lunedì 18 novembre 2013

Si fa molto meno di quello che si potrebbe - Atto I

L'inspiegabile passione dei guinensi per i calciatori italiani. Ho cercato di spiegare a un mio amico di qui che non può pretendere che lo chiami Alessandro Nesta, ma il post di Sbatti forse è sufficiente perchè incominci a farlo

In ogni caso qualcosa la si fa. E certo non pretendo di risolvere in qualche considerazione il dibattito atavico tra cos'è meglio - tra il poco che intorpidisce e il niente che scioglie le briglie dell'iniziativa.
Rimane l'impressione che in potenza si potrebbero fare un sacco di cose, ma che per un motivo o per un altro, non le si fanno.
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Il barcone per Bubaque, una delle più grandi dell'arcipelago delle Bijagos, incute il timore delle tragedie costiere dell'Italia nostra, anche perchè il viaggio costa solo 3500 franchi CFA e cioè poco più di 5 euro. Sette ore di tragitto – che potrebbero tranquillamente essere meno, se solo il barista non allungasse mazzette al capitano per allungare giro per incassare più proventi dalle bibite.

Le acconciature femminili sono tra le prime cose a catturare l'attenzione; grandi trecce raccolte sulla testa e dreadlocks di ogni dimensione, capelli africani stirati dalla soda caustica o intrecciati con fili sintetici coloratissimi.
Una giovane donna è appoggiata alla ringhiera più esterna della prua, il suo sguardo triste affascina. Chissà chi la aspetta, e chissà chi sta lasciando. Un ragazzo australiano incontrato qualche giorno prima a Bissau è l'unica faccia conosciuta, lo accompagnano delle ragazze danesi che riflettono il sole altissimo del primo pomeriggio. I ragazzi della missione cattolica cantano, ballano e rompono il cazzo per tutto il viaggio, aggiungendosi alle casse che trasmettono musica rap guinense in crioulo - e non mi felicito troppo di riuscirne a comprendere i contenuti. Gli scout guineensi suonano djimbè e ballano per salutare la barca in partenza, e chissà perchè lo fanno. Tutte le volte.

Sono indeciso se girare per il barcone e scambiare parole con gente a caso, o comportarmi da vero “diverso”, tirare fuori Antar di Wu Ming 2 e finire di leggere quello che rimane di questa “storia meticcia” a metà tra l'Italia e l'altra costa del continente nero.
A fare breccia nella mia consapevole diversità è prima la chitarra di Nicholas, poi l'approccio di Adriano, 35enne guineense cresciuto nella missione cattolica italiana, e che lavora nella principale radio del Paese, Radio SolMansi (in criolo Radio solechesorge).
Adriano parla un po' di italiano e mi intrappola in una conversazione piena di birrette e conseguente sudore; evito sempre di dare troppa confidenza, purtroppo qui essere bianchi significa ricevere numerosi approcci e veri e propri assalti; l'impressione è che chiunque – donne o uomini che siano, in cerca di matrimoni o amicizie entrambi destinati a durare “desde agora para sempre” (cit.) - cerchi da te qualcosa in più rispetto alle relazioni normali cui siamo abituati più o meno tutti, lasciando la sensazione poco gradevole di non riuscire a creare rapporti che esistano in virtù di quello che sono: dei rapporti tra persone. Pur diversamente rispetto a quanto succede in Europa con gli africani – o per lo meno in Italia – ogni istante ti ricorda che sei diverso, per quanto ti sforzi di parlare criolo, di aggiungere un sutaque africano al tuo portoghese e di prendere un po' di colore sotto il sole; tutte e tre le cose producono solo effetti disastrosi sul tentativo di omogenizzarsi alle masse, rendendoti solo più diverso e irrimediabilmente buffo.
Per evitare di parlare troppo, inizio a fare domande. Che ne pensi della Guinea Bissau, che ti pare che si possa fare qui per migliorare un po' la situazione.

La Guinea Bissau non produce niente, il riso è pakistano, il pollo europeo, il pesce se lo comprano i cinesi che in cambio non si dedicano al landgrabbing o alla liquidazione di ingenti risorse nelle casse dello Stato, ma costruiscono infrastrutture, ripropongono un'austera statua di Amilcar Cabral che sembra un pupazzo della lego in piombo (la precedente era stata trafugata da una delle piazze principali di Bissau durante la guerra civile, ora probabilmente sarà in casa di qualche mercenario senegalese).
La risposta di Adriano è l'inizio di una lunga conversazione attraverso corruzione, possibilità imprenditoriali inesplorate dai guineensi (la Crystal la vendono tutti a 500 CFA? E io apro un chiosco e la vendo a 400. E vedi i soldonazzi), elezioni imminenti da anni, emigrazione.
Uno dei suoi progetti consta nel dotare il Ministero di Giustizia di stampanti in grado di consegnare passaporti con maggiore rapidità di quanto non lo facciano ora, probabilmente per creare un ostacolo ulteriore alla fuoriuscita di guineensi dal Paese. Per quanto il tentativo di coinvolgimento in questa missione da parte di Adriano non attecchisca granchè su di me, non è il primo a dirmi che dopo le elezioni i soldi per i progetti che possano essere sviluppati da ONG fioccheranno. La comunità internazionale avrà più garanzie da un governo legittimamente eletto, e potrà tornare qui con il suo occhio vigile e con le sue mani bucate a elargire fondi e a gridare “sviluppatevi!”. Ma, benchè la settimana scorsa il settimanale (non esistono quotidiani) “No pintcha” - vicino all'opposizione e con una tiratura di 1000 copie per un Paese che ha la stessa popolazione dell'hinterland milanese - riportasse la notizia di due milioni di euro di finanziamento dall'UE per avviare il processo elettorale entro il primo trimestre del 2014 rimane una grande sfiducia generalizzata nella possibilità di andare al voto in tempi brevi.
Impossibile pagare le birrette con Adriano.


A Bubaque la prima cosa che si vede entrando in paese è un grosso cartello di Mani Tese – una ONG italiana tra le più longeve vicinissima all' “area progressista” della Chiesa Cattolica Romana Apostolica – che a lettere cubitali recita “Bubaque cidade aberta”, citando il capolavoro di Rossellini. Ho conosciuto i cooperanti di MT tempo fa, hanno progetti ovunque in Africa Occidentale. Sono tutti italiani, alcuni di loro sono qui da più di 3 anni; in buona parte dei casi si occupano di riciclaggio e smaltimento di rifiuti. Benchè i consumi in generale siano piuttosto ridotti, e benchè i mercati “na rua” siano poco invitanti ma poco avvezzi al packaging eccessivo, il problema dello smaltimento dei rifiuti esiste eccome. Le strade straripano di plastica, e nei mercati è facile incontrare delle barricate di immondizia destinate alla combustione, la sera stessa. Gli odori che ne derivano sono penetranti e i fumi densi, i braceri di notte sono tra le poche fonti di luce insieme alle luci al led provenienti dai “negozi” aperti tutta la notte. Nei villaggi o tabancas per ogni casa (o gruppo di) si scava un buco, che verrà poi riempito con tutto ciò che ci si aspetterebbe di buttare in un cassonetto. Oltre all'inconveniente relativo alle frequenti visite delle iene, la cui potenza mandibolare giunge sino alle mie orecchie nelle notti in cui i ridenti quadrupedi decidono di farci visita, la questione rappresenta un problema non da poco, benchè non sembra che ci sia grossa consapevolezza in merito. Qua si fa così.

L'esempio di modello di cooperazione di Mani Tese sembra essere vincente: i responsabili dei progetti sono nella maggior parte locali, ci sono anche coordinatori e cooperanti italiani, in Italia si creano partenariati con le Università italiane per studiare metodi e risoluzione di problemi (in questo caso, Ca' Foscari) e le soluzioni vengono implementate da chi lavora sul campo.
Mani Tese ha una barchetta a motore che collega l'isola con il continente, un ufficio tutto bello pitturato e pieno di tavoli e computer senza utilizzatori.
A Bubaque, per ora, si continua a bruciare i rifiuti. E chissà in quanti altri posti.

Esistono moltissime ONG occidentali in questa zona, e un'altra di queste è la IPHD (International Programme for Human Developement, USA). La IPHD funziona così: USA sceglie i progetti e li finanzia, i responsabili dei progetti sono tutti locali o selezionati attraverso bandi in Europa. I coordinatori dei progetti in genere sono parenti di ambasciatori o diplomatici. Se IPHD decide di finanziare la costruzione di una mensa scolastica per incentivare l'affluenza scolastica tra i bambini e sopratutto tra le bambine (il rapporto è 83 bambine scolarizzate per ogni 100 bambini), il team locale fa un sopralluogo, comunica oltreoceano quale sarebbe la soluzione più funzionale per adempiere agli scopi del progetto, e dagli USA arrivano materiali di costruzione e cibo. Mandano pure il riso. C'è chiaramente qualcosa che non va.
In ogni caso, la città è piena di SUV bianchi con i vetri fumè appartenenti alla IPHD, che comunque c'è da dire che monitora con una certa assiduità il buon rendimento dei progetti. E per quanto arrivino dagli USA a peso d'oro, i sacchi di riso spesso spariscono e le mense scolastiche funzionano solo nei giorni in cui arrivano i controlli dei SUV bianchi che scorazzano di villaggio in villaggio.

Buona parte delle ONG qui lavora solo con i progetti, pochissimi sono i progetti autosostenibili economicamente; da questo punto di vista fanno eccezione i progetti come quelli di AIDA, ONG spagnola che si occupa di fornire supporto agli ospedali pubblici (a Bissau ce n'è uno solo, il Simão Mendes) che ho conosciuto durante una conferenza venerdì scorso. Ho capito, oltre al fatto che effettivamente quando gli spagnoli parlano in portoghese non si capisce bene che lingua parlino, che per per quanto si possa fare il possibile e l'impossibile per migliorare le condizioni della gente di un posto dove si muore per una febbre e dove l'HIV viene fatta curare dagli “Iran” e non dai medici, con riti sacrificatori al posto dei retrovirali, i governi mancano moltissimo di responsabilità non supportando nulla dal punto di vista economico. Il progetto di AIDA terminerà a fine anno con i tagli del governo Rajoy alla cooperazione, e le slide che seguono il video riassuntivo del progetto altro non sono che un grosso appello al governo, di cui sono presenti alcuni rappresentanti del Ministero della Salute, e alla comunità internazionale. La cooperazione a un certo punto, per essere portata avanti, deve diventare politica governativa; quando finiscono i progetti, molto spesso insieme ad essi si estinguono delle speranze.






3 commenti:

  1. Finché i governi africani potranno estrernalizzare alcuni servizi alle ONG avranno sempre un alibi per deresponsabilizzarsi e lasciar fare ai caucasici. Che ancora troppo pesano "politicamente" in alcune zone dell'Africa. Anche per questo il modello cooperativo a livello macro è fallimentare.

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    1. Sicuramente il modello di cui parli tu è fallimentare, ma non ci si può aspettare in nessun modo che la gente faccia tutto da sola, così come sono convinto che il finanziamento pubblico per implementare progetti sia fondamentale. Se la relazione della cooperazione è unilaterale, sicuramente non funziona sul lungo periodo. Se sono solo i caucasici a giocare a salvare l'Africa, sicuramente non funziona. Ma ti assicuro che esistono realtà per lo più piccole che non solo camminano sulle proprie gambe, ma in cui i cooperanti fanno quello che dicono gli africani e non viceversa. Sono realtà piccole, e non so se si tratta di modelli traslabili su scale più ampie, ma sono una realtà

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