un espresso decente...
Un po' come amava affermare qual capoccia da un balcone della Capitale: Italiani popolo di eroi, santi, poeti e trasmigratori.

martedì 8 aprile 2014

I Sud sono una invenzione dei Nord

A una settimana dal rientro in Italia, finalmente riesco a prendere il coraggio a due mani per scrivere qualcosa su questo rientro al quale faccio un po' di fatica ad attribuire un qualsiasi odore o sapore. 
Grazie al cazzo - mi direte - è un rientro, mica una zuppa.

Lasciamo un Paese in piena campagna elettorale. “Lo sai che in Guinea Bissau abbiamo due carnevali? Durante il primo sfilano i carri e le maschere, durante il secondo candidati con auto starnazzanti. E ta ngana djintis – ingannano la gente”.
Le elezioni presidenziali e governative si dovevano svolgere a novembre, ma l'iscrizione ai registri elettorali unita al congresso di quello che fino al 94 era il partito unico hanno fatto slittare la data prima a marzo, poi ad aprile; con il sommo rammarico di perdersi questo momento vissuto da tutti come un evento eccezionale, ciascuno schierato col suo e a difenderlo in tutti i kandonga e nelle bancadas. Si presentano in 14 candidati, ma esistono solo 10 partiti. Kumba Yala, presidente nel 2000 dopo aver sconfitto il regime di Nino Viera nella guerra civile e creatore del primo grande partito dall'avvento del multipartitismo e alternativo al PAICG, il Partido de Renovação Social, questa volta sostiene un candidato diverso da quello sostenuto dal suo partito, Nuno Gomes Nabiam. Kumba scompare in circostanze poco chiare, qualche settimana fa; qualcuno dice che se lo sono portato in Nigeria, qualcun altro che è in Guinea Bissau e che verrà processato per un reato non noto. Muore di infarto qualche giorno fa. Nuno Gomes Nabiam indossa lo stesso cappellino tradizionale dell'etnia Balanta che ha sempre contraddistinto il guerrafondaio che si erge a eroe della patria, ora stroncato da un malore - stando alle fonti ufficiali.

Questa volta ci troviamo davanti alle prime elezioni in cui i candidati non hanno raggiunto la fama in quanto fautori dell'indipendenza unilaterale, dichiarata nel 1973. Questa volta c'è candidata l'élite intellettuale. Ma nei villaggi si vota per l'appartenenza etnica, o per un sacco di riso. L'elettorato dell'interno del Paese è un elettorato facile da spostare, molto attaccato ai personaggi storici che hanno segnato la rivoluzione, che continuano a vegliare su un popolo sconquassato dagli strascichi di una guerra che li ha liberati dai tuga, i portoghesi, e che adesso qualcuno ha il coraggio di rimpiangere. Un popolo pacifico che riesce inspiegabilmente ad avere ancora fiducia nei responsabili di guerre civili e colpi di Stato. 
Non scompaiono ancora le figure che hanno condizionato il nascere e gli esiti di una guerra civile inutile e dannosa, che ha lasciato delle ferite ancora aperte e che ha fermato quella che sembrava essere l'emancipazione di un Paese, almeno ai più ottimisti. Bissau ka na diskansa inda – Bissau non si è ancora ripresa.

Non scompaiono i candidati che piacciono all'esercito, la divisione è tra governativi e antigovernativi. Carlos Domingos Gomes detto Kadogo, presidente esiliato dopo essere stato deposto dal colpo di Stato guidato tra gli altri dal colonnello Antonio Indjai (già coinvolto nella guerra civile contro Viera nel '99 e supportato dai separatisti della Casamança senegalese), divide l'opinione pubblica con il suo ipotetico ritorno. Qualcuno tra gli elettori del suo partito – il PAICG – dice che ha fatto il suo tempo (senza neanche essere riuscito a governare pur avendo vinto al secondo turno), che il suo ritorno comporterebbe solo il nascere di nuovi problemi che distoglierebbero l'attenzione dei vigli governanti che amministreranno la cosa pubblica, che non ci sono garanzie per la sua sicurezza, e via giù con le scomode conseguenze di riportare in patria un folle che si è sognato di vincere le elezioni presidenziali. Il suo principale concorrente dell'epoca, Manuel Serifo Nhamadjo e attuale presidente della Repubblica, nel 2012 dopo il ballottaggio sfrutta i malcontenti di una piccola elite militare per salire al potere illegittimamente, avvalendosi dell'inazione che aleggia intorno ad un weak state come la Guinea Bissau. La comunità internazionale rimprovera, l'ECOMIB non riconosce il Governo golpista sin quando lo stesso non piega la testa davanti alla proposta, avanzata dalla comunità di Stati dell'Africa Occiedentale, di formare un Governo di transizione, con le opposizioni dentro in attesa di nuove elezioni. Il risultato è un governo di corrotti pressoché senza opposizione che ritarda il processo elettorale e rifà le strade un mese prima dell'ultimo appuntamento elettorale. 
Grandi intese e trucchetti da sindaci di provincia non sono un unicum della politica italiana.
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All'aereoporto di Bissau ci tocca riaprire le valigie – il controllo è empirico in assenza di scanner – ma il solo fatto che siamo (stati) volontari ha dissuaso i solerti uomini dell'ordine dall'approfondire eccessivamente il contenuto dei nostri bagagli, pieni dei panni regalatici da Raul, dei vestiti sporchi consumati dalla stagione secca, dai pilòn, i pente, le cianfrusaglie e i regali da portare a casa.
Qualche sigaretta di nascosto con i vigliantes nello “stanzino vip”; stavolta il tabacco ha un sapore diverso rispetto a quello fumato in autunno a Malpensa in attesa dell'aereo di andata. Sarà che stavolta una stecca di Marlboro costava sei euro anziché cinquanta.

L'aereoporto di Casablanca aiuta forse a spezzare, non si capisce bene da che parte siamo del Mediterraneo a momenti, tanti turisti dopo tanto tempo, tanti bianchi, il francese, i giardini curati, i pavimenti che riflettono la luce, il fresco, la gente in giacca cravatta e soprabito. Una specie di camera iperbarica.

Il saluto. L'impressione netta di dire arrivederci per poi rivedersi davvero, e continuare da dove ci si è fermati - il che non impedisce alle lacrime di varcare la soglia che le rende visibili. Insieme a qualcuno, senza qualcun' altro, in un altro posto o negli stessi luoghi, ma questa volta poco importa.
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Il viaggio per la Penisola è tutto un sonno.
L'arrivo è un dormiveglia dopo un sonno lungo e pesante, come anche i giorni successivi.
Casa Bertone è la stessa, i divani rossi, i soppalchi, i coinquilini presenti e passati che in qualche modo hanno sempre un posticino tra la polvere e le superfici originarie, e lo stesso vale per gli avventori più affezionati. Per disfare le valigie ci vogliono giorni e molte lavatrici, mentre basta molto meno per riabituarsi ai ritmi e alle abitudini di una casa di studenti. Anche Radio è la stessa, alla sera, durante l'assemblea dei soci. Lo è la gente del Coordinamento, le facce di sempre ma sempre fresche, la plenaria, la cena con un “vecchio” amico.

Le domande erano attese e temute da mesi, ma aiutano a metabolizzare. Qualcuno chiede “Cioè ma davvero te lo volevo proprio chiedere, ci ho pensato per sei mesi, caspita, ma davvero mi vuoi dire che mangiavate riso tutti i giorni?”, qualcun' altro è interessato a sapere com'è sta storia del presidente della ONG in prigione, ma sto stronzo, ma tu pensa un po' che roba.
Io me ne torno a casa con un altro anno da recuperare nella folle corsa all'adempimento degli studi nei sogni di una vita, o nella speranza di fortuna, e con un pezzetto in più a comporre un puzzle senza istruzioni né riferimenti. Con una finestra davanti, al di là della quale si aprono strade nuove e percorsi possibili.
Non ho trovato la ricetta del mondo nuovo e giusto, ma almeno parto dagli ingredienti che ne impediscono la riuscita. Non ho visto le cose funzionare bene, non ho elaborato il sistema definitivo, se penso al “mal d'Africa” di mali me ne vengono in mente tanti tra quelli che affliggono il continente più bistrattato del pianeta.

I panni colorati mi ricordano gli abiti ampi, le tavole rozze, le strade polverose, gli odori forti del mercato di Caracol, i raffazzonati mezzi di locomozione, le folle, i palazzi coloniali, le discussioni accese, la stanchezza ad ogni piè sospinto, i tratti duri, quelli più dolci dei bambini.
Sono immagini che spero non svaniscono, come il briciolo di consapevolezza in più che pesa come un macino nello zaino. Penso di aver capito molto di quello che voglio fare, ma sopratutto di quello che non voglio fare, che farò in modo che non succeda intorno a me, di dove voglio collocarmi nella mappa sconfinata che si articola nel sistema complessissimo in cui viviamo.


Gli amici lontani mandano segnali ad andamenti alterni, la conversazione digitale porta come oggetto “depression international”. Qualcuno di loro è logorato, o almeno pensa di esserlo, qualcun altro è rinvigorito. Io sono ripulito, lavato. Ancora non ho visto il mio Sud.

E nel cortile che ha ispirato i racconti di questi mesi, che ha tenuto insieme i pezzi, ancora non sono riuscito a metterci piede.  

giovedì 27 marzo 2014

Il cortile verso l'ombelico del mondo

Ultima notte prima di partire. Alle quattro e qualcosa si esce di casa direzione Linate. Da lì Amsterdam e poi via verso Lima. Finisco di fare la valigia e scrivere gli ultimi messaggi di saluto verso le due. Al di là di alcuni bei messaggi mandati o ricevuti devo ammettere che a sto giro non sentivo granché la partenza. Non la percepivo come una cosa solenne. Sarà anche per il fatto che non c’era la pioggia di Neruda, che mi aveva battezzato il giorno della partenza per il Guatemala.

Si parte, si va all’aereoporto, un abbraccio troppo rapido coi genitori, forse per non lasciar trasparire le emozioni. Mi incontro verso il banco accettazioni con gli altri ragazzi che partono con me. Tutti sorridenti e festaioli, forti del partire con un bel gruppo che nel giro di pochi giorni è già riuscito a formarsi.

Ecco, io la doccia alle 3 e mezza me la ero già fatta, però era bella calda. Per quella fredda c’ha pensato la signora dell’alitalia. Le nostre risate impiegano qualche tempo per scemare e capire che la questione è grave. Il biglietto di ritorno è per un periodo superiore ai 6 mesi, periodo massimo di permanenza senza visto, e quindi non possiamo partire. Panico paura! Altro che la sessione “come rispondere agli imprevisti” che abbiamo seguito con scarso interesse durante la formazione. Nel frattempo mi arriva un messaggio. La ragazza che partiva da Alghero ha trovato nebbia e non è potuta partire. Nebbia ad Alghero???? Eh, a quanto pare il mondo oggi è contro di noi.

Tornando a noi, proviamo a parlamentare a modo nostro, poi si decide di tirare giù dal letto il coordinatore. Lui con la bocca impastata prova a parlare con la tipa che a un certo punto esclama alla cornetta “con che autorità chiedo circa i visti”?!?!? e mi ripassa il telefono dicendomi “guardi parlateci voi”. Situazione surreale. Veniamo mandati alla biglietteria alitalia per poter comprare un biglietto di ritorno entro i sei mesi. Nel frattempo il tempo è passato rapido. Avete ragione, questo racconto non ha niente al cardiopalma. Arrivo al dunque. Il tipo della biglietteria ci dice “ok, vi sposto il biglietto senza sovrattassa”. Ma scusi, la sua collega aveva detto… “lasciate perdere quella là”. Fuga!!! Si parte!! Via ad Amsterdam. Ci incontriamo con quelli venuti da Roma e Venezia mentre la sarda si orienta ancora nella famosa nebbia di Sassari.

Saliamo sull’aereo della KLM. Posti liberi per 130 passeggeri. Yahooo!! Io inizio a sentire che la febbre sale. Vaccino della febbre gialla di merda. E per fortuna che m’hanno detto che non dava effetti collaterali. Febbre, mal di pancia, dolor de cabeza… mi approprio di tre posti, 5 cuscini e n+1 coperte. Non riesco a dormire e sicuramente il cibo terrorista che ci danno non aiuta a far calmare la mia nausea. Finalmente riesco a trovare il sonno dopo un bel po’ di ore di tentativi. Sbam!! Varie cose mi cadono addosso e mi sveglio di soprassalto. “Holy shit”, esclama la hostess nel guardare tutto il mio vassoio cadutole di mano e rovesciatosi sopra di me. Nel frattempo il resto della ciurma ha ben deciso di sfruttare a fondo l’open bar della klm. Io sempre da schifo invece. Cerco di consolarmi con la televisione di bordo e mentre c’è chi si spara “12 anni schiavo”, io punto sul vecchio Tom & Jerry, sentendomi un po’ bambino malato. Finalmente Lima. Dall’aereo, momento del tramonto, il sole è bellissimo. Sembra che sia sott’acqua, immerso nel pacifico. A sinistra, invece, scorre un paesaggio marziano. Tutto desertico e agglomerati urbani molto strani. Più si va avanti e più si infittiscono fino a diventare una distesa immensa. Casette ovunque che già a guardarle dall’aereo capisci il degrado che può caratterizzarle. In ogni caso, guardando sta città così grande, mi dico “per fortuna che vado sulle Ande”.

Arrivati all’aereoporto non trovo ad aspettarci Janet, la signora della ong che doveva venire a prenderci. Ciò nonostante vengo assalito subito da un surreale Giovanni Mellone in camicia bianca che a stento contiene la gioia colpendomi la testa. Se fosse stato un assalitore mi avrebbe spogliato senza problemi! Invece era solo un’ottima sorpresa!

Ieri, primo giorno a Lima, ci hanno fatto fare formazione di vario tipo. Un incontro con un tipo con due palle così che ha parlato della lotta per la difesa dei diritti umani durante questi 30 anni. Poi un inquadramento politico-storico del peru e, nel pomeriggio, sessione di tradizioni, favole, cibi e balli locali. Abbiamo bevuto la Chicha che a me sapeva tanto del malto che qualche volta in fabbrica rimaneva in dei posti difficili da pulire e fermentava emanando un gran tanfo. Comunque, ne ho bevuta parecchia! E poi le foglie di coca, con la tipa che ci teneva a dirci che non è droga ma una pianta medicinale… tutto molto bello comunque!



Ora sono già al secondo giorno a lima. Sono le sette di mattina e mi sono svegliato un po’ prima per prendermi del tempo per me. La febbre è andata via. Ancora non sono uscito da queste mura della struttura dove stiamo facendo formazione. Oggi teoricamente andremo a visitare alcune delle zone rurali dove opera la Ong cosi finalmente inizio a vedere il Peru. 

Il cortile è continuamente in movimento

giovedì 20 marzo 2014

La deriva dei continenti



La prima volta che varcai l'invisibile linea che separa i continenti avevo 22 anni. Fu allora che iniziai a confrontarmi con le peripezie burocratiche che animano gli uffici immigrazione di un mondo e che chi nasce e cresce nell'area Schengen non immagina. Quella volta andai in Togo e lì restai quattro mesi, dando nel frattempo una fugace visita a un paio di altri paesi dell'Africa occidentale.

Quando ero a Lomè spesso ripensavo con nostalgia a casa, scrivevo a parenti ed amici molto più di quanto non faccia oggi, assuefatto come sono al cambiamento. Più che la distanza è il cambiamento a giocare un ruolo in questo mio ragionamento.

Una notte, mentre mi rigiravo come una tarantolata fra delle lenzuola umide feci un sogno così realistico da rimanere fino a oggi impresso nella memoria come un evento davvero accaduto. Ancora ricordo infatti come fosse ieri quella volta che ebbi la possibilità (non so come, né perché) di lasciare Lomè per un fine settimana e ritornare a Lecce. Qui rividi i miei, mi feci preparare il mio piatto preferito, ritornai per un paio di giorni alle vecchie abitudini, la vecchia routine. Non misi neanche il naso fuori di casa tanto era grande il desiderio di sfruttare al massimo quelle poche ore che mi erano date; e per me questo significava rimanere a casa.

La mattina riaprendo gli occhi ci misi qualche secondo a capire dove mi trovassi, cosa fosse successo. Una cosa che però non ricordo è se fosse più la felicità per essere stato un paio di giorni a casa o la delusione di non esserci stato davvero. Forse più semplicemente quella di non esserci rimasto un po' di più.

A distanza di qualche anno da quel fine settimana, che fu forse solo una notte come tante, ieri sera mi è capitata una cosa simile. Uscito dalla oficina, col solito sole rosso acceso e i roghi serali di colline di rifiuti a disegnare scenari apocalittici lungo Calle Izaguierre, ho preso il bus come ogni giorno, quello che taglia Lima o che comunque, di solito, mi porta a casa. Ancor prima di aver percorso metà del tragitto però sono sceso alla fermata dell'aeroporto. Qui, dopo mezzora, ho avuto il mio pezzo di casa. Non voglio perdermi in discorsi tediosi su quel che si prova a vedere un amico arrivare nella tua nuova terra sapendo che ci rimarrà anche lui per un bel pezzo. Noi due sappiamo e questo basta. Spero che questo camuno riceva dal Perù quello che sto avendo io. Condivideremo l'attesa di quelli che ancora non hanno fatto il grande passo verso l'emisfero australe.

mercoledì 12 marzo 2014

Matrix è un Sistema Neo (CDM)



Cari palle,

La miagiornatatipo inzia con abluzioni e tragitto casa lavoro.  10-15 minuti nel traffico. Di lusso. Arrivo in ufficio e scarico la merda, pardon le mail, e fino a sera smazzo i cazzi burocratici della mia multinazionale. Et voilà.Mi sono adagiato. Mi cullo e mi logoro nell’attesa di maggio, quando avrò maturato un anno di esperienza e mi rimetterò sul mercato. Attendendo Godot,  la settimana scorsa duepiccoli momenti hanno riacceso il mio pensiero irrequieto e mi hanno sbattuto in facciala mia involuzione.

Tra le mail martedì c’era un’iniziativa patrocinata dalla multinazionale. In una settimana l’azienda ha sganciato un milione di dollari in microcredito e cooperazione attraverso Kiva....è buffo pensare che io esattamente 10 anni fa stavo facendo il passaporto per partire per Nairobi..beffardo direi.Ho fatto il mio dovere di opulento occidentale facendo la mia donazione. Mi consola pensare che aiuti a ripulire il mio karma. E mentre cliccavo la mente si è liberata per un istante, sognando quel mondo migliore che intendevo costruire. Sono tornato per un attimo un sognatore dai bruttissimi pantaloni colorati a righe e l’orecchino..

Ho capito perché finché non ho varcato le porte del mondo del lavoro ero diverso: avevo un sogno e credevo che quella goccia che lasciavo nell’oceano avesse un valore. Ero un illuso ma ero felice.

Irrequieto continuo a viaggiare tra il passato e le mie scelte quando l’altoparlante annuncia che una grossa banca d’affari oggi è si è dislocata nel nostro ufficio per smazzare i nostri cazzi burocratici e per procacciare acquirenti con allettanti polizze sulla vita (e la tastatio testiculorum è dovuta..).

Risolvo i miei di scazzi con la banca ed inaspettatamente col procacciatoreinnanzi a me si instaura una discussione macroeconomica sull’Eurocrisi. Lui inizia a raccontarmi la sua visione del mondo della finanza ed io la mia. Penso di addentrarmi in un sentiero pericoloso e pieno di insidie in cui lo squalo finanziere esalterà la genialità del capitalismo finanziario e le sue sfavillanti possibilità.

Errore. Siamo d’accordo sulla follia della diseguaglianza, sull’oasi di folle ambizione che è questa città, sui flussi disgustosi di capitali che fluttuano nel nulla senza creare valore, anzi affamando o impoverendo milioni di persone. L’ingiustizia del sistema ci indigna entrambe e parecchio.

Poi ci guardiamo e capiamo che è il nostro è solo un impeto filantropico, sterile, radical chic.A noi fa comodo che sia così. Noi siam quelli che raccattano le rimanenze di coloro che smazzano le carte del capitalismo. Facciamo chiacchiere da bar. Capiamo ma non agiamo, assistiamo e mungiamo la vacca, perché noi siamo dalla parte “giusta” della globalizzazione.Ci accomuna la consapevolezza di essere di una squadra che non sappiamo che criticare..ma nel cui spogliatoio non gridiamo. Non sappiamo come farlo e troppi alla porta non aspettano altro che fotterci la maglia. Quindi tacciamo. Gli stringo la mano e mi congedo confuso. Ritorno mesto al mio desk.

Il lavavetri davanti alla mia finestra mi riporta alla realtà. Morpheus me lo aveva detto già nel 2000. Mi aveva detto com’era diviso il mondo. Matrix mi aveva insegnato come funziona il sistema. So a memoria le parole di Morpheus.“The matrix is a system Neo..”

Ho viaggiato in 4 continenti per diventare “dipendent by the system”?
Io sono il nemico che volevo combattere? Forse no..
Morpheus mi hai insegnato che il mondo era diviso tra rivoluzionari e conservatori.
Ma io non sono nessuno dei due.
Io sono un uomo qualunque..